
Mitt Romney e Donald Trump (Credits: LaPresse/Julie Jacobson)
Le modalità dell’annuncio sono state quelle tipiche date dall’originalità del personaggio; una sorpresa, il colpo di teatro di un uomo abituato ormai a coniugare in pubblico e senza alcuna remora fama e ricchezza, popolarità e denaro, politically (no) correct e passione politica, affari ed elezioni. Un businessman avezzo a usare il mezzo televisivo, esercitato a recitare la sua parte in prima persona e senza alcuna maschera, allenato a mostrarsi per quello che è: un miliardario e un istrione.
Donald Trump ha scelto come scenografia la vasta hall di uno dei suoi alberghi di lusso a Las Vegas per annunciare a due giorni dalle primarie in Nevada il suo appoggio a Mitt Romney, il frontrunner nella corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca. Un edorsement che arriva inaspettato, espresso da un protagonista (anche) delle cronache politiche degli ultimi mesi visto che Trump aveva fatto intendere la sua volontà di scendere in campo nel caso in cui il fronte repubblicano non avesse fornito un “cavallo di razza” in grado di battere Barack Obama.
Donald Trump ora, invece, punta le sue carte su Mitt Romney, ritenendolo un candidato credibile, capace di arrivare fino alla Casa Bianca. E questo nononostante tutto faccia pensare che tra i due personaggi (oltre che a qualche screzio nel passato, quando il primo ha accusato il secondo di aver provocato il licenziamento di migliaia di persone con la sua attività alla Bain Capital) ci sia un abisso in termini politici: moderato l’ex governatore del Massachusetts, populista e radicale il ricco immobiliarista, più vicino nei toni (e nella sostanza) a un Herman Cain, ma soprattutto all’ultimo Newt Gingrich. Se la sua scelta è dunque caduta su Romney e non sull’ex Speaker è quindi a causa della grande virtù dimostrata dal Frontrunner: l’Eleggibilità.
Ma è anche segno che la il gotha finanziario statunitense fa quadrato attorno a Mitt Romney, ritenuto (e a ragione) una sua diretta espressione. Che Wall Street avesse voltato le spalle a Barack Obama era abbastanza chiaro, anche se alcuni suoi settori - storicamente vicini ai democratici - continuano a foraggiare la sua campagna elettorale.
Ma una ricerca del Center for Responsive Politics dimostra come negli ultimi mesi la maggior parte dei finanziamenti siano stati direzionati verso Romney. Nell’ultimo trimestre del 2011, i dipendenti delle 68 società prese in esame, tra grandi banche, fondi d’investimenti, società finanziarie, hanno donato all’ex governatore 1 milione e mezzo di dollari, mentre il comitato elettorale del presidente ha ricevuto solo 127.000 dollari. Proporzioni e tendenza del flusso di denaro che dovrebbero essere rispettate anche nel prossimo futuro.
Per gli avversari di Mitt Romney, l’endorsement di Donald Trump è la prova certa che l’America più ricca è dalla sua parte. Una carta che Obama si giocherà in campagna elettorale. Per ora, per l’ex governatore si tratta di portare a casa la nomination. Tutti i sondaggi dicono che vincerà anche le primarie di sabato in Nevada, conquistando altri 28 delegati per la convention. Ora è a quota 65 e ne servono 1.144 per ottenere la candidatura in estate a Tampa.
L’esito del voto a Las Vegas è scontato. Newt Gingrich - che contesta il metodo di assegnazione dei delagati scelto dalla Florida (Winner takes all”) - punta all’affermazione in qualche stato nel Super Martedì d’inizio marzo. L’ex speaker non si arrende, nonostante i risultati, nonostante sappia che (con tutta probabilità) il suo “momento” non tornerà, nonostante il “licenziamento” di Donald Trump.
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Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Venerdì 3 Febbraio 2012


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