
Barack Obama in vacanza alle Hawaii (Credits: LaPresse/Karolyn Kaster)
C’è chi afferma che Barack Obama ormai non governi più il Paese perché troppo impegnato nella corsa per la sua rielezione, per conquistare il secondo mandato. Esagerazioni, forse. Certo è che da diverse settimane le energie del presidente sono per lo più indirizzate a ottenere il consenso necessario per rimanere alla Casa Bianca. E sempre di più lo saranno negli undici mesi che ci separano dal novembre 2012.
La sua strategia è delineata ed è ben chiara e verrà solo parzialmente modificata a seconda di chi sarà il suo avversario repubblicano. Per ora è incentrata sulle esperienze (storiche) di due suoi illustri predecessori: Franklin Delano Roosevelt e Harry S. Truman. Dal primo vuole prendere la “capacità di combattere”, ma in realtà, vuole sfruttarne il nome, così evocativo, carico di quella suggestione (diventata poi collettiva) di un personaggio che portò l’America fuori dalla Grande Depressione.
Del secondo, invece, intende imitare la strategia che gli permise di ottenere il rinnovo del mandato nonostante il suo basso livello di consenso popolare: gettare addosso al Congresso (a maggioranza repubblicana) tutte le colpe del difficoltà del Paese. Ed è proprio ciò che ha fatto Obama negli ultimi tre mesi, dopo il braccio di ferro sul bilancio della scorsa estate.
Così facendo ha ottenuto alcuni risultati. Il più importante è quello che sottolinea un ultimo sondaggio della Reuters secondo cui, per la prima volta dallo scorso luglio, il numero di americani che approva l’operato del presidente è superiore a quello che invece ne dà un giudizio negativo. Siamo sempre di fronte alla minoranza dei cittadini statunitensi, ma questo dato è pur sempre un passo in avanti se si pensa che le precedenti rilevazioni lo davano cinque punti sotto a quella soglia. Ed è soprattutto una cifra in controtendenza rispetto a quelle che hanno accompagnato Obama negli ultimi quattro mesi.
La strategia del presentarsi come il difensore del ceto medio, il paladino della middle class che tenta di opporsi ai famelici, irrazionali e partigiani congressisti repubblicani, intenti a tagliare il sistema di welfare piuttosto che abbassare le tasse ai più ricchi, ha sicuramente pagato. Barack Obama sembra in risalita. E accanto a questo può sfruttare un altro fattore: la confusione (per ora) nel campo repubblicano. Le primarie del GOP potrebbero anche non esprimere un avversario così temibile da affrontare.
Ma lungo il sentiero che porta alla rielezione sono molte le incognite e diversi i passaggi stretti in cui il presidente potrebbe scivolare. Prima tra tutti il tasso di disoccupazione. Se non si abbassa il numero dei senza lavoro, Barack Obama potrà anche rievocare Roosvelt, ma rischia solo di richiamare in vita uno spettro e non certo uno spirito benigno.
Lo ha spiegato con dovizia di particolari Karl Rove, l’ex consigliere di George W. Bush, in un recente articolo pubblicato sul Wall Street Journal: quando Obama ha iniziato il suo mandato la disoccupazione era al 7,8%, poi è salita fino al 9% per ora ridiscendere nell’ultima rilevazione all’8,6%. Nelle elezioni del 1936, Roosevelt si presentò con un tasso del 17% di disoccupazione, alto, ma sicuramente molto più basso del 25% che si era trovato di fronte quando entrò alla Casa Bianca nel marzo del 1933.
L’altro grande scoglio su cui può infrangersi la barca di Obama è la sentenza della Corte Suprema sulla Riforma Sanitaria. Con molta probabilità prima delle elezioni, i giudici di Washington dovranno stabilire se la legge voluta a tutti i costi da Barack Obama sia costituzionale. Se il verdetto dovesse essere negativo per il presidente sarebbe un pesante scacco. Di cui approfitterebbero i repubblicani.
La Corte Suprema dovrebbe però anche esprimere un giudizio sulla legge sull’immigrazione dell’Arizona, contro la quale ha fatto ricorso l’amministrazione Obama perché ritenuta lesiva dei diritti civili scolpiti nella Costituzione Americana. Se la corte dovesse dare ragione alla Casa Bianca, buona parte dell’elettorato ispanico potrebbe ringraziare il presidente, votandolo a novembre. Ma se dovesse andare male le critiche nei confronti di Obama sarebbero molto forti.
Come quelle che il presidente potrebbe collezionare se dovesse, come molte fonti affermano, “sdoganare” i matrimoni gay. Sarebbe una mossa per ottenere il consenso della comunità omosessuale americana, finora piuttosto delusa dalle poche e timide aperture nei suoi confronti da parte di Obama. L’endorsement alle unioni gay scatenerebbe gli attacchi della destra sociale (che comunque mai lo voterebbe), ma potrebbe fargli guadagnare i voti a sinistra, recuperando l’approvazione e il supporto dell’ala più liberal dell’elettorato.
Ma, anche se dovesse farlo, Obama si troverebbe di fronte un altro ostacolo: i giovani che erano andati a votare in massa per lui quattro anni fa non si ripresenteranno alle urne perché troppo delusi dal suo operato. Lo predice uno studio di un centro di ricerca sull’elettorato americano secondo cui nelle prossime elezioni ci sarà un vistoso calo di affluenza al voto rispetto a quattro anni fa.
L’altra fattore che potrebbe mettere in difficoltà Obama o, al contrario, aiutarlo nella rielezione, è la questione più spinosa di politica estera per Usa in questo momento: l’Iran. Dopo le minacce di bloccare lo Stretto di Hormuz da parte di Teheran se gli Usa (e l’Occidente) dovessero adottare più draconiane sanzioni contro il regime iraniano per convincerlo ad abbandonare la corsa al nucleare, e dopo la ferma risposta statunitense, è probabile che il livello della tensione tra i due Paesi sia destinato a crescere.
Barack Obama non vuole arrivare alle estreme conseguenze, alla soluzione militare per fermare la corsa di Teheran verso l’arma atomica. Ma, come ha più volte detto lo stesso presidente, quell’opzione rimane sul tavolo. Secondo la stampa americana, in recenti colloqui ad alto livello, l’amministrazione americana avrebbe assicurato al governo di Israele che bombarderà i siti nucleari iraniani nel caso in cui Teheran superasse la Linea Rossa, ma, allo stesso tempo, avrebbe chiesto agli israeliani di non compiere alcuna azione militare preventiva unilaterale contro l’Iran.
In questo risiede la sintesi della politica di Obama nei confronti di Teheran: bastone e carota. Finora i risultati raggiunti sono stati scarsi. Molta tensione, ma senza una crisi militare e politica che porti a un aumento del prezzo del greggio, potrebbe anche essere utile al presidente per la sua rielezione. Un bombardamento e un’impennata del costo del petrolio (con tutte le conseguenze del caso sull’economia) potrebbe anche essere controproducente per la causa di Obama.
—
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Giovedì 29 Dicembre 2011


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Commenti
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Il 29 Dicembre 2011 alle 18:48 anna.one ha scritto:
C’è chi scende c’è chi sale…
http://www.bluethunderpictures.....irwing.jpg
se va avanti cosi’ ci sarà un bel tonfo..di BHO!
Il 29 Dicembre 2011 alle 18:53 anna.one ha scritto:
oh nooo, oops la USS Stennis non c’entra!
http://www.rasmussenreports.co.....l_matchups
Romney45% Zero 39%!
Il 29 Dicembre 2011 alle 22:46 anna.one ha scritto:
@ …gettare addosso al Congresso (a maggioranza repubblicana) tutte le colpe del difficoltà del Paese.
E ci risiamo, ma come si spera di “istruire” i lettori italiani se si continua con le boo boo?
No, il Congresso non è a maggioranza repubblicana (anche se si scrive in neretto) e noto che si tira l’acqua per BHO e i dems facendo credere che i repubblicani hanno la maggioranza percio’, se Obozo è un fallimento completo (anche a golf), è tutta colpa loro.
Da Wiki:
The One Hundred Twelfth United States Congress is the current meeting of the legislative branch of the United States federal government, composed of the United States Senate and the United States House of Representatives.
It convened in Washington, D.C. on January 3, 2011, and will end on January 3, 2013, close to the end of the presidential term to which Barack Obama was elected in 2008.
Senators elected to regular terms in 2006 will complete those terms in this Congress. This Congress includes the last House of Representatives elected from congressional districts that were apportioned based on the 2000 census.
In the 2010 midterm elections, the Republican Party won the majority in the House of Representatives.
While the Democrats kept their Senate majority, it was reduced from the previous Congress. This is the first Congress in which the House and Senate are controlled by different parties since the 107th Congress of 2001–2003, and the first Congress to begin that way since the 99th Congress of 1985–1987.
Questo è il primo Congresso in cui la House, Camera, e il Senato controllato dai dems e, dove tutte le leggi passare dalla Camera controllata dai repubs, vanno a morire, sono controllati da partiti DIVERSI.. etc.
In this Congress, the House of Representatives has the largest number of Republican members, 242, since the 80th Congress (1947–1949)
Il 30 Dicembre 2011 alle 3:03 Iowa -5, Romney in pole supera anche Obama – ANSA.it | Italia - iWooho.com ha scritto:
[...] comizi …USA, ROMMEY (45%) IN VANTAGGIO SU OBAMA (39%) NELLA CORSA ALLA …ClandestinowebBarack Obama in vacanza alle Hawaii (Credits: LaPresse/Karolyn Kaster)Panorama (Blog)Presidenziali Usa 2012, sondaggio: Romney batte Obama 45 a 39Blitz [...]
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