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Usa: media etnici in via d’estinzione

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Mattel e la crisi dei giocattoli cinesi

Un nuovo allarme per i media statunitensi (e per la società in genere). La crisi che mette in discussione anche le certezze dei colossi ultracentenari come il New York Times sta mietendo vittime pure tra le testate delle numerose comunità etniche sparse nei quattro angoli della nazione. Stando a quanto ha scritto in settimana il Boston Globe, molti “giornali etnici” stanno chiudendo o sono costretti a tagliare e licenziare. Secondo il foglio bostoniano, già due testate di San Francisco stampate per le comunità locali (l’AsianWeek e il San Francisco Bay View) sono state costrette ad abbandonare la versione cartacea e a pubblicare solo online. Un altro conosciuto foglio (l’ispanico Siglo21) è tornato a stampare solo una volta alla settimana, mentre il “sino-newyorkese” Ming Pao Daily sta per chiudere. L’allarme lanciato dal Boston Globe non si limita però a fare l’elenco delle testate sull’orlo del baratro, va oltre. Solleva un questione più delicata, che riguarda l’accesso alle informazioni da parte di un’ampia fetta della popolazione americana “non bianca” quasi mai rappresentata dai media istituzionali. Una questione di democrazia, insomma.

L’estremismo asiatico dilaga anche grazie a Internet
Gli estremisti del sudest asiatico hanno scoperto una nuova arma per diffondere il verbo dell’odio e del disprezzo per chi non la pensa come loro: la Rete. Stando a un recente studio dell’Australian Strategic Policy Institute e della Rajaratnam School of International Studies di Singapore, il fanatismo di qualsiasi specie nell’area asiatica ha fatto la sua prima apparizione in Rete all’inizio del 2000 e in una manciata di anni è esploso. Ad esempio, sempre secondo il report dei due istituti, il numero dei siti classificabili come radicali o estremisti nella regione indonesiana Bahasa è passato da 15 nel 2007 a 117 nel 2008, mentre i casi di social networking sono cresciuti da zero a 82. Lo studio ha poi concentrato le sue attenzioni sul tipo di messaggi che passano attraverso questi siti e ha accertato che in numerosi casi si tratta di video, immagini e materiale propagandistico legato ad Al Qaeda o al gruppo islamico Jemaah Islamiah.

Giornalismo etico? Yes, please
Come risollevare l’industria dei media dalla crisi? Semplice, offrendo ai lettori servizi di qualità. Così la pensa l’International Federation of Journalists (IFJ). Per dar credito al suo pensiero, in questi giorni l’organizzazione che ha sede a Bruxelles e che rappresenta oltre 600mila professionisti dell’informazione in 123 Paesi ha lanciato una nuova iniziativa: la Ethical Journalism Initiative. Con questo progetto, l’IFJ vuole rilanciare il giornalismo proprio nel momento in cui sta vivendo la sua peggior crisi. Obiettivo dell’iniziativa, come ha detto il segretario generale Aidan White, è offrire ai reporter un accesso a documenti chiave della professione (anche sul piano etico) e far da vetrina internazionale per tutti i casi di giornalismo eccellente registrati nel mondo.

  • alberto.burba
  • Lunedì 9 Marzo 2009

Giornalisti a rischio: Reporters sans frontières chiede aiuto a Obama

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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Ogni anno nel mondo ne muoiono a decine (110 nel 2006, 87 nel 2007, 68 nel 2008). Altre centinaia sono imprigionati senza diritti nelle carceri dei Paesi più dispotici. Sono i giornalisti che ogni anno rischiano la vita per raccontare le vicende dalle zone più calde del pianeta. Una situazione sempre grave, che vede impegnate numerose associazioni. Tra queste, forse la più conosciuta è Reporters sans frontières (RSF). In questi giorni l’organizzazione non governativa che ha sede a Parigi ha pensato di chiedere aiuto all’uomo più potente del pianeta: il presidente degli Stati Uniti. E così, in una lettera pubblica indirizzata a Barack Obama e al segretario di Stato Hillary Clinton, RSF cerca, come si legge sul testo, “di attirare l’attenzione sulla situazione dei reporter in alcuni Paesi che figurano tra le priorità diplomatiche degli Stati Uniti”. Reporters sans frontières si augura quindi (e chiede) che la nuova aamministrazione americana si adoperi per la tutela dei diritti umani in seno alla comunità internazionale e in “particolare nelle regioni del pianet dove questi diritti sono regolarmente calpestati”.

Radio Afganistan: un fiasco da 10 milioni di sterline
E’ costata cara e non ha portato alcun risultato un’iniziativa voluta dalla Gran Bretagna per “conquistare i cuori e le menti” del popolo afgano. Stando a quanto ha scritto nel fine settimana il britannico Sunday Mirror, l’emittente radiofonica Radio Hewad pensata un paio di anni fa dal governo britannico per instaurare un dialogo con la popolazione del martoriato Paese islamico è stato un fiasco da oltre 10 milioni di sterline (poco più di 11 milioni di euro). Secondo il foglio di Sua Maestà, la radio, inizialmente gestita da cronisti locali, nell’ultimo mese sarebbe stata affidata in gestione a una società legata a interessi iraniani. Sempre secondo il Mirror, la società avrebbe ricevuto migliaia di sterline e in cambio non avrebbe prodotto nemmeno un programma. Un errore grossolano quindi, che ha portato alla chiusura definitiva dell’emittente.

Media in crisi, le prime vittime illustri
Non è riuscito a compiere 150 anni, la recessione gli ha tagliato le gambe a soli due mesi dall’attesissimo anniversario. Uno dei quotidiani più longevi degli Stati Uniti, il Rocky Mountain News, è stato costretto a chiudere i battenti e venerdì 27 febbraio è uscita la sua ultima edizione. Nato a Denver nel 1859, alla fine del 2008 aveva annunciato un deficit da paura: 16 milioni di dollari. Di fronte all’impossibilità di trovare un compratore che si accollasse il debito, il Rocky Mountain News non ha avuto altra scelta che chiudere. “Il nostro tempo trascorso a raccontare la vita di Denver, del Colorado, della nazione e del mondo intero è terminato. Migliaia di uomini e di donne hanno lavorato per questo giornale da quando William Byers ha stampato la prima edizione a Cherry Creek, il 23 aprile 1859”, si leggeva sull’ultimo editoriale. E’ quindi probabile che qualche lettore aficionado avrà versato una lacrima quando, venerdì, ha letto sulla prima pagina il titolo a caratteri cubitali: “Goodbye, Colorado”.

  • alberto.burba
  • Giovedì 5 Marzo 2009

Arabia Saudita: più libertà per i media “controversi”

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È in atto un’ondata riformatrice in Arabia Saudita? In molti sono a chiederselo, specie dopo la novità assoluta maturata una decina di giorni fa dal re Abdullah che ha nominato una donna (la signora Noura al Fayez) alla carica di vice ministro dell’Educazione. La scorsa settimana un altro tabù è stato infranto. Da Londra hanno fatto sapere che il discusso quotidiano online Elaph non è più nella lista nera degli organi d’informazione considerati ostili dal governo di Riad. Di fatto erano due anni che il governo saudita aveva dichiarato illegale (e quindi inaccessibile ai residenti del Paese arabo) il magazine che pubblica dal Regno Unito. Motivo? Un presunto caso di blasfemia risalente al 2006. Stando a quanto hanno detto i responsabili del sito, subito dopo la revoca del divieto Elaph ha registrato oltre 40mila accessi provenienti dall’Arabia Saudita. “Siamo felicissimi. I lettori sauditi per noi sono di viale importanza visto che le nostre finanze sono state seriamente colpite dal blocco imposto da Riad” ha detto Fahd Saud, editor del magazine letto ogni giorno da oltre 240mila persone.

Il part-time secondo il Financial Times
Tempo di crisi, nuove forme di collaborazione prospettate dal Financial Times. Di fronte alla recessione anche il più conosciuto quotidiano finanziario del pianeta è costretto a inventarsi nuove idee per affrontare il periodo di magra. E così ha annunciato ai suoi dipendenti un piano per tagliare i costi senza per forza dover licenziare in tronco. In settimana il management ha iniziato a offrire ai salariati alcune nuove forme di collaborazione part-time. Tra queste alcune prevedono anche contratti di lavoro di tre o quattro giorni alla settimana per il periodo estivo. “Queste offerte fanno parte di un più ampio sforzo per assicurarci la flessibilità necessaria per rispondere in maniera positiva ai cambiamenti del mercato”, ha scritto in un’email Aimee Watson, direttore delle risorse umane.

Elezioni Ue: la Commissione invita i media nazionali a informare i cittadini
A giugno si vota per le elezioni europee. Ma in quanti lo sanno? E cosa significa votare un europarlamentare? Domande queste che preoccupano le istituzioni di Bruxelles. E così la Commissione europea ha approvato un piano che prevede la richiesta alle emittenti pubbliche di ogni Paese Ue di mandare in onda una serie di spot “politicamente neutrali” che invitino i cittadini ad andare a votare. Stando a quanto ha scritto l’agenzia FOCUS Information Agency, in una lettera indirizzata alla European Broadcasting Union (EBU), il vice-presidente e commissario per le comunicazioni Margot Wallström ha chiesto alle emittenti di prendere seriamente in considerazione l’idea di mandare “on air” un annuncio pubblicitario che sarà preparato per l’occasione dal Parlamento europeo.

  • alberto.burba
  • Mercoledì 25 Febbraio 2009

“Non odiateci, please”. Una campagna UK contro l’estremismo in Pakistan

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Il governo britannico finanzierà alcuni spot televisivi da mandare in onda sulle emittenti pakistane per invitare la popolazione a “non immischiarsi in attività estremistiche”. Questo ciò che è trapelato dalla stampa di Sua Maestà. Stando a quanto ha scritto il Guardian, il Foreign Office di Londra avrebbe finanziato con almeno 400mila sterline un progetto chiamato “I Am the West”. Secondo il foglio, il piano prevede la collaborazione con alcuni leader delle comunità musulmane britanniche per la realizzazione di spot pubblicitari televisivi da mandare in onda per tre mesi nelle più turbolente regioni del Pakistan, come quella attorno a Peshawar o a Mirpur. Obiettivo dell’iniziativa è offrire una buona immagine dell’Occidente a quella fetta popolazione con bassi livelli di educazione che spesso è attratta dalle dottrine dell’estremismo islamico. La campagna si pone quattro obiettivi: assicurare i pakistani che l’Occidente non è “anti-islamico”, dimostrare che la società britannica non odia la cultura islamica, far vedere che numerosi musulmani si sono ben integrati nella vita quotidiana nel Regno Unito e stimolare un “dibattito costruttivo” sulla compatibilità dei valori occidentali e musulmani. Se il progetto porterà buoni risultati, dicono da Londra, sarà esportato anche in altri Paesi potenzialmente caldi, come lo Yemen, l’Egitto, l’Indonesia.

Slate sbarca in Francia
Il web-magazine americano Slate.com avrà un fratello in Europa. Sì, in questi giorni è stata annunciata in Francia la nascita di Slate.fr. A volerlo è stata una grande firma del giornalismo transalpino: Jean-Marie Colombani (ex patron del gruppo Le Monde). Intervistato dall’AFP, il direttore di Slate.fr ha fatto sapere che il sito sarà gratuito, ricalcherà la filosofia del fratello maggiore statunitense (ossia offrirà analisi approfondite dei maggiori eventi di politica, di economia, di cultura) e conterà su un organico di sette/otto redattori più almeno una quarantina di collaboratori freelance. Sul piano dei contenuti, il nuovo sito francese ha poi siglato un accordo con Slate.com che prevede uno scambio di articoli e video. “L’idea – ha detto Monsieur Colombani – è di dar vita a un servizio dedicato all’analisi dell’attualità con un forte plusvalore editoriale”.

USA: ora la stampa potrà raccontare il ritorno dei soldati caduti in guerra
Il neo presidente americano Barack Obama rompe con un’altra tradizione voluta dal suo predecessore, George W. Bush. Fino a ieri la stampa non era autorizzata a coprire (con video, foto o testi) il ritorno dei militari americani deceduti nel corso di un conflitto. Le bare dei marines uccisi in Iraq o in Afghanistan tornavano negli USA sotto stretta sorveglianza e nessuno era autorizzato a riprendere quei feretri coperti dal drappo a stelle e strisce. Ma adesso le cose cambiano. Lunedì 10 febbraio Obama ha detto di “voler rivedere questa politica insieme con il dipartimento della Difesa”. La direzione del neo presidente è quindi chiara: far piazza pulita di una politica che negli anni scorsi è stata vista come una meschina misura per tentare di nascondere il costo umano di due conflitti che finora hanno causato la morte di circa 5mila soldati.

  • alberto.burba
  • Mercoledì 11 Febbraio 2009

Il premio Pulitzer? In corsa anche l’online

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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Domanda da un trilione di dollari: possiamo fidarci di ciò che leggiamo in Rete? Molti aficionados della carta stampata dicono no perché snobbano ancora ciò che viene pubblicato on-line. Sostengono che materiale e contenuti spesso mancano di accuratezza e di quei principi di base a cui il giornalismo dovrebbe sempre far riferimento. Ma qualcosa sta cambiando in favore delle pubblicazioni digitali, almeno negli Stati Uniti. Da quest’anno infatti anche le testate che pubblicano esclusivamente on-line potranno vincere un Pulitzer Prize, il prestigioso premio giornalistico assegnato ogni anno ai migliori articoli apparsi sui media a stelle e strisce. Sì, perché d’ora in poi anche le .com parteciperanno al concorso. E così quest’anno (il premio sarà assegnato il 20 aprile) una manciata di testate on-line si sono registrate. Tra queste il St. Louis Beacon che partecipa con un servizio sulla crisi dei mutui americani e il Center for Independent Media, un popolare network che pubblica da sei stati americani e che cercherà di portare a casa il premio presentando un’inchiesta sulle recenti votazioni americane.

Nasce la Cnn giapponese
Dopo la Cnn araba e quella francese, ora tocca al Giappone. Lunedì 2 febbraio il Paese del Sol Levante ha inaugurato una nuova stella del firmamento mediatico globale: la NHK World TV. Si tratta di un’emittente televisiva che trasmette via satellite news in inglese 24 ore su 24. Obiettivo della nuova stazione è, come si legge sui comunicati pubblicati dalle principali agenzie di stampa, rafforzare nel mondo il peso diplomatico e mediatico giapponese. All’emittente tradizionale si affianca poi un servizio online che ripropone i video trasmessi via satellite. Stando a quanto hanno fatto sapere da Tokyo, ogni ora NHK World TV manderà in onda un telegiornale di 30 minuti che sarà affiancato da servizi di cultura, spettacolo, scienza o economia. La copertura sarà poi centrata sul Giappone e in secondo luogo sul continente asiatico.

La crisi secondo l’L.A.Times
Tira brutta aria al Los Angeles Times. L’autorevole foglio californiano ha annunciato altri tagli del personale. Stando a un comunicato apparso nel fine settimana sul sito del quotidiano, saranno almeno 300 le persone costrette ad abbandonare il posto di lavoro. Tra queste, anche 70 giornalisti. La crisi e il conseguente crollo degli introiti pubblicitari si sono abbattuti in maniera piuttosto forte sul principale giornale di Los Angeles. Con i nuovi tagli, l’organico è passato sotto la soglia delle 600 unità, contro le oltre 1200 su cui poteva contare nel 2001. Particolarmente duri sono stati gli ultimi mesi. Lo scorso ottobre il foglio aveva ridotto del 10 per cento il personale e del 14 per cento la foliazione. Misure drastiche per far fronte a una crisi che davvero non ha precedenti.

  • alberto.burba
  • Martedì 3 Febbraio 2009

Usa: una nuova testata per raccontare le news internazionali

OkNotizie

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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Crisi dei media? Bilanci che non quadrano? Giornali costretti a tagliare o a fondersi per sopravvivere alla recessione globale? Poco importa, nonostante tutto negli Usa qualcuno ha trovato il coraggio per aprire una nuova testata. Proprio così. Da lunedì è online Global Post, un’agenzia stampa online che mira a coprire news e storie internazionali (proprio quelle che nei mesi scorsi hanno subito i maggiori tagli per cercare di raddrizzare i bilanci delle principali testate statunitensi). Per garantire una buona copertura degli eventi, Global Post può far affidamento su 65 reporter sparsi in 46 nazioni. Le storie raccolte dai cronisti saranno quindi vendute a quei giornali che non si possono permettere inviati o corrispondenti ma che non vogliono tagliare troppo le pagine degli esteri. A volere il nuovo servizio sono stati due veterani del giornalismo Made in Usa: Philip Balboni (ex presidente dell’emittente New England Cable News) e Charles Sennott (una nota firma del Boston Globe).

Come zittire la stampa in Zimbabwe
Vuoi fare il giornalista in Zimbabwe? Preparati a sborsare almeno 30mila dollari statunitensi per pagare autorizzazioni governative, permessi e lasciapassare di ogni genere. In settimana il governo di Harare ha annunciato un piano che pare studiato apposta per tagliare le gambe agli operatori dei media stranieri che hanno intenzione di lavorare nel Paese africano. Stando a quanto hanno riportato le agenzie del continente nero (tra cui AllAfrica.com), il cosiddetto “Access to Information and Protection of Privacy Act” imporrà ai media stranieri di sborsare 10mila dollari per presentare la prima richiesta, 20mila per ottenere gli accrediti e altri 2mila per esercitare la professione. E i giornalisti del posto? Anche costretti a svuotare il portafoglio? Sì, perché anche ai locali che lavorano per organizzazioni straniere sarà chiesto di pagare una quota pari a 4mila dollari. La decisione del governo del presidente Robert Mugabe si è così attirata ancora una volta numerose critiche per le politiche restrittive riservate alla stampa indipendente.

Topolino sbarca in Cina
Sembra confermato: il colosso americano Walt Disney avrebbe intenzione di costruire in Cina il suo prossimo parco giochi. Modellato sull’esempio dei vari Disney World (tipo quello di Parigi o di Orlando, in Florida), il futuro Disney Park dovrebbe vedere la luce a Shanghai, previa autorizzazione di Pechino. Stando a quanto è trapelato nel fine settimana, è da anni che l’editore di Topolino e del papero più celebre del mondo è in trattativa con il governo cinese per l’apertura di un nuovo centro del divertimento globale. Secondo il Wall Street Journal, il colosso americano avrebbe già previsto il costo totale dell’impresa: 3,59 miliardi di dollari. Il che farebbe dell’iniziativa targata Disney uno dei più sostanziosi investimenti stranieri mai fatti in Cina.

  • alberto.burba
  • Giovedì 15 Gennaio 2009

Francia: gli articoli più amati del 2008

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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Bella idea, quella della redazione online del Le Figaro. Il quotidiano transalpino che lo scorso anno si è conteso con il Le Monde il primato del foglio più letto in Rete ha stilato una classifica degli articoli più coinvolgenti nel 2008. Per stabilire quale pezzo ha colpito maggiormente l’interesse dei lettori sono stati presi come riferimento il numero dei commenti postati sul sito. E così, ai primi posti tra i pezzi più discussi dagli internauti francesi spiccano il resoconto di un animato diverbio tra il presidente Nicolas Sarkozy e un visitatore al salone dell’agricoltura lo scorso 23 febbraio, i clamorosi fischi alla Marsigliese durante una partita di calcio tra la nazionale tunisina e i Blues allo Stade de France a Parigi o i commenti internazionali che hanno accompagnato la liberazione di Ingrid Betancourt.

Ecco chi finanzia Obama
Il presidente eletto degli Stati Uniti può contare sul supporto delle star di Hollywood. Ma non solo, anche su quello di manager e amministratori delegati delle corporation di maggior successo del pianeta. Per avere conferma di ciò, basta una visita al sito pic2009.org/donors, lo spazio virtuale dove sono elencati finanziatori e finanziamenti che il neopresidente Barack Obama ha ricevuto in vista della cerimonia ufficiale per il suo insediamento alla Casa Bianca (prevista per il 20 gennaio). Una scorsa alla lista e subito saltano agli occhi “nomi importanti”, come cineasti del calibro di Steven Spielberg e consorte (che hanno versato 50mila dollari a testa per finanziare la cerimonia di investitura), di direttori di importanti società (come Google o Microsoft) o di attrici evergreen come Sharon Stone.

Crisi dei media. Ma online…
I quotidiani statunitensi stanno vivendo uno tra i peggiori momenti della storia editoriale americana. Diversi indicatori sentenziano che a breve molti giornali saranno costretti a chiudere o a fondersi con altri gruppi. Motivo: la crisi finanziaria, il calo delle vendite e il conseguente crollo degli investimenti pubblicitari. Ma online sembra che le cose vadano diversamente, almeno per quel che riguarda il numero di lettori che giorno dopo giorno si affidano alla Rete per tenersi informati. Secondo uno studio Nielsen Online (commentato da Editor&Publisher) , lo scorso mese le versioni digitali dei principali quotidiani a stelle e strisce hanno visto aumenti di lettori unici per valori percentuali superiori in alcuni casi anche al 200%. A guidare la classifica dei fogli che negli scorsi 12 mesi hanno avuto maggior successo c’è lo Star Tribune in Minneapolis: più
265% rispetto a novembre 2007 per un totale di 3,5 milioni di visitatori unici. Seguono il Detroit News con un incremento del 232% e la nuova stella del giornalismo online: Politico.com (più 203% e 4,1 milioni di lettori). E i top five del mercato americano in versione .com, quali sono? Nomi arcinoti: New York Times (oltre 20 milioni di lettori), Los Angeles Times (11 milioni grazie a uno strabiliante incremento del 143%), Washington Post (anche lui attorno agli 11 milioni di lettori), USA TODAY (10 milioni) e l’autorevole Wall Street Journal con circa 7 milioni e mezzo di visitatori.

  • alberto.burba
  • Lunedì 5 Gennaio 2009

Come cambia la Tv indiana dopo Mumbai

OkNotizie

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  • Tags: media-esteri, media-stranieri
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Mumbai

Gli attacchi terroristici di Mumbai hanno avuto effetti anche sui codici di comportamento delle televisioni indiane. Giovedì scorso le principali emittenti del Paese asiatico hanno annunciato un piano in risposta alle accuse di avere involontariamente aiutato i militanti islamici durante gli attacchi nella capitale finanziaria.
Le nuove direttive, modellate su modelli anglo-statunitensi, prevedono il divieto assoluto di mandare in onda immagini legate alle operazioni di sicurezza o ai possibili contatti con terroristi o ostaggi. Secondo la News Broadcasters Association (l’associazione che rappresenta le tv indiane) le emittenti eviteranno anche di trasmettere immagini di cadaveri o di scene di sangue. La decisione di darsi un nuovo codice è arrivata in seguito alle critiche che sono piovute sulle tv all’indomani degli attentati, in particolare nei confronti di una stazione che aveva mandato in onda una telefonata con uno dei dieci attentatori responsabili della morte di 163 persone.

Il Guardian parla arabo
I media britannici lo hanno annunciato la scorsa settimana: entro il prossimo anno il Guardian lancerà un servizio in lingua araba. Stando a quanto ha scritto Brand Repubblic, l’autorevole foglio di Sua Maestà ha già preso accordi con un quotidiano del Qatar (Al Shar) per assicurare la traduzione e la ri-pubblicazione per il mondo arabo di almeno una quindicina di articoli al giorno. L’iniziativa, consacrata da Tim Brooks (direttore generale di Guardian News & Media), non nasconde quindi le ambizioni del foglio britannico di diventare leader tra i quotidiani occidentali progressisti intenzionati a conquistare una fetta del nascente mercato arabo.

Tv digitale terrestre, la corsa francese
Parigi ha una gran fretta, vuole esser certa che i francesi siano pronti per quando la tv si riceverà solo per via digitale. Il che vuol dire entro il 2011. Stando a quanto ha scritto online il Nouvel Observateur, in settimana il governo transalpino ha contattato produttori e commercianti di apparecchiature elettroniche per assicurarsi che il grande pubblico sia bene informato e possa acquistare a breve l’occorrente. Eric Besson, segretario di Stato addetto allo sviluppo dell’economia digitale, ha quindi organizzato una riunione con i rappresentanti delle principali catene della grande distribuzione (come Carrefour, Auchan, Darty) e con i sindacati dei produttori di materiale audiovisivo (la Simavelec) per fare il punto sulla situazione e garantire che entro i prossimi mesi sugli scaffali dei negozi siano sempre
presenti ricevitori e depliant informativi. I piani per il passaggio al digitale in Francia procedono con celerità. Secondo Parigi oltre il 90 per cento della popolazione è potenzialmente coperta dal servizio, ma al momento solo il 60 per cento delle famiglie francesi sono equipaggiate per ricevere il segnale in digitale.

  • alberto.burba
  • Lunedì 22 Dicembre 2008
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