Non è il nome del progressista Henrique Capriles Radonski la vera sorpresa delle primarie organizzate dall’opposizione a Hugo Chávez, unita per la prima volta dopo tanti anni di divisioni. No, la vera sorpresa sono i quasi tre milioni di votanti accorsi alle urne. Un successo partecipativo per l’opposizione dei los escualidos, com’è solito chiamarla l’ex tenente-colonnello dei parà che da 13 anni siede a Miraflores per sminuirne le qualità. Un numero di partecipanti inatteso alla vigilia. Basti pensare che sono 18 milioni in tutto gli iscritti al voto che conta davvero, ovvero quello delle presidenziali del prossimo 7 ottobre, e che per la Mud, la Mesa de Unidad Democratica che ha organizzato il voto di ieri, un milione e mezzo di elettori sarebbero già stati un successo. E invece ne hanno mobilitati il doppio.
Un campanello d’allarme per l’apparato propagandista del Psuv, il Partido socialista unido de Venezuela di Chávez, un segnale di come sempre più persone a Caracas e dintorni siano stanche del socialismo bolivariano che in 13 anni non ha risolto né il problema della povertà né quello della violenza, avendo portato ad un unico risultato concreto: la creazione di una borghesia legata al potere, avida e corrotta, nota a tutti come boliburguesia.
Capriles, attuale governatore della regione di Miranda, non rappresenta invece una sorpresa. Era il candidato che alla vigilia delle primarie era dato favorito da tutti i sondaggi, che in Venezuela di solito funzionano bene a differenza, per esempio, della Colombia. Un milione e 800 mila i voti per lui quando sono stati scrutinati oltre il 95% dei seggi contro gli 800 mila andati al governatore della regione di Zulia Pablo Pérez, l’unico con qualche chance di vittoria. Gli altri tre candidati - la passionaria destrorsa Maria Corina Machado, Diego Arria e Pablo Medinaerano - erano oggettivamente impresentabili per battere Hugo ad ottobre e, logicamente, hanno raccolto le briciole.
Ma chi è Capriles? Di classe medio-alta, figlio di una coppia di immigrati ebreo-polacchi in fuga dalla follia del nazismo, questo 39 enne avvocato fa politica da quando si è laureato. Diretto, molto poco formale - è solito girare su uno scooter - e pur non essendo un grande oratore è riuscito ad aprirsi spazi anche nei quartieri più popolari, fino a qualche tempo fa feudo incontrastato del chavismo. Sindaco per otto anni consecutivi del comune di Baruta, da tre anni governatore della seconda regione più grande del Venezuela, Miranda, Capriles non ha mai perso un’elezione e il voto di ieri non ha fatto eccezione.
Incarcerato nel 2004 per disordini legati al golpe antichavista del 2002 - alcune violenze all’ambasciata di Cuba - dopo 4 mesi fu liberato perché estraneo ai fatti. Ebbe “il coraggio di restare e di metterci la faccia”, spiega all’Afp il deputato del partito d’opposizione Primero Justicia, Julio Borges. “Non è arrivato lì per caso, non è fuggito ed ha affrontato il carcere in un momento in cui nessuno sapeva quanto sarebbe potuto durare”.
Nel 2008, alle elezioni per governare Miranda ha sconfitto il tenente in pensione Diosdado Cabello, un peso massimo del chavismo, un colpo durissimo per Chávez.
Cattolico di sinistra, Capriles dice continuamente di ispirarsi al brasiliano Lula ed ha sempre dimostrato una predilezione per i più poveri nelle sue politiche pubbliche. Questo spiega oltre alle sue vittorie elettorali anche il rispetto che alcuni chavisti hanno nei suoi confronti.
Molto legato alla nonna Lili Bochenek de Radonski che, anche se morta 8 anni fa, lui ricorda spesso. “Era la mia migliore amica, mi ha insegnato il mondo, ha vissuto per 20 mesi in una soffitta del ghetto di Varsavia per sfuggire ai nazisti… E pensare che qui alcuni funzionari chavisti mi danno del nazista”, si è sfogato recentemente. I suoi bisnonni di Capriles, invece, non ce l’hanno fatta e sono morti nel campo di concentramento di Treblinka, in Polonia.
Questa, in breve, la storia del 39enne Capriles che, non essendo ancora sposato, ha detto di essere in cerca di una fidanzata. Di certo c’è che i sondaggi dicono che è lui l’uomo che può sconfiggere Chávez ad ottobre.
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Paolo Manzo, giornalista free-lance, vive a San Paolo, in Brasile, con la moglie. Parla 6 lingue, laurea alla Bocconi, master all’ICE e scrive, tra gli altri, per CartaCapital, Le Monde Magazine, The News, La Stampa e Il Secolo XIX. Per Baldini e Castoldi ha scritto Lula il presidente dei poveri
- Lunedì 13 Febbraio 2012


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