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(Credits: Ap Photo)
35 morti in fila per terra al confine con l’Iraq e le scuse per un errore tecnico. Secondo l’operazione militare autorizzata dal premier Erdogan, avrebbero dovuto essere colpiti uomini appartenenti al Pkk, il partito indipendentista curdo, nella lista nera del terrorismo per la Turchia, gli Usa e l’Ue. Ma, invece, erano tutti semplici civili. E adesso il Pkk chiama alla lotta armata contro Ankara.
Al confine con l’Iraq, in quell’area cuscinetto che viene chiamata Kurdistan e che i curdi nel mondo considerano come la loro “terra promessa”, è molto facile vedere uomini sui muli che passano da una parte all’altra del confine. Da una parte c’è l’Iraq, dall’altra la Turchia. Piccoli contrabbandieri o terroristi che cercano di penetrare le linee nemiche. Ce ne è per tutti lungo quella sottile linea montagnosa macchiata di sangue.
Il 28 dicembre, Ankara era convinta che un gruppo di terroristi del Pkk stesse per entrare in Turchia, probabilmente con l’intenzione di compiere attentati. E’ scattata un’operazione militare e sono entrati in azione gli F-16 turchi, sulla base di coordinate e obiettivi forniti dall’intelligence elettronica degli americani della base Nato di Incirlik. Dati raccolti attraverso i cosiddetti UAVs (Unmanned Aerial Vehicles).
Fuoco sul confine, per poi scoprire che i 35 morti non erano terroristi affiliati al Pkk, ma tutti membri della stessa famiglia, gli Encu dal villaggio di Ortasu, nella provincia di Şırnak. Utilizzavano muli, è vero, ma per contrabbandare generi alimentari tra un Paese e l’altro. Niente armi, niente bombe.
Non è la prima volta che Ankara colpisce quelle aree montagnose del Kurdistan, proprio sulla linea che divide i due Paesi. Nel mirino dei militari turchi gli uomini del Pkk, il partito dei Lavoratori del Kurdistan, capeggiato da Abdullah Ocalan, al momento rinchiuso nel carcere di massima sicurezza sull’isola turca di Imrali. Ma questa volta lo sbaglio è stato tragico. Subito dopo essersi resi conto dell’errore, i vertici di Ankara hanno chiesto scusa.
“Secondo le informazioni in nostro possesso - ha detto Hüseyin Çelik, portavoce del partito Akp del premier Recep Tayyip Erdogan - quegli uomini non erano terroristi, ma contrabbandieri. L’operazione è stata condotta con l’idea che fossero invece terroristi del Pkk. Quelle morti non sono state intenzionali”. “Sfortunatamente - ha concluso il portavoce del governo - è stato un errore operativo“. Adesso Ankara aprirà un’inchiesta formale sull’accaduto, per capire come sia stato possibile commettere un errore del genere, ma intanto il Pkk promette vendetta.
“Rivolgiamo un appello al popolo del Kurdistan, in particolare quello di Hakkari e Sirnak, a reagire contro questo massacro e a chiederne conto ai suoi autori“. Durissime le parole di Bahoz Erdal, uno dei leader dell’Hpg, il braccio armato del Pkk. Ora è davvero guerra aperta con Ankara, che deve gestire una minoranza di 14 milioni di curdi sul territorio turco.
E da più parti, in molti criticano le decisioni di Erdogan che dopo un’ipotetita “apertura democratica” ai curdi, finita in un nulla di fatto, adesso ha scelto la strada dell’intervento militare. Dalle colonne del quotidiano Hurriyet, l’editorialista Murat Yetkin punta il dito contro il ministro dell’Interno, Irdis Naim Şahin, che - solo qualche settimana fa - in una conferenza stampa ha dichiarato che la lotta al Pkk per via militare sta avendo successo e che “ogni cosa è sotto controllo“. Il ministro - scrive Yektin - ignora il fallimento devastante degli UAVs in Iraq, Afghanistan e Pakistan, che hanno portato a colpire matrimoni e incontri tra amici, finiti in tragedia.
E’ ovvio che la dimensione “sicurezza” è cruciale quando si parla della questione curda. Ma è pur vero che a nulla serve utilizzare operazioni militari per risolvere un problema che ha radici politiche, etniche, sociali ed economiche. Tentare di chiudere la partita con i curdi attraverso gli F-16, alimenterà solo il circolo vizioso degli attentati del Pkk e la rabbia di tutti coloro che sono curdi in Turchia e si sentono pericolosamente schiacciati tra le decisioni di Erdogan e le feroci risposte dei terroristi.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
- Venerdì 30 Dicembre 2011


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