
Barack Obama (Credits: LaPresse/Charles Dhaparak)
Quando aveva annunciato il suo veto, la maggior parte degli attivisti delle associazioni per i diritti civili aveva dato per scontato che un presidente come lui non avrebbe mai firmato una legge che, a loro giudizio, avrebbe determinato un salto indietro di decenni della giurisprudenza statunitense.
Quando però nel week end di Capodanno Barack Obama ha cambiato posizione e ha deciso di siglare il Defense Bill, la loro reazione è stata un misto tra lo sconcerto e l’incredulità, la disillusione e la sensazione di essere stati traditi.
Perché per i gruppi per i diritti umani, questa legge che permette ai militari statunitensi di detenere per un periodo illimitato le persone (solo sospettate) di essere vicine ai network terroristici, di tenere incarcerati senza una prova o senza un processo (anche) cittadini americani per un tempo deciso a discrezione dall”autorità militare, equivale a una sorta di legge marziale.
Che il presidente ha (appunto) firmato. Con una “forte riserva“, (come ha scritto in una nota che ha accompagnato il testo), che non gli ha comunque impedito di dare il via libera definitivo al provvedimento dopo l’approvazione del Congresso.
Barack Obama ha spiegato la sua marcia indietro rispetto al veto, dicendo che Camera e Senato avevano accettato le modifiche che lui aveva chiesto. Uno dei punti di frizione tra Casa Bianca e Congresso riguardava i poteri del presidente. Alla fine, il testo contempla che sia proprio lui a dire l’ultima parola sulla detenzione illimitata di un fermato.
Con questo cambiamento, la catena di comando prevista dalla Costituzione (ricordiamo che il presidente è il Commander in Chief, ma soprattutto è un civile eletto che guida militari di carriera) è stata così ristabilita. E Barack Obama ha già assicurato che non intende avvelersi delle possibilità di usare quel potere nei confronti (di un cittadino americano) durante il suo mandato. Già, ma il prossimo presidente? Cosa farà? Darà carta libera ai militari? chiedono le associazioni per i diritti umani.
Secondo i fautori del Defense Bill in realtà non cambia nulla rispetto a quanto fatto dagli Usa nella Guerra al Terrore dall’11 settembre in poi, da Guantanamo in poi. Per i suoi critici, invece, il provvedimento peggiora la situazione (dal punto di vista dei diritti civili). Il potere delle Forze Armate di svolgere compiti di polizia viene certificato, scolpito in una legge che permette ai militari di fermare semplici sospetti e trattenerli per tutto il tempo che vogliono.
Per Anthony D. Romero, a capo dell’American Civil Liberties Union, quella sigla rimarrà come un marchio sulla presidenza Obama: “Viene delusa ogni nostra speranza che questa amministrazione possa eliminare ogni provvedimento anti costituzionale varato dal governo di George W. Bush”.
Romero ha annunciato che farà ricorso alla Corte Suprema per far cancellare la legge. Le rassicurazioni della Casa Bianca non gli sono bastate.
Barack Obama ha firmato la legge (probabilmente) per motivi di opportunità. Mitigate (dal suo punto di vista) la portata delle norme sulla detenzione illimitata, il presidente ha voluto evitare in piena campagna elettorale uno scontro con il Congresso su di un tema così delicato come la sicurezza nazionale.
Il Defense Bill contiene molte cose, tra cui anche il finanziamento per 662 miliardi di dollari per il Pentagono nel 2012, il congelamento dei milioni di dollari di aiuti militari al Pakistan e nuove sanzioni contro l’Iran.
Quest’ultimo era stato un altro fattore di disputa tra la Casa Bianca e il Congresso. Barack Obama aveva giudicato troppo draconiane le misure contro Teheran varate dal parlamento. L’idea era quella di punire tutte le società petrolifere straniere che fanno affari con l’Iran. Per il presidente, queste sanzioni avrebbero provocato un innalzamento dei prezzi del greggio e una fortissima tensione anche con paesi alleati degli Usa, visto che si andava a colpire i loro interessi energetici.
Dopo un braccio di ferro, il Congresso ha deciso di ammorbidire le misure e il presidente ha accettato il compromesso.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Lunedì 2 Gennaio 2012


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Commenti
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Il 2 Gennaio 2012 alle 15:33 baffetto ha scritto:
e bravo obama, ottimo esempio di democrazia. e poi sono ancora convinti di essere il “paese dei liberi” lol, lol,lol.
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