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Siria: uccisi altri tre giornalisti. E’ la Bosnia del 2012 - IL COMMENTO

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  • Tags: Homs, Marie Colvin, Profeta di Ventura, Rami al-Said, Remi Ochlik, siria
  • Un commento
Marie Colvin, la giornalista del Sunday Times uccisa a Homs(Credits: Epa)

Marie Colvin, la giornalista del Sunday Times uccisa a Homs(Credits: Epa)

Marco VenturaHoms come Sarajevo. Altro che Tobruk. Quando si trattò di rovesciare in Libia il colonnello Gheddafi, non ci furono Paesi a difesa del dittatore se non il remoto Venezuela dello stravagante Chavez. L’intervento alleato, ovviamente “sotto egida dell’Onu”, fu motivato con ragioni umanitarie: bisognava salvare la popolazione di Tobruk dall’assalto finale delle truppe leali al Colonnello (non fece notizia l’analogo stato d’anarchia e violenza nel successivo assedio a parti capovolte a Sirte). E la Siria? La Siria è la Bosnia del 2012.

Le cosiddette forze di sicurezza del presidente Assad martellano con artiglieria e carri armati i quartieri civili di Homs. Non ci sono osservatori internazionali. L’unico occhio è quello dei giornalisti, che non a caso vengono decimati. Gli ultimi tre sono la statunitense Marie Colvin del Sunday Times, il francese Remi Ochlik e il video-blogger Rami al-Said.

Non fosse per loro, per quei coraggiosi inviati e quegli eroici cronisti locali che testimoniano le bombe e l’aggressione agli ospedali e alle case, non sapremmo nulla. La tragedia vera è che anche sapendo, ne parliamo e ne scriviamo soltanto quando quel flusso di immagini, di testimonianze e di scritti si affievolisce perché quanti finora lo hanno assicurato diventano bersagli militari e vengono annientati. La peggior minaccia per il regime è il giornalismo da campo. La verità. Un giornalista è più micidiale di mille Kalashnikov.

Marie Colvin, nota come la reporter Moshe Dayan perché aveva anche lei una benda nera sull’occhio sinistro, aveva appena raccontato alla Bbc: “Oggi ho visto un bimbo morire, ed è stato terribile, un bimbo di due anni. Un proiettile si era conficcato nel petto, a sinistra, e il dottore mi ha detto ‘Non posso fare nulla’”.

Rami al-Said, il video-blogger, prima di morire aveva postato su Facebook un urlo di rabbia e scoramento: “È in corso un genocidio a Bab Amro. Io non ti perdono per il tuo silenzio. Ci avete dato solo parole finora, ma noi abbiamo bisogno di azioni… Mi aspetto che questo sia il mio ultimo messaggio”.

Bab Amro è il quartiere di Homs diventato cimitero per i giornalisti. Un video postato dal fratello di Rami su YouTube inquadra gli amici attorno al suo corpo insanguinato. La sua colpa, la ragione della sua morte, sta nei filmati che Rami era riuscito a mostrare sul web riprendendo le bombe, gli assalti, la guerra ai civili.

Può durare ancora a lungo, l’agonia della Siria. Ci sono tutti gli elementi per una guerriglia sanguinosa (i morti sono già oltre 7 mila): le divisioni nell’opposizione che non fa fronte comune contro il dittatore, la lealtà sostanziale dell’esercito al regime e la ferocia con la quale non si ferma neppure di fronte ai civili (a differenza dell’esercito egiziano), le diversità di atteggiamento in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (la Russia, soprattutto, ma anche la Cina, sono convinte che la caduta del dittatore rischierebbe di favorire il fanatismo islamico, cioè Assad sarebbe una paradossale garanzia di stabilità rispetto alle alternative).

Le uccisioni dei giornalisti (già sei dall’inizio) sono lo specchio dello stallo sanguinoso di un Paese in balìa della forza militare del regime, della fragilità politico-militare dei ribelli, dell’incapacità del mondo di assumere decisioni come quella che portò alla guerra in Libia. Uno scenario “bosniaco” di caos e incoerenza, dove la prima linea è ancor meno definita che a Sarajevo. Ma non diteci più che le guerre ai dittatori si fanno per bontà. Altrimenti a Homs risuonerebbe già la Marsigliese.

—

Marco Ventura, inviato di guerra e cronista parlamentare de Il Giornale, poi collaboratore de La Stampa, Epoca, Il Secolo XIX, Radio Radicale, Mediaset e La7, responsabile di uffici stampa istituzionali e autore di una decina fra saggi e romanzi. L’ultimo “Hina, questa è la mia vita”. Da “Il Campione e il Bandito” è stata tratta la miniserie con Beppe Fiorello per la Rai vincitrice dell’Oscar Tv 2010 per la migliore fiction televisiva.

  • marco.ventura
  • Mercoledì 22 Febbraio 2012

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Commenti

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Il 22 Febbraio 2012 alle 19:33 delgatto_200 ha scritto:

State scrivendo una grave menzogna.
I ribelli sono finanziati dagli Usa da ben oltre 5 anni.
Se gli Usa non avessero finanziato gli atti criminosi dei ribelli non ci sarebbero stati i morti.
Assad non e’ un dittatore e non e’ un caso che sia amato dal popolo.
Vorrei ricordarVi che promuovendo falsa informazione Vi fate promotori di eventuali guerre e quindi di morti innocenti.Pertanto se continuerete in questa falsa informazione Vi renderete complici dei crimini compiuti dai ribelli.

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