
di Stefano Cingolani
Un passo avanti e due indietro. Con l’accordo del 30 gennaio sul fiscal compact (pareggio del bilancio e riduzione dei debiti pubblici al 60 per cento del prodotto interno lordo) mostra a tutti di che pasta è fatta. Poi scende in campagna elettorale al fianco di Nicolas Sarkozy e diventa un personaggio da caricatura. Angela Merkel resta un mistero anche per chi le sta vicino. La sua ambizione è ereditare lo scettro di Iron lady lasciato or sono trent’anni da Margaret Thatcher, ma molti dubitano che ne abbia davvero la stoffa. Salita al potere nella Cdu, l’Unione cristiano-democratica, con uno spregiudicato voltafaccia, abbandonando il proprio mentore Helmut Kohl, macchiato nel 1999 dallo scandalo sui finanziamenti illegali, oggi occupa il posto di comando in una Europa lacerata da antichi risentimenti e moderni furori.
Der Spiegel, il più autorevole settimanale tedesco, riconosce che sta crescendo «la paura della dominazione germanica», una sorta di ossessione da Quarto Reich. E Gideon Rachman sul Financial Times ricorda non solo le polemiche toste come quelle del Giornale, ma anche le critiche «più cortesi» di Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, del premier britannico David Cameron o di Tim Geithner, segretario americano al Tesoro.
La pressione più forte arriva proprio dagli Stati Uniti. L’amministrazione Obama è convinta che l’Unione Europea non stia facendo abbastanza per salvare non solo la Grecia, ma se stessa. E quel che fa, con una politica di austerità forsennata, è sbagliato. Edwin Truman del Petersen Institute, dove Mario Monti ha tenuto una conferenza dopo il suo incontro alla Casa Bianca, accusa: “L’Europa sta già imponendo immensi costi economici e finanziari al resto del mondo. Stiamo fronteggiando il rischio di una recessione globale“. I repubblicani sono ancora più duri e accusano la Germania di rompere la solidarietà della Nato, come è avvenuto in Libia.
Alcuni a Berlino, per esempio l’eterno sfidante Wolfgang Schäuble, invitano il cancelliere alla prudenza. Ortodosso in economia, il ministro delle Finanze è dotato di una visione europea più simile a quella di Kohl (era il delfino designato, ma finì anche lui nella marmellata delle tangenti). Oggi non vuole legarsi troppo a Sarkozy. Del resto, se il 6 maggio vincesse François Hollande, Parigi potrebbe cambiare linea: meno rigore più sviluppo, il candidato socialista lo ha già detto.
La Germania ha costruito il proprio spazio vitale, il Lebensraum bismarckiano, non con i panzer ma con i «konzern», i grandi conglomerati bancario-industriali. Adesso la voglia di stravincere fa scricchiolare anche questa opera ventennale. Quando, all’ultimo consiglio europeo, Merkel ha proposto un commissario per controllare i conti della Grecia, si è sentita stampare un no anche dal mite primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker (che pure, martedì 14, ha richiamato le inadempienze di Atene). Mentre il cancelliere austriaco Werner Faymann ha strigliato la collega: “Non bisogna insultare la gente in politica”. Satellite economico con 30 miliardi di euro tedeschi, pari al 48 per cento degli investimenti esteri, con le linee aeree marcate Lufthansa, senza contare i supermercati, lo zucchero, le banche, Vienna non ci sta a subire un sia pur pacifico Anschluss. Quanto a Praga, anch’essa germanizzata, ha addirittura rifiutato il nuovo trattato, schierandosi con Londra.
La Grecia per anni è servita da pied-à-terre mediterraneo con prestiti massicci delle banche, la telefonia in mano alla Deutsche Telekom, l’aeroporto di Atene, i trasporti marittimi, le commesse militari. Kostas Karamanlis, fido alleato del cancelliere Merkel, ha comperato 170 carri armati Leopard, 223 cannoni di seconda mano, quattro sottomarini dalla ThyssenKrupp. Nel 2009 il suo successore George Papandreou, li ha rispediti al mittente. E l’ha pagata cara.
Friederich Nietzsche voleva una Germania ellenizzata, invece è accaduto il contrario, finché la crisi ha portato alla luce che la strategia tedesca, possente in casa, è inefficace e confusa all’estero. «Non si è concesso ad Atene il tempo necessario per riformarsi e aggiustare i conti» sostiene Franco Bruni, docente di economia internazionale alla Bocconi. Nel maggio 2010 viene erogato un prestito a breve termine diviso in ben 13 rate e una palla di neve (il debito greco è pari al 4 per cento di quello europeo) diventa una valanga.
“La Germania fronteggia una macchina infernale” scrive il Financial Times. Ha messo al primo posto l’illusoria difesa delle proprie banche. E ripete “non basta” al povero primo ministro pro tempore Lucas Papademos, ex banchiere centrale, che prova a spiegare i progressi realizzati. Così Merkel alimenta finanche i sospetti di voler pilotare il default perché, paradossalmente, sarebbe più conventiente della massa degli aiuti. In questa situazione la rabbia sociale esplode e nessuno sa cosa uscirà in aprile dalle urne greche. Mentre, imperterrite, le agenzie di rating gettano benzina sul fuoco.
Certo, Frau Angela può contare sul consenso interno: l’economia funziona nonostante sia in netto rallentamento, lo stato d’animo dei tedeschi resta euforico, nella società si percepiscono gli effetti delle riforme avviate da Gerhard Schröder e dalla Grosse Koalition. Ma i passi falsi abbondano anche in patria, come il sostegno al presidente della Repubblica Christian Wulff, pupillo sassone del cancelliere, colpito da uno scandalo: una casa ad Amburgo acquistata grazie ai favori di amici imprenditori, con tanto di pressioni sulla stampa per bloccare la notizia. Il capo dello stato non ha intenzione di dimettersi né di restare nell’ombra. Venuto in visita in Italia lunedì 13, rivela che Giorgio Napolitano gli ha telefonato per informarlo in tempo reale sulla nomina di Mario Monti.
La Kanzlerin, moralista protestante, con Wulff fa la cattolica incline al perdono. Due pesi e due misure? Non sarebbe la prima volta. Come sui debiti. Lo storico Marcello De Cecco ricorda che «Italia e Grecia hanno sempre pagato i loro, a differenza dalla Germania». Per le riparazioni della Prima guerra mondiale ci sono voluti 92 anni. Prima Adolf Hitler, poi la divisione tra Est e Ovest, fatto sta che l’ultima tranche è stata versata il 3 ottobre 2010. Quanto al secondo conflitto, ci ha pensato il generale George Marshall. Anche se storia di ieri, nessuno può scagliare la prima pietra, tanto meno Berlino.
- Lunedì 20 Febbraio 2012

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Commenti
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Il 20 Febbraio 2012 alle 13:25 marcopagliarino ha scritto:
la terra gli sta’franando sotto i piedi da quando con la francia sono diventati l’unione europea cosa che non accetto essendo composta ds molti piu’ stati che in2 devano fare e disfare a piacimento strzzando i paesi in diffilcolta con regole che ne impediscono qualsiasi crescita questo si chiama sfruttare non aiutare peggio degli storzzini e nel loro parlamento sprechi da milardi che facessero le pulizie di casa che ne hanno bisogno
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