In vacanza alle Hawaii, il presidente statunitense Barack Obama ha deciso di permettere al presidente yemenita Ali Abdallah Saleh di entrare negli Stati Uniti per ricevere le cure mediche necessarie a curare le ferite subite nell’attentato dello scorso 3 giugno.
Tutto questo, a certe condizioni: il presidente Saleh dovrà fare richiesta di visto indicando le motivazioni mediche e includere nella domanda, da sottoporre all’ambasciata statunitense di Sanaa, anche l’itinerario. Impegnandosi a non fare politica mentre si trova in territorio americano.
Sono giorni che si discute del viaggio negli States di Saleh. Se ne parla sia nello Yemen sia a Washington, dove i funzionari della Casa Bianca temono di essere accusati di dare rifugio a un dittatore arabo, responsabile della morte di centinaia di dimostranti. A Sanaa si teme invece che Saleh possa far base negli Stati Uniti per poi tornare. Magari già il 21 febbraio, in occasione delle elezioni, come esponente di punta dell’opposizione al governo di transizione a cui ha recentemente passato il testimone, ma senza essere processato per i tanti crimini commessi in questi undici mesi di proteste.
Eppure, la dipartita di Saleh potrebbe essere funzionale al processo democratico della repubblica yemenita: partito il presidente, potrebbe essere più facile spianare la strada alle elezioni e mettere così fine alla crisi politica che ha portato al collasso il governo di un Paese già povero. Ma gli attivisti yemeniti - in primis Tawakkul Tawakkul Karman, Nobel per la pace 2011- minacciano di chiedere l’estradizione di Saleh per poterlo processare per i crimini commessi.
L’ingresso del presidente Saleh negli Stati Uniti per motivi medici ricorda la decisione presa nell’ottobre del 1979 dal presidente americano Jimmy Carter. Dopo mesi e mesi di attesa, Carter decise infine di concedere il visto di ingresso a Muhammad Reza Shah, il re di Persia che il 16 gennaio di quell’anno era stato cacciato dai rivoluzionari. In quell’occasione l’arrivo dello scià negli Stati Uniti causò la rabbia dei rivoluzionari, che presero di mira l’ambasciata americana a Teheran, tenendo una cinquantina di ostaggi per 444 giorni. Una crisi che era costata a Carter la rielezione. Un prezzo, questo, che Obama non vuol certo pagare.
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Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Martedì 27 Dicembre 2011


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Il 20 Febbraio 2012 alle 22:33 - Vivi Capena ha scritto:
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