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Gilles Jacquier (a sinistra) con il cameramen Christophe Kenck (Credits: LaPresse)
Un’amica mi ha telefonato da Bruxelles e mi ha raccontato una versione diversa, o meglio più dettagliata, della morte di Gilles Jacquier, l’inviato 42enne di France 2 ucciso ieri a Homs, in Siria, da una granata (con lui sono morti anche sei siriani). L’ha ascoltata in un programma dell’emittente italiana di Bruxelles, Radio Alma. Gilles Jacquier, secondo questa versione, non era soltanto uno dei migliori video-reporter del mondo, vincitore di svariati premi di giornalismo televisivo (compresi due “Ilaria Alpi”). Jacquier era un eroe.
Quando è partito l’attacco e sono cadute le prime granate, Gilles non ha pensato a se stesso, ma a una donna che era accanto a lui. L’ha spinta a terra e l’ha coperta, avvolta, facendole scudo col proprio corpo, e tutte le schegge dell’ultima granata dei terroristi (o dei soldati di Assad, la verità non si saprà mai) hanno colpito lui e risparmiato lei.
È morto e la sua morte ha salvato un’altra persona. Il sangue freddo che mostra nelle immagini del documentario col quale ha vinto il Premio Ilaria Alpi (un reportage sulla rivoluzione in Tunisia che comincia con l’assalto a una prigione, la sparatoria con i poliziotti, il ferimento di un manifestante e tutta la sequenza di attacchi e ritirate tra manifestanti e militari e colpi di fucile che non provocano un solo scossone alla sua videocamera, neppure per un riflesso condizionato di paura o auto-protezione), quel sangue freddo gli ha consentito ieri di agire lucidamente a Homs, con l’unico pensiero di difendere quella donna.
Nelle immagini che altri colleghi hanno continuano a girare, si vede Gilles inerme dentro un taxi, probabilmente già morto, infilato come un pacco e la testa ripiegata per poter chiudere la portiera, e una donna con la macchina fotografica, una fotoreporter, che si libera dalla stretta della sicurezza siriana, raggiunge il taxi e quando lo vede urla più e più volte “è morto, è morto!” in faccia ai soccorritori. Insieme, un grido di disperazione e un’ultima angosciata domanda, come se quella evidenza potesse non essere definitiva.
Quella donna era la sua compagna, anche lei un’appassionata fotogiornalista.
Di Jacquier, il suo capo a Parigi ha detto: “Non è mai tornato senza immagini o video”. Un professionista, Gilles, che però non si era arreso all’indifferenza.
Lo testimonia la sua zoomata sul volto scartavetrato dal vetriolo di una ragazza afgana in ospedale, “colpevole” di voler andare a scuola, nel documentario “école, le tableau noir” (premiato col Jean-Louis Calderon).
Bertrand Coq, co-autore con Jacquier del reportage da Nablus che ha vinto il prestigioso Albert-Londres nel 2003, ha detto: “Gilles non aveva paura di nulla, non ha mai corso rischi inutili”. Neanche stavolta.
Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo ”Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva.
- Giovedì 12 Gennaio 2012

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