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[Elezioni Usa 2012] Mitt Romney, il “candidato inevitabile” - IL RITRATTO

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  • Tags: elezioni usa 2012, Mitt-Romney, personaggi, personaggi 2011
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(Credits: Zuma/LaPresse)

(Credits: Zuma/LaPresse)

di Mattia Ferraresi

“Ora possiamo decidere di agire oppure di rimanere fermi a un insipido, noioso politico di carriera che perderà contro Barack Obama”. Questo è ciò che ha scritto Rick Santorum ai suoi sostenitori dopo la gloriosa notte dell’Iowa e il “politico di carriera” al quale si riferisce è Mitt Romney, vincitore per strettissimo margine del caucus che apre la gran corsa delle primarie.

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L’ex governatore del Massachusetts è ancora considerato il “candidato inevitabile“, l’unico in grado di offrire uno spazio d’intersezione fra le diverse anime del partito, e in questi mesi la sua figura è stata esplorata da ogni angolazione. Ora però che la corsa si fa ruvida e Newt Gingrich promette di allearsi con Santorum per infangare l’immagine del banchiere mormone educato nelle università dell’élite, anche i minimi dettagli diventano importanti.

Romney viene da una famiglia di mormoni impegnati in politica, moderati per scelta di campo del padre George, non per vocazione ancestrale. I nonni si erano rifugiati in Messico per sfuggire agli editti di Washington sulla poligamia, tradizione controversa dalla quale il mormonismo ha impiegato decenni ad uscire, ed è in quella comunità modesta tradizionalista che George è cresciuto.

Dedicandosi prima al business nel settore automobilistico e poi alla politica nel partito repubblicano - corrente moderata - George ha spezzato una tradizione di conservatorismo dei costumi che risale almeno a Joesph Smith, il profeta dei mormoni, un vecchio antenato dei Romney. Antenata dei Romney era anche Anne Hutchinson, la donna condannata per stregoneria dal tribunale dei padri pellegrini e lasciata nelle mani dei nativi, i quali l’hanno bruciata viva assieme a tutti i suoi figli tranne una, Susanne. Curioso è che da quel ceppo non discendano soltanto i Romney, ma anche la dinastia dei Bush.

Il momento fondativo della carriera politica di George, e di riflesso di quella del figlio, è però la battaglia per i diritti civili. Nonostante non sia vero, come Mitt sostiene con orgoglio, che suo padre abbia marciato al fianco di Martin Luther King a Detroit - il pastore afroamericano aveva il vizio di fare le marce di domenica, giorno in cui i mormoni sospendono ogni attività - è vero che l’allora governatore del Michigan ha dato il suo sostegno formale alle proteste per i diritti. La cosa gli è valsa la doppia ammonizione dell’anima più ingombrante e focosa del partito repubblicano di allora, Barry Goldwater, e anche della gerarchia mormona, non esattamente favorevole all’emancipazione degli afroamericani, per usare un eufemismo.

George ha pagato a caro prezzo il ripiegamento al moderatismo sociale e le critiche alla guerra in Vietnam, posizioni che gli sono valse una retrocessione di fatto alle seconde linee del partito. Un incarico minore nell’Amministrazione Nixon è il massimo incarico che ha potuto ottenere dopo la conversione politica.

Dal padre Mitt ha ricevuto il doppio nome: il primo, Willard, viene da Willard Marriot, il migliore amico di George nonché il magnate degli alberghi, anche lui mormone. Mitt è un omaggio a un lontano cugino che giocava come quarterback nei Chicago Bears.

La vita pubblica del candidato inevitbile inizia a Stanford, nella California che presto diventerà la culla della controcultura, dove il giovane idealista mormone organizza contromanifestazioni a sostegno della guerra in Vietnam. Mentre gli studenti protestano contro la chiamata obbligatoria alle armi, lui esibisce un ferreo senso della patria. Se ne scorderà improvvisamente quando compilerà una lunga serie di rinvii - la missione mormona di due anni in Francia viene abilmente usata all’uopo - e riuscirà infine ad essere esonerato dalla chiamata.

Al pari del padre, Mitt è inflessibile sulle abitudini religiose e familiari: niente alcol, niente fumo, niente tè e caffè. Quando era un giovane ministro del culto a Boston, era noto per il suo carattere asciutto, specialmente nei confronti dei mormoni convertiti: per un fedele di lunga tradizione e di grandi pretese (soprattutto nei confronti di se stesso) l’idea della conversione conteneva qualcosa di sospetto.

Le donne erano particolarmente intimorite dal suo atteggiamento inflessibile. Dopo essere uscito da un master congiunto in legge ed economia ad Harvard, Mitt fonda la banca Bain Capital, pilastro della sua carriera e delle finanze familiari. Anche per questo Romney è di gran lunga il candidato più ricco del Grand Old Party. L’elezione a governatore del Massachusetts è il compimento della carriera politica del padre, ma a questo punto Mitt vuole evitare di mettere il piede in quella mattonella scivolosa in cui l’aveva messo George.

Nel 2008, ha trovato sulla sua strada un maverick capace di mettere carne e sangue nell’immagine che proiettava, mentre lui era sostanzialmente bloccato dal suo stesso incedere meccanico. Quel maverick poi ha sonoramente perso contro Barack Obama, e Romney non s’è perso d’animo. A differenza del padre non si è spostato verso i moderati: su aborto e matrimonio gay ha fatto retromarcia rispetto alle sue vecchie posizioni liberal, molto gradite in Massachusetts, in economia invoca il mercatismo più spinto (rimane famoso il suo editoriale “lasciamo che Detroit fallisca”) e in politica estera ha messo in piedi una squadra ombra che farebbe impallidire Dick Cheney.

Le sue fattezze burocratiche ed eccessivamente formali continuano ad essere un fardello, ma negli ultimi mesi questo businessman maestro di ossimori e ripensamenti ha lavorato duramente per darsi un’aria più umana. E per non ripetere gli errori di chi lo ha preceduto.

  • redazione
  • Giovedì 5 Gennaio 2012

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