
Mitt Romney (Credits: EPA/MICHAEL NELSON)
L’esito finale dei caucus del Nevada era scontato, ma non per questo la vittoria di Mitt Romney può essere considerata meno significativa. L’ex governatore del Massachusetts ha fatto il pieno di voti in queste consultazioni aperte ai solo iscritti al partito Rpubblicano (42.6%), si è confermato il Frontrunner e grazie al distacco inflitto agli avversari (Newt Gingrich è arrivato secondo con il 26% dei voti, terzo Ron Paul con il 18.5% e ultimo si è classificato Rick Santorum ha avuto il 13%) può guardare con ragionevole ottimismo al prossimo appuntamento con le primarie in Minnesota e in Colorado (dove è il favorito), il 7 febbraio.
In Nevada, Mitt Romney giocava in casa. La presenza di una forte comunità mormone l’ha reso da sempre il favorito e pochi pensavano che non sarebbe riuscito a fare il bis della vittoria della campagna del 2008.
Ma, a differenza di quattro anni fa, in questa occasione, Romney doveva affrontare alcune importanti incongnite: la grave crisi economica che ha attanagliato il Silver State e la nuova struttura della base repubblicana, composta per lo più di attivisti e simpatizzanti del Tea Party, conservatori sociali, evangelici, tutti gruppi con i quali Mitt Romney non ha un buon rapporto.
Nel “suo” Nevada, Mitt Romney ha quindi dovuto fare i conti con i due fattori che rischiano di indebolire la sua campagna elettorale a livello nazionale: da una parte l’economia, la disoccupazione e tutte le polemiche rispetto alla sua figura di “Uomo di Wall Street” e dall’altra, invece, la scarsa fiducia che egli riscuote nell’elettorato più conservatore. I risultati del caucus dimostrano che questi due ostacoli possono essere superati.
A Las Vegas sono contati di più altri due elementi: l’appartenenza (la comunità mormone), ma soprattutto l’Eleggibilità, la possibilità di giocarsela con Barack Obama alla pari.
Non è un caso che il discorso della vittoria, Mitt Romney l’abbia dedicato agli attacchi contro il presidente. Con la nomination (quasi) già in tasca, la maggior parte dei suoi interventi sono rivolti al duello autunnale con Obama. Da alcuni giorni c’è però un elemento di difficoltà in più per il Frotnrunner repubblicano. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è sceso all’8.3%.
È sempre molto alto, ma la Casa Bianca l’ha rivendicata come una vittoria delle politiche economiche del governo. Romney è apparso impacciato nel rispondere, non è riuscito a stoccare il colpo, come aveva fatto invece in passato.
Barack Obama si presenterà in campagna elettorale come il difensore del ceto medio e indicherà in Romney (se sarà lui l’avversario) come il rappresentante dei circoli finanziari più esclusivi e potenti (che fanno capo a Wall Street) che vogliono mandare a casa il presidente della Middle Class. L’ex governatore del Massachusetts deve studiare bene le contromosse, se non vuole rimanere con le spalle al muro.
E stare attento ai passi che fa. Per esempio, l’endorsement ricevuto dal miliardario Donald Trump sembra essere diventato un autogol. Un sondaggio fatto tra la base repubblicana svela che la maggior parte degli interpellati pensa che sia stato un errore.
L’economia è il terreno su cui si vinceranno le elezioni di novembre. Gli ultimi dati potrebbero far sorridere Barack Obama. Per i repubblicani, non c’è scenario peggiore che trovarsi a ridosso dell’appuntamento con le urne con l’arma dell’occupazione spuntata.
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori
- Domenica 5 Febbraio 2012

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