Un anniversario amaro e pieno di incognite, in un quadro politico incerto, anzi esplosivo, e un solo dato acclarato dopo le ultime elezioni che hanno consegnato più dei due terzi del Parlamento egiziano ai partiti islamici: la primavera del Cairo, la rivoluzione di Piazza Tahrir, era islamica, non liberale.
In Egitto la rivolta è cominciata il 25 gennaio 2011 e non è stato subito chiaro il reale rapporto di forze tra il popolo dei giovani liberali nutriti a latte e Internet e quello degli islamici più o meno fanatici, orfani di Nasser contrari alla dittatura laica filo-occidentale (e corrotta) di Mubarak e della casta militare. Non solo ha trionfato nelle urne il partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani, con quasi la metà dei voti e dei seggi, ma secondi sono arrivati i radicali islamisti salafiti di Al-Nour. E c’è un terzo partito islamista, il Wasat.
Nel complesso gli islamici raggiungono addirittura i tre quarti dei seggi nella quota proporzionale. I liberali di Al-Wafq sono soltanto la terza formazione (il 9% dell’elettorato). I giovani illuminati che frequentano la piazza e/o l’Università si sono risvegliati soli e fragili.
Quanto ai militari, si propongono come garanti di una transizione pacifica, ma continuano a subire la pressione di Piazza Tahrir. Serve a poco aver sospeso lo stato d’emergenza e annunciato la liberazione di quasi 2 mila detenuti. I primi due cortei di oggi per celebrare l’anniversario di inizio Rivoluzione erano guidati da autorevoli personalità internazionali (Amr Mussa, ex segretario generale della Lega Araba, e El Baradei, ex direttore generale dell’AIEA, l’Agenzia per l’energia atomica), accomunati dalla battaglia contro la permanenza dei militari al timone.
Su tutti, poi, grava una crisi economica di proporzioni immense. L’Egitto vive di turismo, crollato con la Rivoluzione, e di sussidi occidentali (oggi a rischio). L’inflazione è schizzata sopra il 9,5 per cento, le riserve di valuta si sono dimezzate in un anno passando da 36 a 18 miliardi di dollari, la disoccupazione è “appena” al 40 per cento, e il prezzo di pane e petrolio rischia di impennarsi con tutte le prevedibili ricadute sociali.
L’instabilità egiziana contribuisce a minare gli equilibri internazionali per la posizione strategica nello scacchiere mediorientale e il prestigio culturale e religioso delle sue università che nel mondo arabo sono state sempre punti di riferimento insieme a quelle saudite. La rivoluzione incompiuta è una minaccia. I militari si tengono aggrappati al potere. Nuovi leader si fanno avanti. I giovani soffrono la frustrazione dell’incomprensione popolare. I liberali non hanno ossigeno per respirare. E l’economia annaspa. L’unica speranza, paradossalmente, è riposta nella saggezza degli islamici moderati che hanno lanciato due segnali incoraggianti: sono interessati al prestito di 3,2 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale, e non appaiono interessati a un’alleanza con i salafiti estremisti.
C’è poco da celebrare, oggi. La Rivoluzione continua.
Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo “Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva.
- Mercoledì 25 Gennaio 2012


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