di Sergio Romano
La missione della Lega araba in Siria ha gettato la spugna e ha rinunciato al tentativo di separare i contendenti. Ma è ancora a Damasco in attesa che qualcuno al Cairo, sede dell’organizzazione, decida la sua sorte. All’Onu, gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali stanno lavorando sul testo di una risoluzione che inviterebbe il presidente siriano Bashar al-Assad a farsi da parte per favorire la formazione di un governo provvisorio. Ma la Russia ha già fatto sapere che non esiterebbe ad affossare la risoluzione con il proprio veto. A Mosca il governo russo ha invitato i contendenti a un incontro, all’ombra del Cremlino, per la ricerca di un compromesso. Però gli oppositori del regime non vogliono parlare con Assad. Vogliono continuare a battersi nella speranza che l’Occidente, indignato dalla repressione, proclami una zona d’interdizione aerea e applichi alla questione siriana il metodo adottato per il regime di Muammar Gheddafi.
Tuttavia, dopo i dubbi risultati dell’operazione libica, è molto improbabile che gli Stati Uniti, la Francia, la Gran Bretagna e la Nato vogliano esporsi ai rischi di uno scontro militare complicato e pericoloso. La Siria non è la Libia, Assad non è Gheddafi. Mentre il colonnello libico aveva soltanto amici lontani e impotenti, la Siria può contare sulla Russia, sull’Iran, su Hezbollah, su una buona parte della dirigenza politica irachena e sulle simpatie di quella “mezzaluna sciita”, di cui re Abdullah di Giordania ha denunciato l’esistenza qualche anno fa. Mentre Gheddafi non poteva fare affidamento sulle forze armate e doveva mettere in conto la possibile secessione di una intera regione, Assad ha potuto contare sinora su un esercito bene attrezzato, su un partito politico interessato alla preservazione del regime, sulla fedeltà della minoranza alauita (una setta di origine sciita), sulla borghesia degli affari e su tutti coloro (fra cui le comunità cristiane) che preferiscono un governo laico a un regime prevalentemente sunnita in cui molte leve del potere cadrebbero nelle mani della Fratellanza musulmana.
Esiste un rebus siriano, quindi, che nessuno per il momento sembra essere in grado di risolvere. Questo non significa che tutti i paesi della regione siano disposti ad adottare un atteggiamento impeccabilmente neutrale. La Turchia ospita alcuni nuclei politici della resistenza e non saremmo sorpresi se scoprissimo che gli insorti godono ad Ankara di altri aiuti più sostanziali. L’Arabia Saudita appoggia i sunniti e non farà mancare il suo sostegno a coloro che si battono contro la dominazione della minoranza alauita. L’Iraq del premier Nuri al-Maliki aiuterà il regime di Assad coprendogli le spalle, per quanto possibile, nelle organizzazioni internazionali. L’Iran farà del suo meglio per sostenere il regime siriano con forniture di armi e munizioni.
Non vi saranno interventi “in uniforme”, come quelli dell’Italia e della Germania nella guerra civile spagnola, ma la Siria dei prossimi mesi assomiglierà sempre di più alla Spagna fra il 1936 e il 1939: un campo di battaglia liquido senza una linea del fronte, una lunga sequenza di conquiste, ritirate e riconquiste, una popolazione civile esposta al ricatto di entrambe le parti. La sconfitta di Assad, in ultima analisi, non dipenderà né dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza né dalle sanzioni dei paesi occidentali. Dipenderà dal numero dei soldati e degli ufficiali che abbandoneranno il regime per passare dalla parte degli insorti: un fenomeno iniziato nelle scorse settimane, ma ancora insufficiente per determinare le sorti del conflitto.
- Martedì 7 Febbraio 2012


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