
Mitt Romney festeggia la vittoria in New Hampshire (AP Photo/Charles Dharapak)
Mitt Romney è sempre più l’uomo da battere. A lui va anche il secondo duello per la nomination repubblicana alle presidenziali Usa di novembre, imponendosi agevolmente nelle primarie di ieri nel New Hampshire dopo essersi aggiudicato di strettissima misura, all’esordio, i caucus del 3 gennaio nello Iowa.
L’ex governatore del Massachusetts si accredita al 38% circa dei voti, come avevano predetto i sondaggi (anche se lo scarto sul secondo è stato inferiore alle previsioni). La marcia verso la nomination appare più semplice, anche perché i candidati che si sono piazzati al secondo e terzo posto (Ron Paul e Jon Huntsman) sono quelli che hanno meno chance di creargli reali problemi.
Il deputato ultra-liberista del Texas Ron Paul è l’unico a tenere con il 24%. A 76 anni è il più anziano dei candidati repubblicani in corsa per la Casa Bianca, ma il più amato dai giovani e da gran parte degli indipendenti, tanto che riesce a più che raddoppiare le preferenze ottenute quattro anni fa. Per lui, grande critico dei poteri forti (vedi la Federal Reserve), l’ottimismo è autorizzato. “Ci considerano pericolosi perché siamo contro lo status quo”, ha detto tra l’entusiasmo dei sostenitori che scandivano “Rivoluzione, Rivoluzione”. Poi rivolto al vincitore: “Ti stiamo alle calcagna”.
Emerge anche l’ex governatore dello Utah Jon Huntsman, che piazzandosi al terzo posto esce dall’ombra e continua a sperare in una rimonta. Forte delusione invece per l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, finito quarto, e per l’eroe dell’Iowa Rick Santorum, solo quinto.
Romney è diventato il primo repubblicano dal 1976 a vincere sia in Iowa che in New Hampshire (se si escludono i repubblicani presidenti in carica in cerca di rielezione è il primo di sempre).
“We believe”, “Noi ci crediamo”: “Stasera abbiamo fatto la storia” e “col nostro messaggio vinceremo”, ha esultato rivolgendosi ai fan in delirio Mitt Romney, che quattro anni fa in New Hampshire era stato battuto dal senatore dell’Arizona John McCain, il quale aveva poi incassato la nomination, salvo poi perdere contro Barack Obama. Romney proprio al presidente in carica ha lanciato le frecciate più dure: “Obama si ispira alle capitali europee, io alle città americane” e “lui vuole trasformare l’America, io restaurarla”, o ancora “non ha più scuse da raccontare”.
Il momento della verità ora sarà quello del prossimo 21 gennaio in South Carolina, dove Romney dovrà lottare molto di più per imporsi, e dove i suoi avversari si giocheranno le ultime chance per restare in corsa.
L’ex governatore del Massachusetts ha due ostacoli importanti ancora sulla sua strada per la convention di fine agosto in Florida. Uno è la fede mormone, che negli Usa ha molti detrattori e potrebbe costargli molto (ma c’è chi osserva che la fede cattolica di John Kennedy, data per impedimento almeno altrettanto grave nel 1960, non fu un problema). L’altro è la sua storia di capitalista a capo di un fondo di private equity, Bain Capital, che negli anni Ottanta comprava aziende decotte e le rivendeva dopo averle risanate, con misure che comprendevano licenziamenti di massa. Il super favorito repubblicano difende il suo passato in nome della libera impresa, e dice che senza Bain quelle aziende sarebbero finite peggio.
Per gli avversari, però, è un’arma che in tempo di crisi può fare presa profonda. Se funzionerà contro il carrarmato Mitt Romney si vedrà il 21 gennaio.
- Mercoledì 11 Gennaio 2012

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