Un anno fa il vento dlla Primavera araba è arrivato fino in Egitto. Il 25 gennaio del 2011, sulla scia delle manifestazioni tunisine, migliaia di persone si riuniscono in Piazza Tahrir, nel cuore del Cairo. Dopo 18 giorni di proteste e scontri, l’ultimo faraone d’Egitto, Hosni Mubarak, lascia il potere, a 30 anni dalla sua incoronazione.
Al Cairo si respira aria di anniversario. Sin dalle prime ore del mattino Piazza Tahrir, emblema della rivoluzione egiziana, ha cominciato a riempirsi di persone. Il Paese delle Piramidi oggi ha un volto diverso rispetto a quello di dodici mesi fa, ma le proteste non si sono ancora fermate. Nonostante la cacciata di Mubarak e le prime elezioni democratiche in sessanta anni, il popolo egiziano adesso ha un altro obiettivo da raggiungere: costruire un Paese “nuovo”, che non sia caratterizzato dal marchio a vita dell’élite militare.
Quella egiziana è stata anche definita la “rivoluzione dei generali“, visto il ruolo avuto dall’esercito nel proteggere i manifestanti di Piazza Tahrir, di fronte alle “truppe” delle forze di sicurezza di Mubarak. Ma adesso, proprio quel vertice militare, blocca come un tappo l’evoluzione democratica del Paese e non vuole fare un passo indietro e abbandonare quella fetta (consistente) di potere che ha conquistato. Altri morti ci sono stati in Piazza Tahrir, anche quando Mubarak ormai era un ricordo del passato.
Per questa ragione, oggi al Cairo si celebra un anniversario cruciale nella storia del Paese, ma si continua anche a dimostrare nell’ottica di un cambiamento radicale della vita politica ed economica egiziana. Gli indicatori egiziani non promettono nulla di buono, a cominciare dall’economia. Dopo un anno di manifestazioni e proteste, indirizzate principalmente contro il ruolo della classe militare, oggi l’Egitto si risveglia nel pieno di una feroce crisi finanziaria, che potrebbe minacciare il delicato passaggio della transizione politica del Paese.
Come se non bastasse, l’exploit dei Fratelli Musulmani, che per la prima volta dalla loro fondazione 80 anni fa, hanno raggiunto il potere nel cuore del mondo arabo, rischia di trasformarsi in un altro caos. Le prime avvisaglie della confusione che regna sovrana nelle schiere del movimento islamico che si è aggiudicato il primo round di elezioni in Egitto, si sono viste in Parlamento qualche giorno fa.
Nel momento di trovare un accordo per l’elezione dello Speaker, i Fratelli hanno cominciato a litigare ferocemente. Solo a notte fonda sono riusciti a convogliare i loro consensi su Saad el Katatni, ma non senza lasciare sul campo amarezza e veleni, che non fanno sperare in un futuro poi così sereno.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
- Mercoledì 25 Gennaio 2012


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Commenti
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Il 25 Gennaio 2012 alle 12:43 ilgrandecolibri ha scritto:
La vittoria elettorale da parte dei partiti islamisti e la sostanziale irrilevanza nelle urne dei movimenti rivoluzionari (che però, in parte, hanno boicottano le elezioni - e anche questo spiega il risultato) non sono buone notizie sul fronte della democrazia. E’ anche vero che la grande enfasi di molti media occidentali sul “pericolo islamista” non è condivisa da numerosi attivisti egiziani, che temono molto di più la giunta militare…
(link: Parlamento islamista, cosa cambia?)
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