
(Credits: Ansa)
Spia e principessa. Noor Inayat Khan (aka Nora Baker) è stata la prima donna a gestire operazioni di intelligence nella Francia occupata dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Donna di incredibile cultura, di una grazia e di una bellezza fuori dal comune, fu catturata dai nazisti durante dei rastrellamenti a Parigi e spedita nel campo di concentramento di Dachau, dove morì fucilata.
Aveva 30 anni e già tante vite alle spalle. Noor Inayat Khan nasce il 1 gennaio del 1914 in Russia, da padre principe indiano di religione islamica, musicista e mistico Sufi, e madre americana. Insomma, il fertile miscuglio di culture ed etnie in lei c’è sin dal concepimento, ma di sicuro suo padre, morto quando Noor era un’adolescente, non avrebbe mai immaginato per la sua principessa, prima di quattro figli, un destino così rocambolesco.
Poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, la famiglia Inayat Khan lascia Mosca per Londra e sei anni dopo si trasferiscono a Parigi. Noor è una bambina, ma già dimostra una propensione spiccata per le lingue. Dopo la morte del padre, si occupa della famiglia, studia e lavora. Si laurea in Psicologia infantile alla Sorbonne, ma non tralascia la passione per la musica, che continua a coltivare anche in memoria del papà. Suona alla perfezione sia l’arpa che il pianoforte.
Romantica, timida e tenace allo stesso tempo, comincia a collaborare con la radio francese e, intanto, scrive storie per bambini. Nel 1939 a Londra (dove intanto la famiglia si è nuovamente trasferita) viene dato alle stampe il suo primo (e unico) libro: Twenty Jataka Tales (Venti favole Jataka), una selezione dalle cinquecento favole indiane con protagonista Buddha e le sue molteplici reincarnazioni, sia animali che umane, e le sue avventurose peripezie alla scoperta del significato del mondo reale. Un destino già scritto, perché da lì a poco anche Noor muta “sembianze” e viene arruolata dall’intelligence britannica.
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Nonostante gli insegnamenti pacifisti dei genitori, Noor e suo fratello Vilayat decidono che quella nazista è una tirannia odiosa, che va combattuta con ogni mezzo. Così, Vilayat entra nella RAF (Royal Air Force), mentre Noor si unisce alla WAAF (Women’s Auxiliary Air Force) e viene inviata come “telegrafista” in Francia. E’ il 1940. Ma la ragazza si annoia. Troppo brillante per telegrafare e basta. Viene notata dai vertici dell’SOE (Special Operation Executive - il gruppo voluto da Winston Churchill per effettuare operazioni di spionaggio ad alto rischio in territorio nemico) e nel febbraio del 1943 viene mandata a “scuola” per diventare un’agente al servizio di Sua Maestà.
Finito l’addestramento, Nora Baker torna a Parigi sotto mentite spoglie (oltre che falso nome) e lì inizia la sua attività. Passano pochi mesi e il 13 ottobre, durante una retata, viene catturata dalla Gestapo. Testimoni raccontano che la “principessa dolce”, come era conosciuta negli ambienti dell’intelligence britannica, tirò fuori le unghie e i denti, difendendosi con tutta la forza che aveva. Ma non riuscì a fuggire. Fu portata in carcere e qui interrogata per più di un mese. Non ci sono prove delle torture che ricevette, ma è certo che i nazisti fecero di tutto per estorcerle delle informazioni. Ma lei tenne la bocca cucita e, anzi, riuscì a scappare dal quartier generale dei servizi tedeschi. Era il 25 novembre.
Ma la libertà durò il breve attimo di un respiro. Fu immediatamente ricatturata e la Gestapo la classificò come “elemento altamente pericoloso” e la spedì in isolamento nel carcere di Pforzheim (alle porte della Foresta Nera) come una prigioniera Nacht und Nebel, ossia condannata a “sparire senza lasciare traccia“. Il suo destino era già segnato e portava direttamente ai lager nazisti. Dopo circa un anno di prigione e continui, terribili interrogatori, l’11 settembre del 1944 Noor Inayat Khan e altre tre agenti dell’SOE (tutte donne) vengono trasferite al campo di concentramento di Dachau.
All’alba del 13 settembre del 1944, vengono freddate con un colpo secco alla testa e i loro corpi immediatamente bruciati nei forni crematori. Appunto, “sparizione senza lasciare traccia”. Ma un anonimo testimone olandese, sopravvissuto a Dachau, in seguito racconterà che prima di essere uccisa la principessa-spia fu picchiata selvaggiamente dalle SS e che le sue ultime parole furono, in realtà, una parola sola: Liberté. Un termine che racchiude il mondo, come insegna il Buddha. I nazisti hanno fallito. Noor non è affatto sparita senza lasciare traccia.
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Anna Mazzone è giornalista, vive a Roma ma sogna di trasferirsi a Istanbul. E’ direttore della rivista Formiche e collabora con il quotidiano Il Riformista, per il quale scrive di Giappone, Turchia e Caucaso, e con Radio3Mondo di RadioRai, dove si occupa della rassegna stampa internazionale
- Venerdì 27 Gennaio 2012

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