di Sergio Romano
Tutti i messaggi con cui i maggiori uomini di stato hanno salutato l’anno nuovo sono una prudente combinazione di franchezza e ottimismo. Tutti ci hanno detto che il 2012 sarà peggio del 2011 e che la fine della crisi dipende da noi, vale a dire dalla nostra capacità di reagire con uno scatto di energia e disciplina collettiva. La somiglianza non è casuale. In una economia globalizzata siamo tutti interdipendenti. Se il 60 per cento delle esportazioni tedesche è destinato ai paesi dell’Unione Europea, l’aumento della disoccupazione e il calo dei consumi nei paesi clienti della Repubblica Federale colpiranno anche i suoi cittadini. Se il prodotto interno lordo cinese cresce soprattutto grazie alle sue esportazioni, quali saranno gli effetti della recessione occidentale sull’economia della Repubblica Popolare?
L’interdipendenza ha altre conseguenze. Ogni paese sceglie i propri governanti, ma le elezioni degli altri sono diventate un affare nostro. Non possiamo scegliere il prossimo presidente degli Stati Uniti, non possiamo favorire o contrastare la vittoria di Vladimir Putin nelle elezioni russe del prossimo marzo, non possiamo votare per Nicolas Sarkozy o per il socialista François Hollande nelle presidenziali francesi di aprile. Però gli inquilini della Casa Bianca, del Cremlino e dell’Eliseo avranno un’influenza sulla nostra vita. Cerchiamo almeno di capire quale sia, in ciascuno di questi paesi, la posta in gioco.
Negli Stati Uniti, dove la campagna elettorale si concluderà con le elezioni di novembre, Barack Obama ha perduto una parte considerevole del consenso con cui fu eletto nel 2008. Molti lo giudicano tentennante, debole con i nemici dell’America e gli immigrati clandestini, troppo incline a usare i soldi dello stato per riforme (quella sanitaria, per esempio) che sono considerate socialiste. Fra i suoi oppositori la personalità più credibile è quella di Mitt Romney, mormone (membro di una setta a cui molti negano il diritto di definirsi cristiana), un fortunato passaggio attraverso il mondo degli affari, cinque anni alla guida del Massachusetts come governatore dello stato, conservatore ma riformista. Intorno a lui si affolla un drappello di concorrenti che cercano di catturare gli umori nazionalisti, isolazionisti, bellicosi e ultrareligiosi della società americana. Dopo quelle dello Iowa, le primarie del New Hampshire, il 10 gennaio, cominceranno a sfoltire il gruppo dei candidati.
In Russia Putin potrebbe tornare al Cremlino. Ma le elezioni recenti per il rinnovo della Duma e le grandi manifestazioni popolari contro i brogli hanno cambiato la Russia. Per ottenere una vittoria credibile Putin dovrà rinunciare alle manipolazioni e ai metodi polizieschi delle elezioni precedenti, accettare un confronto ad armi pari con gli altri candidati e accontentarsi, forse, di una vittoria al secondo turno. Non so se ne sarà capace. Tuttavia, fra le cose possibili in Russia oggi vi è anche quella di una svolta democratica, pilotata dall’alto, di cui lo stesso Putin, insieme a Dmitrj Medvedev nelle vesti di primo ministro, sarebbe il regista.
Dei tre maggiori eventi elettorali di quest’anno il più importante, per noi, è quello francese. Sarkozy non piace più alla maggioranza dei suoi compatrioti e dubito che riscuota grandi simpatie negli altri paesi dell’Ue. Ma il problema, in una prospettiva italiana ed europea, è un altro: quale dei due candidati (Sarkozy e Hollande) è più utile all’Europa? Sarkozy vorrebbe che la Banca centrale europea si comportasse come un prestatore di ultima istanza e crede nell’utilità degli eurobond: due posizioni che lo avvicinano al governo italiano. Della politica europea di Hollande, invece, non sappiamo molto. Non possiamo votare né per lui né contro lui, ma vorremmo almeno che ci dicesse con chiarezza che cosa farebbe in Europa se vincesse le elezioni.
- Martedì 10 Gennaio 2012


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