
Imran Khan nel corso di un comizio a Lahore (AP Photo/K.M.Chaudary)
E’ forse finalmente giunto il momento per Imran Khan di (ri)conquistarsi la popolarità e il rispetto per i quali sta lavorando da tempo. La conclusione del braccio di ferro politico che ha paralizzato per settimane i vertici istituzionali del Pakistan potrebbe infatti trasformarsi in una grande opportunità per l’ex capitano della nazionale di cricket, che potrebbe essere nominato primo ministro del Pakistan a seguito di sempre più probabili elezioni anticipate.
Proprio questa mattina il capo del governo in carica Yusuf Reza Gilani è comparso davanti ai giudici della Corte suprema per rispondere a diverse accuse, tra cui la più grave è senza dubbio quella di non aver riaperto un’inchiesta per corruzione a carico del presidente Asif Ali Zardari, suo grande alleato all’interno del Pakistan People Party (PPP).
Relativamente al caso Zardari Gilani si è sempre dichiarato non colpevole, e anche questa mattina la sua posizione non è cambiata. Eppure, se condannato sarà costretto a rinunciare alla sua carica istituzionale, rendendo così necessario procedere con elezioni anticipate (rispetto alla data già fissata per febbraio 2013) che, complice un PPP particolarmente screditato, lascerebbero campo libero a Imran Khan.
Per quanto sia vero che una parte della classe dirigente voglia oggi liberarsi di ”politici corrotti e non più in grado di aiutare il paese ad affrontare problemi che ormai non può più rimandare”, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali, non è detto che magistrati e militari potranno ritenersi soddisfatti se Imran Khan verrà eletto primo ministro.
Leader del Movimento per la Giustizia, movimento da lui fondato nel 1996, quattro anni dopo aver abbandonato il cricket dopo aver fatto vincere al Pakistan la sua prima (e unica) Coppa del Mondo in questa disciplina, Imran Khan ha messo subito in chiaro la sua “nuova linea politica” fondata su ideali di giustizia, umanità e autostima. Grazie a un programma che sostiene un modello di stato sociale di chiara ispirazione socialista Nord-europea, che punta quindi su istruzione, assistenza sanitaria e potenziamento dei servizi per la popolazione, Khan si è assicurato in pochissimo tempo il sostegno di una buona fetta di elettori pakistani. Che iniziano a vedere in lui non l’uomo della transizione tra governo militare e civile, ma il politico civile che finalmente si occuperà delle loro esigenze.
Ancora, Imran Khan ha promesso di combattere la corruzione “in 90 giorni”. Questo perché, a differenza di Anna Hazare in India, il suo intento è quello di eliminare ”uno dei più gravi problemi del Pakistan” muovendosi dall’interno, quindi sfruttando tutti qui vantaggi che la carica di primo ministro gli garantirebbe per portare avanti questa importante battaglia. Khan è poi da sempre diciso ad allentare i legami con gli Stati Uniti. Una posizione che gli è già costata diverse incercerazioni preventive in occasione di visite ufficiali, nel timore che qualche presa di posizione particolarmente ambigua potesse mettere il paese in difficoltà. Eppure, alla luce della sua enorme popolarità è ormai quasi sicuro che, elezioni anticipate o no, sarà lui a guidare il Pakistan in anni che si preannunciano essere ancora più difficili di quelli della transizione post-Musharraf.
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Claudia Astarita insegna “The Politics of China” alla John Cabot University e si occupa di India per il CeMiSS. Scrive approfondimenti sull’Asia per diverse testate e ha lavorato per molti anni come ricercatrice a New Delhi e Hong Kong. L’Oriente è la sua passione e coglie ogni occasione per tornare nei luoghi che ama
- Lunedì 13 Febbraio 2012


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