
Newt Gingrich (Credits: LaPresse/Matt Rourke)
Newt Gingrich ha riaperto i giochi per la nomination repubblicana vincendo le primarie in South Carolina con un distacco di quasi 12 punti su Mitt Romney(40 a 28). L’ex Speaker della Camera - che aveva annunciato il suo ritiro se nel Palmetto State avesse vinto il suo rivale - torna invece prepotentemente in gara, ferma la corsa del Frontrunner e promette di dargli battaglia sin dal prossimo appuntamento: le primarie in Florida, il 31 gennaio.
Per Mitt Romney è stata una sconfitta cocente, arrivata dopo una settimana di fuoco. In testa nei sondaggi fino a tre giorni prima del voto, l’ex governatore del Massachusetts ha pagato le polemiche sull’ammontare della tasse che ha dichiarato pubblicamente, ma senza mostrare documenti, di pagare al fisco e quelle sul suo passato alla Bain Capital (in uno stato molto colpito dalla disoccupazione, il suo ruolo di manager che ristrutturava aziende, licenziandone i dipendenti non poteva essere una buon biglietto da visita).
In più c’è stato l’effetto (psicologico) del riconteggio dei voti in Iowa che ha dato la vittoria (virtuale) a Rick Santorum (che in South Carolina si è piazzato terzo, con il 17% dei voti, davanti a Ron Paul) e che ha dato la sensazione di un Mitt Romney più vulnerabile di quanto si pensasse dopo la notte del trionfo a Des Moines.
Quello che si riteneva essere il suo asso nella manica per vincere le primarie, ovvero essere ritenuto l’unico candidato credibile contro Barack Obama, è diventata (almeno in queste ore) un’arma spuntata dopo i risultati della South Carolina. In uno stato dove si era piazzato quarto nel 2008 e che ora, invece, sembrava disposto a dargli fiducia, Mitt Romney ha evidenziato tutto i suoi limiti, non riuscendo a conquistare un elettorale molto diverso da quello del New England.
Newt Gingrich è stato bravo a risalire la china. Dopo che era stato dato per spacciato, ha fatto un’intelligente campagna in South Carolina. Si è proposoto come un candidato “conservatore puro” e ha raccolto i voti della base repubblicana, dal Tea Party ai gruppi evangelici, dai conservatori sociali ai delusi dai politici di Washington, che si contrappongo all’establishment (impersonificato da Mitt Romney). E neppure le polemiche sulle sue vicende personali (le rivelezioni della ex moglie) sembrano averlo danneggiato. Anzi. La sua reazione energica agli attacchi durante i dibattiti televisivi sembra essere stata apprezzata dagli elettori.
In questo senso, la vittoria di Newt Gingrich in South Carolina acquista una forza vigorosa. L’ex Speaker della Camera si pone ora come vera alternativa a Mitt Romney, contando su di una base elettorale che può essere vasta nel paese. Per l’ex governatore del Massachusetts non poteva esserci scenario peggiore. Il South Carolina ha dimostrato la siderale distanza tra lui e alcuni gruppi che fanno parte dell’universo repubblicano e che sono in grado di condizionare la corsa per la nomination.
Newt Gingrich dovrà ora essere in grado di competere con Mitt Romney su due piani. Il primo, quello politico: il suo obiettivo è quello di conquistare i voti dei moderati che ora prediligono l’ex governatore del Massachusetts, dimostando di essere un candidato anti Obama più credibile del suo avversario. Il secondo piano è quello delle risorse finanziarie. In South Carolina, l’ex Speaker è stato aiutato dai finanziamenti di un miliardario Sheldon Adelson, che ha foraggiato con 5 milioni di dollari la sua campagna si spot televisivi. Riuscirà ad avere i fondi necessari per contrastare la ricca macchina da guerra (in termini di milioni di dollari a disposizione) di Mitt Romney?
Mitt Romney dovrà vedersela con Newt Gingrich per la nomination ed è probabile che solo a primavera si sappia quale sarà l’esito dello scontro. Che sarà molto aspro, con tutte le conguenze del caso nel partito repubblicano.
Quello che infatti evidenziano le primarie in South Carolina è una elettorato del GOP diviso a metà: da una parte i moderati, i filo - establishment, dall’altra il Tea Party e i gruppi religiosi che fanno capo alle chiese evangeliche. Se nessun candidato, come pare ora, riuscirà a riunirli sotto una sola bandiera, per i repubblicani la corsa per la Casa Bianca potrebbe risultare un’impresa molto difficile.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Domenica 22 Gennaio 2012


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