
(Credits: AP Photo/UNMISS, Isaac Billy)
Si continua a morire in Sud Sudan. Sono riesplosi gli scontri nella regione di Jonglei, nell’area orientale del Paese. Villaggi dati alle fiamme. L’ultimo bilancio delle vittime è di 57 morti, tra cui molte donne e bambini. E per chi riesce a fuggire si apre la triste strada dei campi profughi.
Qualche giorno fa le Nazioni Unite hanno parlato di una “situazione di estrema emergenza” in Sud Sudan, e hanno chiesto alla comunità internazionale di rafforzare l’impegno nel Paese africano che, ancora una volta, salta agli “onori” delle cronache per i morti e le violenze. Ma gli scontri tra etnie non accennano a fermarsi e hanno già causato distruzione, morte e fame.
Le operazioni dell’Onu puntano ad aiutare circa 50.000 persone, costrette a lasciare le loro abitazioni a causa degli scontri tra gruppi etnici rivali. E, anche se al momento non esiste alcuna prova di uccisioni di massa, solo l’ultima settimana si sono contati 3.000 morti e la spirale di sangue non accenna a fermarsi. Secondo le stime, circa 350.000 persone hanno abbandonato i loro villaggi l’anno scorso, in seguito a vendette e minacce a sfondo etnico.
Un altro serio problema per il Sud Sudan, Stato da poco indipendente che già deve riuscire a gestire l’alta tensione ai confini con il vicino Sudan del dittatore Omar al Bashir. Il Sud Sudan è una delle regioni più povere al mondo. Si è svincolato dal Sudan a luglio dello scorso anno, ma non ha praticamente alcuna infrastruttura, dalle strade alle ferrovie, alle scuole e agli ospedali. E questo a causa di un pesante conflitto, durato più di venti anni.
Oggi, il Paese si ritrova “indipendente”, ma non per questo libero dal giogo della fame e della povertà e, soprattutto, è ancora schiacciato dalle tensioni che attraversano gli strati della società sudanese, caratterizzata da un elevato tasso di litigiosità tra le diversità di etnie, spesso in competizione tra loro per il predominio sui villaggi e sull’intero territorio.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
- Venerdì 13 Gennaio 2012


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