In questi giorni la tensione tra Teheran e Washington continua a salire. Ieri, una portaerei americana e un incrociatore lanciamissili, di stanza in Bahrein, hanno varcato lo stretto di Hormuz in direzione est, per dare sostegno aereo alle forze Nato in Afghanistan. Le due navi da guerra sono uscite dallo stretto attraverso il corridoio meridionale, di pertinenza degli Emirati e dell’Oman, e hanno fatto sosta nel porto emiratino di Jebel Ali. Poco dopo la loro uscita attraverso lo stretto e quindi fuori dal Golfo Persico, il generale iraniano Ataollah Salehi ha messo in guardia gli americani: “Basta navi da guerra a stelle e strisce in quel braccio di mare”. Nel pomeriggio Washington ha però ribadito che le sue navi da guerra torneranno (e resteranno) nel Golfo.
A Teheran questa dichiarazione non è piaciuta, e infatti il capo dello stato maggiore delle forze armate iraniane Hassan Firouzabadi ha affermato che “chiunque minacci la nazione pagherà un caro prezzo” e precisato che “ogni mese siamo testimoni dei progressi scientifici e militari dell’Iran”. Il battibecco tra Teheran e Washington continua, anche oggi: il ministro della Difesa Ahmad Vahidi ha ribadito la minaccia iraniana contro la presenza della Marina statunitense nel Golfo, rilanciando un avvertimento bollato da Washington come segno di “debolezza”.
“L’Iran farà qualunque cosa per preservare la sicurezza dello stretto di Hormuz” all’ingresso nel Golfo, ha sottolineato il ministro secondo il sito internet della tv di stato iraniana. Per poi aggiungere che: “Abbiamo sempre detto che la presenza delle forze non regionali nel Golfo Persico è nociva e può soltanto creare disordini. E abbiamo quindi sempre chiesto che non siano presenti in questo tratto”.
Se gli americani sono nel Golfo è per un delicato gioco di equilibri. Certo è che agli americani non farebbe piacere se le navi da guerra iraniane facessero le loro esercitazioni a poche miglia dai confini degli Stati Uniti. Ed è quindi comprensibile l’inquietudine degli iraniani, che in questi anni hanno dovuto convivere con le truppe americane nel vicino Iraq e nel vicino Afghanistan.
Le nuove sanzioni decise da Barack Obama giungono in un momento di forte tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran. Washington e i suoi alleati minacciano di non acquistare più petrolio iraniano e, in risposta, a Teheran si è ventilata l’ipotesi di chiudere lo stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio del pianeta. Le minacce che giungono da Teheran non vanno però prese troppo sul serio, perché chiudere lo stretto metterebbe in difficoltà in primis Teheran, perché ha bisogno di quel passaggio strategico per esportare il proprio greggio verso i (tanti) Paesi che non aderiscono all’embargo, e in particolare verso la Cina, suo principale cliente.
Mentre sale la tensione, e non è da escludere il rischio che scoppi una guerra che non resterebbe confinata all’Iran, il leader supremo Ali Khamenei decide di far ripartire i meccanismi della diplomazia. L’ayatollah ha deciso infatti di far ripartire i negoziati sul nucleare con i 5+1. Il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha dichiarato che non bastano i comunicati stampa del negoziatore iraniano sul nucleare Saeed Jalili, e prima di riprendere in negoziati Teheran dovrà rispondere a una missiva inviata lo scorso ottobre. Possiamo comunque sperare che a Bruxelles ci siano meno guerrafondai che a Teheran e Washington.
Ma facciamo un passo indietro. Questa nuova escalation è stata innescata dalla decisione, presa il primo gennaio dal presidente statunitense Barack Obama, di firmare la legge di finanziamento del Pentagono che concede alla Casa Bianca la facoltà di congelare i beni di qualsiasi istituzione finanziaria straniera che intrattenga relazioni con la Banca centrale iraniana nel settore petrolifero. La Repubblica islamica è però il quinto esportatore di greggio e per paesi come il Giappone e la Corea del Sud, sotto pressione da parte di Washington, non sarà facile rinunciare all’acquisto dell’oro nero iraniano.
Le nuove misure punitive adottate da Obama contro l’Iran si concentrano sulle istituzioni finanziarie perché sono queste che permettono ad ayatollah e pasdaran di incassare gli introiti della vendita del greggio. Se i petrodollari diminuiscono drasticamente, dovrebbero in teoria venire meno i finanziamenti al programma nucleare. Ma sono anni che i pasdaran si preparano a questa eventualità, e infatti hanno stretto rapporti diplomatici e (soprattutto economici) con la Cina e l’America Latina, ma pure con l’India e con altri Paesi che non hanno nulla a che vedere con la Nato e con cui il petrolio si può barattare con merci, eludendo le sanzioni alla Banca centrale iraniana.
Viene spontaneo domandarsi perché, invece di affidarsi alla diplomazia, americani e iraniani si lasciano andare a questo battibecco. Verrebbe quasi da pensare che ayatollah e pasdaran siano alleati di Washington, e vogliano far ripartire l’economia americana: tutta questa tensione serve infatti a far acquistare armi super sofisticate ai Paesi arabi del Golfo, che hanno commissionato all’industria americana degli armamenti aerei e bombe per miliardi e miliardi di dollari. Insomma, meglio non dare mai per scontati gli assetti regionali perché, dietro le quinte, potrebbero esserci giochi diversi.
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
- Mercoledì 4 Gennaio 2012


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Commenti
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Il 4 Gennaio 2012 alle 19:54 anna.one ha scritto:
Wow, che duri gli iraniani, ma…. l’Arabian Gulf :) lo considerano tutto acque territoriali e non internazionali? E Oman, UAE, Saudi Arabia e Qatar che dicono a proposito?
Chissà come i mullahs se la prenderanno con tutte le navi da guerra dell’Europa e australiane, che navigano da quelle parte con quelle “a stelle e strisce” ora che sanno che un oil embargo é prossimo?!
“A lot of progress has been made,” one EU diplomat said, speaking on condition of anonymity. “The principle of an oil embargo is agreed. It is not being debated anymore.” (Reporting by Justyna Pawlak and Julien Toyer)
p.s.: Mica scemi i saudis, acquistano gli aerei migliori in circolazione, altro che gli iraniani che si devono accontentare della tecnologia north koreana, cinese o i ferri vecchi russi!
Il 4 Gennaio 2012 alle 20:19 anna.one ha scritto:
@ Washington e i suoi alleati minacciano di non acquistare più petrolio iraniano
No, si ripete sempre la solita bufala di “Washington” che ha bisogno/acquista il petrolio dei mullahs, negli USA è fuorilegge l’acquisto del petrolio iraniano dal 1979.
Gli USA, inoltre, non hanno bisogno del petrolio iraniano e, anche se ci sarà un aumento del prezzo a barile, sarà temporaneo visto che i saudis ne estrarranno di più come promesso(promessa che mantengono sempre).
È chiara la nuova “strategia” dei mullahs, copiata in pieno da quella del defunto Kim Jong Il ed ora si crede sia quella di Puffy Un: schiamazzare, pestare i piedini, usare il photoshop cosi tutti gli Occidentali o si siedono al tavolino per l’ennesima presa in giro o ti mandano più grano e nel caso Jong Il più sigari e whiskey!
Ma non credo funzionerà!
Il 4 Gennaio 2012 alle 22:51 anna.one ha scritto:
Chi sa com’è finita la storia delle 14 spie arrestate dai mullahs qualche anno fa, non quelle recenti?!
Non ho sentito più nulla riguardo il loro fato, la foto di una spia fu rilasciata..
http://sassywire.files.wordpre.....64ee_o.jpg
..ma non so che fine ha fatto Twiglet che conoscevo personalmente :)
Dicono che le agenzie spione zioniste e americane useranno Tommahamster missili guidati, interessante.
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