
(Credits: Epa/George Esiri)
“Tutti coloro che non sono governati da ciò che Allah ha rivelato sono dei trasgressori”. E’ questa la frase coranica sulla quale il gruppo estremista nigeriano Boko Haram ha costruito la sua ideologia e la sua storia, fatta di sangue e sharia.
Il nome ufficiale del gruppo di estremisti islamici nato in Nigeria nel 2002 (e che è votato alla persecuzione della comunità cristiana del Paese) è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad, che letteralmente significa “Popolo impegnato a diffondere gli insegnamenti del Profeta e il Jihad“. Un appellativo troppo lungo, che ben presto a Maiduguri, nel nord della Nigeria, dove il gruppo terroristico affonda le sue radici, è stato abbreviato in Boko Haram. Ossia: “Vietata l’educazione occidentale”.
Pur essendo un gruppo nato da nove anni, i Boko Haram sono frutto di una storia lontana, che inizia nell’Ottocento, quando il nord della Nigeria si chiamava Califfato di Sokoto. Uno dei più grandi imperi d’Africa, frutto di diverse “guerre sante” condotte agli inizi del diciannovesimo secolo in tutta l’area. Il Califfato di Sokoto era il centro di tutte le attività politiche ed economiche della regione, finché non arrivarono i francesi e gli inglesi ai primi del Novecento. E da lì che il jihad, prima interpretato in chiave “locale”, diventa un mezzo di rivalsa contro i colonizzatori occidentali.
A quell’epoca, come forma di protesta, molte famiglie si rifiutarono di mandare i propri figli nelle “scuole occidentali”, e scelsero invece di fargli ricevere l’eucazione di base nelle madrasse. La regione settentrionale della Nigeria, allora come oggi, era caratterizzata da povertà e fame endemiche. L’arrivo degli europei esacerbò notevolmente il clima e portò a numerosi scontri. Ai nostri giorni la situazione della Nigeria del nord non è cambiata. L’area è ancora afflitta dalla povertà e il gruppo Boko Haram si nutre di sentimenti di rabbia e disperazione che, non essendoci più né i francesi né gli inglesi, si indirizzano verso il governo centrale guidato dal presidente Goodluck Jonathan, che è accusato di favorire il sud del Paese, che gode di condizioni più agiate rispetto al nord.
Il gruppo aveva in Mohamed Yusuf la sua guida, almeno fino al 2009, quando il leader venne catturato e dopo un interrogatorio sommario, venne ucciso dalle forze di sicurezza nigeriane. Le immagini della sua morte furono trasmesse in televisione, come monito futuro per i miliziani. Ma la “setta” trovò in fretta un nuovo guru e ripresero gli attentati contro la polizia e le comunità cristiane del Paese. Centinaia di morti (almeno 500) solo nel 2011. Migliaia dall’anno della fondazione del gruppo terroristico, con un’attività che si è intensificata negli ultimi due anni e che ha alzato il tiro verso obiettivi più “visibili” sul palcoscenico internazionale. La strategia è quella classica di ogni nucleo estremista: seminare la paura e poi mieterne i frutti.
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- Quel che resta della sede dell’Onu di Abuja dopo un attentato di Boko Haram(Credits: Ansa)
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La setta non è molto numerosa. Si contano circa 350 miliziani che, in un Paese di 150 milioni di abitanti come la Nigeria, rappresentano una goccia in mezzo al mare. Ma i loro recenti attacchi nel giorno di Natale alla chiesa cristiana di Santa Teresa ad Abuja hanno profondamente colpito la comunità internazionale. Così come era successo il 26 agosto del 2011, quando il gruppo fece un “salto di qualità”, facendo esplodere delle bombe nella sede delle Nazioni Unite della capitale nigeriana. Allora, tutto il mondo si accorse della sua esistenza. Una strategia vincente, dal punto di vista dei Boko Haram.
E, infatti, a fine novembre del 2011 il Congresso americano li definisce “una minaccia emergente” per la sicurezza degli Stati Uniti. Il timore più grande è che gli adepti della setta nigeriana possano unirsi ai fratelli di al Qaeda e attaccare su più fronti. D’altronde, proprio gli Usa hanno avuto un assaggio delle loro possibilità a Natale del 2009, quando il 24enne Umar Farouk Abdulmutallab (di nazionalità nigeriana) tentò di far esplodere il volo Amsterdam-Detroit della compagnia americana Delta Airlines. Secondo gli analisti statunitensi, i Boko Haram hanno già stabilito legami con altri gruppi qaedisti che operano in Africa, entrando a far parte di una vera e propria rete del terrore con cellule sparse in tutto il Continente.
Recentemente, lo stesso presidente Goodluck Jonathan, che - prima degli attentati di Natale contro i cristiani - aveva aperto alla possibilità di una negoziazione con i miliziani del gruppo, ha annunciato una nuova strategia, ancora più radicale, per eliminare la minaccia nella parte settentrionale del Paese e ha decretato lo stato di emergenza nel Nord della Nigeria. Jonathan ha anche puntato il dito contro alcuni rappresentanti del suo governo, senza però fare nomi. Secondo il capo di Stato nigeriano, ci sarebbero dei simpatizzanti di Boko Haram anche nel suo esecutivo.
Certo è che finora la polizia non è stata tenera con il gruppo. Esecuzioni sommarie, senza processo né certezza di un’affiliazione, sono state riprese e poi diffuse in televisione. I video possono essere trovati su Youtube (li potete visionare qui, ma vi avvertiamo che sono particolarmente cruenti) e hanno scatenato una serie di polemiche ed esacerbato ulteriormente gli animi al nord, dove in molti si sentono “traditi” dal governo centrale. E’ in questo humus di rabbia e vendetta che il gruppo Boko Haram, inizialmente piccolo ed estremamente localizzato, può gonfiare i suoi muscoli e assurgere a “minaccia” internazionale.
Ora sta a Goodluck Jonathan trovare una soluzione. La strada della risposta dura finora non sembra aver portato molti frutti, e forse una maggiore attenzione alla drammatica condizione del parte settentrionale del Paese potrebbe indebolire i terroristi. In fondo, la gente nel nord della Nigeria chiede pane e non sharia.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
- Lunedì 9 Gennaio 2012


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