
Jon Huntsman, Rick Santorum, Mitt Romney, Ron Paul, Newt Gingrich, Rick Perry, David Gregory (Credits: AP Photo/Charles Krupa)
di Sergio Romano
Non vi è democrazia in cui i leader dell’opposizione, alla vigilia di una scadenza elettorale, non attribuiscano al governo la colpa di tutti i guai accaduti nei mesi precedenti. In Francia François Hollande, candidato del Partito socialista alle prossime presidenziali, sostiene che la perdita di una A, nella pagella scritta da Standard and Poor’s, è il risultato della «cattiva» politica economica di Nicolas Sarkozy.
La regola si applica naturalmente anche agli Stati Uniti, dove i candidati del Partito repubblicano attribuiscono a Barack Obama tutti i mali dell’economia americana e sembrano dimenticare che la crisi dei mutui scoppiò alla fine del doppio mandato di George W. Bush.
Il favorito fra i candidati repubblicani, Mitt Romney, è sempre stato, nel corso della sua vita politica, l’uomo del giusto mezzo, molto attento alle esigenze del mondo degli affari, esperto di finanza e organizzazione aziendale, ma sensibile ai problemi dei ceti sociali meno favoriti. Nel periodo in cui fu governatore del Massachusetts (2002-2006) adottò una riforma sanitaria che somiglia a quella voluta da Barack Obama per gli Stati Uniti e fortemente contestata dal Partito repubblicano. Ma questo non gli impedisce di condurre una battaglia elettorale in cui i toni della polemica contro il presidente in carica sono particolarmente duri e sferzanti.
Le cause sono almeno due. La prima è la crisi economica e finanziaria, con il suo inevitabile strascico di fallimenti, disoccupazione, crollo dei consumi, caduta del livello di vita. La seconda, forse più importante, è il forte disagio del suo partito dopo la nascita di un grande movimento popolare e populista, libertario e conservatore, nazionalista e isolazionista. Il Tea party non ha un leader e un programma ideologicamente coerente. Ma rappresenta una somma di malumori, rabbie e frustrazioni a cui nessun partito, soprattutto conservatore, può voltare le spalle.
Tutti i candidati repubblicani lo sanno e ciascuno di essi è convinto che la vittoria nelle elezioni primarie dipenda anzitutto dalla sua capacità di apparire credibile a questa parte dell’elettorato e a un altro gruppo sociale, gli evangelici, particolarmente agguerrito. Il risultato è una gara a chi denuncia Obama con maggiore vigore.
I candidati più seri, fra cui Romney, non ricorrono ai maligni sospetti di coloro che odiano il presidente (non è americano, è musulmano, il suo certificato di nascita è falso), ma si servono di espressioni che non sono negli Stati Uniti meno infamanti: è socialista, è più europeo che americano. Il desiderio di conquistare il popolo del Tea party sta rendendo questa fase della campagna elettorale particolarmente velenosa. Anche candidati moderati come Romney corrono il rischio di esserne condizionati.
Prima o dopo, tuttavia, Romney dovrà rendersi conto che il candidato troppo attento agli umori della destra radicale corre un altro rischio: quello di perdere i consensi di quella larga zona della società americana che non è, pregiudizialmente, né democratica né repubblicana. Come in ogni altra democrazia esiste negli Stati Uniti un elettorato indipendente che è molto spesso l’ago della bilancia. La popolarità di Obama è stata fortemente intaccata dalla crisi e da uno stile di governo che appare a molti debole e tentennante.
Ma quanto più i repubblicani appaiono faziosi, tanto più il presidente ha qualche buona possibilità di conservare la carica; soprattutto se avrà al suo fianco, come candidata alla vicepresidenza, Hillary Clinton, oggi uno dei protagonisti più popolari della vita pubblica americana.
- Lunedì 23 Gennaio 2012

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