
Il Presidente taiwanese Ma Ying-jeou (Credits: AP Photo/Vincent Thian)
Per alcuni la rielezione di Ma Ying-jeou era scontata, ma per la maggior parte degli analisti avrebbe dovuto essere la leader dei democratici Tsai Ing-wen ad avere la meglio nelle elezioni di metà gennaio, immaginando che i taiwanesi fossero stufi di affidarsi a un leader che ha sempre messo la Repubblica popolare al primo posto nella sua lista di priorità.
E invece il Presidente nazionalista pro-Cina, un accostamento che sarebbe stato impensabile per qualsiasi membro del Kuomintang fino a quando quest’ultimo è stato guidato da Chiang Kai Shek, il generale che Mao Zedong ha sconfitto negli anni della guerra civile costringendolo a rifugiarsi a Taiwan, e da suo figlio Chiang Ching-kuo, probabilmente non si è mai sentito in pericolo. Forse perché da quando è stato eletto Presidente di Taiwan, nel 2008, è stato capace di giocare contemporaneamente su più tavoli. Dimostrando di aver messo la Cina popolare tra le sue priorità solo “per il bene di Taiwan“.
Nato a Hong Kong e vissuto negli Stati Uniti, Ma Ying-jeou è l’uomo che è riuscito a mettere fine a mezzo secolo di tensioni con la Cina popolare. L’incontro del 2008 con Chen Yunlin rimarrà per sempre nella storia. La sua carriera politica è iniziata negli anni ‘80, quando a 38 anni ha deciso di abbandonare quella di avvocato per diventare il segretario personale dell’allora Presidente Chiang Ching-kuo, che lo ha successivamente ”promosso” prima Ministro della Giustizia e poi Ministro senza portafoglio. Nel 2005 è stato invece eletto Segretario del Partito nazionalista, ma appena un anno dopo uno scandalo finanziario ha rischiato di fargli perdere tutta la credibilità precedentemente accumulata. Eppure, la decisione di lasciare temporaneamente il Partito e la carica di Sindaco di Taipei per affrontare un processo da cui è uscito a testa alta gli ha permesso non solo di ritornare in pista e di vincere le elezioni nel 2008, ma anche di imporre la sua nuova politica cinese. Che ha avuto senza dubbio un enorme successo.
“Abbiamo migliorato i rapporti economici e commerciali con la Repubblica popolare, e questo ci ha permesso di convincere tanti altri paesi che i tempi siano ormai maturi per valutare accordi simili”, spiega con grande soddisfazione il Presidente appena rieletto. “Dal loro punto di vista, se la Repubblica popolare può collaborare con Taiwan, non ci sono motivi per cui non possano farlo anche loro. E infatti il commercio con Stati Uniti, Europa, Giappone e Sudest Asiatico è cresciuto vertiginosamente in pochissimo tempo”. Per quel che riguarda i rapporti politici con la Cina, il Presidente Ma spiega che “nessun paese al mondo può permettersi oggi di trascurare quella che è diventata la seconda potenza mondiale, e quindi anche le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a diventare sempre più strette”. Insomma, anche per il Partito nazionalista taiwanese la Repubblica popolare oggi rappresenta non più soltanto una minaccia, ma “un’opportunità da cogliere, per quanto rischiosa essa possa essere. L’isolamento degli ultimi anni ha portato tanti a identificare noi come i responsabili delle tensioni lungo lo stretto. Ma se continueremo a dimostrare di essere aperti al dialogo, nel lungo periodo otterremo solo vantaggi”. Eppure, per quando l’opposizione lo accusi di essere il Presidente che tradirà Taiwan accettando la riunificazione, è impossibile che un leader nazionalista possa arrivare a tanto.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” alla John Cabot University e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per diverse testate e ha lavorato per molti anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama
- Giovedì 2 Febbraio 2012


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