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Amir-Mirza Hekmati in un video della tv di stato iraniano del 18 dicembre 2011 (Ansa/Epa/Irib)
Nel complicato e teso scacchiere Iran-Usa giunge una nuova mossa, che potrebbe essere la scintilla per l’esplosione di un conflitto annunciato dopo la crisi dello stretto di Hormuz.
L’ex marine Amir Mirza Hekmati, americano di origine iraniana, è stato condannato a morte.
Per i reati che gli sono stati contestati (spionaggio, cooperazione con un Paese ostile e tentativo di accusare l’Iran di terrorismo), l’uomo dalla doppia cittadinanza, iraniana e statunitense, è stato giudicato dal tribunale “mohareb (che combatte contro Dio) e corrotto sulla terra”, un crimine presente nel Corano e che prevede come punizione la morte, ma anche l’amputazione o l’esilio.
Ripreso nell’art. 183 del codice penale iraniano, si concretizza nei casi in cui, anche con l’appartenenza a gruppi, venga minacciata la sicurezza o si prevedano atti ostili ai danni della Repubblica Islamica. L’accusa è stata più volte contestata in processi politici, ma spesso ritirata in appello.
Hekmati, 28 anni, nato negli Stati Uniti da una famiglia di iraniani immigrati, è stato accusato nel dicembre scorso dal ministero iraniano dell’Intelligence di essere stato addestrato presso basi Usa in Afghanistan e Iraq.
Nel corso del processo, secondo l’agenzia di stampa Fars, Amir Mirza Hekmati ha confessato di essersi infiltrato nel sistema di intelligence iraniano per aiutare la Cia, ma ha aggiunto a sua difesa di essere stato “ingannato” dai servizi segreti statunitensi. “Non volevo fare niente contro l’Iran perché volevo restare nel Paese”, avrebbe detto Hekmati.
- Lunedì 9 Gennaio 2012

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