
La prima seduta del parlamento egiziano, dopo le elezioni delle scorse settimane, ha coinciso con la vigilia del primo anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir ed è stata una festa della democrazia, con la presenza delle telecamere nell’aula e folle entusiaste che salutavano con gioia, intorno al palazzo, l’arrivo dei rappresentanti del popolo. Ma la prognosi, come direbbe il medico, resta riservata. Le maggiori forze politiche si erano accordate per eleggere alla presidenza della Camera un esponente moderato della Fratellanza musulmana (Saad el-Katatni) e vi sono riuscite, ma soltanto dopo un furibondo dibattito provocato dall’apparizione di una candidatura imprevista. I deputati hanno prestato giuramento di fedeltà allo stato e alla carta costituzionale, ma qualcuno ha cercato di giurare sulla rivoluzione e alcuni salafiti (membri di un partito islamista più radicale della Fratellanza, che ha raccolto il 20 per cento dei voti) hanno tentato di aggiungere una clausola con cui si afferma la superiorità della legge divina sulle leggi terrene.
Vi sono altri segnali poco rassicuranti. I salafiti hanno rifiutato di assistere alle celebrazioni copte del Natale ortodosso. Il processo dell’ex presidente Hosni Mubarak si trascina faticosamente da un’udienza all’altra e la sentenza, quale che sia (il carcere o la morte), avrà l’effetto di spaccare il paese. In giugno gli egiziani torneranno alle urne per eleggere il capo dello stato, ma i militari non hanno ancora deciso quando e a chi cedere almeno una parte del loro potere.
L’economia è un motore inceppato. Molte industrie sono chiuse, i capitali fuggono all’estero, la disoccupazione è considerevolmente aumentata. Che cosa accadrà del turismo egiziano (la maggiore partita del bilancio nazionale) se l’islamismo radicale pretenderà la proibizione dei bikini nelle spiagge e dell’alcol negli alberghi? Che cosa accadrà se gli Stati Uniti smetteranno di versare allo stato egiziano, ogni anno, la somma di 1,1 miliardi di dollari? L’Egitto ha risorse morali e intellettuali, molti notabili di lungo corso, una casta militare legata all’Occidente, qualche buona istituzione collaudata dal tempo. Ma le incognite, a un anno dalle prime manifestazioni popolari contro il regime, restano numerose; e l’instabilità egiziana continuerà a contagiare una regione dove le crisi arabe irrisolte sono almeno tre: Siria, Libia, Yemen.
In Siria il quadro è quello di una guerra civile dove i sunniti insorti contro il regime possono addirittura impadronirsi di una città, come è accaduto negli scorsi giorni, ma gli uomini di Bashar al-Assad sono ancora troppo numerosi e forti per accettare compromessi. La missione della Lega araba (165 persone) si sposta laboriosamente da una città all’altra, ma ha già dimostrato la sua impotenza. Il regime può ancora contare su qualche amicizia internazionale, fra cui quella della Russia che ha qui, nel porto di Tartus, la sua unica base mediterranea. In Libia le manifestazioni contro il Consiglio nazionale di transizione a Bengasi e l’improvvisa apparizione di una formazione militare gheddafiana a Bani Walid, una città della Libia nordoccidentale, dimostrano una volta di più che la guerra è stata vinta dalla Nato e che non esiste per il momento una forza politica nazionale capace di guidare la ricostruzione politica ed economica del paese. In Yemen, infine, possiamo soltanto sperare che la partenza per gli Stati Uniti del presidente Ali Abdullah Saleh migliori la situazione. Ma anche quella yemenita, come quelle della Siria e del Libano, è una guerra civile, vale a dire la più intrattabile e imprevedibile delle crisi.
- Lunedì 30 Gennaio 2012

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