Dopo le vittorie degli islamisti in Egitto e Tunisia si è parlato molto di “modello turco” per il Medio Oriente. La speranza degli occidentali è che le giovani democrazie arabe riescano, come ha fatto Ankara, a conciliare un’azione politica ispirata ai valori dell’Islam con la democrazia. La Turchia, un Paese che cresce del 9% l’anno, ed è considerato il migliore esempio di Stato moderno e pluralista dell’area.
Ma il modello turco è davvero democratico?
Nel 2011 Ankara ha superato la Cina e l’Iran nella classifica dei Paesi che detengono nelle proprie carceri il numero maggiore di giornalisti. Nelle prigioni turche se ne trovano oggi 102. E altri 800-1.000 rischiano di subire la stessa sorte nel prossimo anno. Spesso si tratta di giornalisti che hanno trattato la questione curda e che sono stati condannati con l’accusa di favorire il terrorismo del PKK. Nell’est della Turchia è in corso da venticinque anni una guerra che ha causato circa 45.000 morti tra lo Stato e gli indipendentisti curdi del PKK, considerati terroristi sia dall’Unione Europea che dalla Turchia.
Inoltre, gli utenti di internet non possono né accedere ai siti che sostengono la causa curda, né ad alcuni forum che sostengono l’ateismo. Lo scorso 22 novembre la Turchia ha introdotto anche un filtro facoltativo che riduce l’accesso alla Rete. Si tratta di una limitazione che il governo ha descritto come necessaria per impedire ai bambini di accedere a contenuti pornografici. Tuttavia il filtro limita anche la possibilità di visualizzare siti di contenuto politico. Poche settimane fa un giornale di Ankara ha reso noto che il filtro bloccava (ora è stato corretto) l’accesso anche al sito di Richard Dawkins, uno dei maggiori sostenitori del Darwinismo. Era invece possibile accedere ai siti che sostengono le tesi creazioniste.
La Turchia di questi anni gode di un’ottima reputazione internazionale e di una crescente influenza sul Medio Oriente. Tuttavia, mai come oggi, l’immagine della Turchia non rispecchia la realtà di un Paese in cui la libertà di espressione non è ancora del tutto garantita.
Al di là delle valutazioni sulla democrazia turca, le speranze degli occidentali sono comunque destinate a essere disattese perché i Fratelli Musulmani in Egitto e il partito islamista Ennahda in Tunisia hanno affermato di non voler seguire l’esempio di Ankara. Questo perché la Costituzione turca vieta che la legge fondamentale dello Stato sia la Shari’a. L’islamismo turco fa riferimento ai valori dell’Islam ma rifiuta il principio che la legislazione debba essere basata sui dettami del Corano. I partiti che hanno vinto le elezioni in Egitto e Tunisia, invece, credono che la legge debba essere ispirata da ciò che è scritto nel libro sacro dei musulmani.
Non basta essere un Paese a maggioranza islamica per costituire un modello per gli altri Stati della regione. Le differenze politiche, culturali e storiche tra Turchia, Tunisia ed Egitto, sono troppo grandi per pensare che questa nazione possa essere un esempio da seguire per le giovani democrazie arabe, se vorranno essere tali.
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Matteo Colombo vive tra Ankara e Il Cairo per studiare arabo e turco. Collabora con diversi siti di politica internazionale. Le sue grandi passioni sono l’Egitto, la Siria e la Turchia
- Venerdì 30 Dicembre 2011


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