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Archivio per autore: » antonietta.demurtas

L’aborto irrompe nella campagna elettorale americana

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  • Tags: Barack Obama, John McCain, presidenziali-usa-2008
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pro-choice1].Jpeg
Negli Stati Uniti lo stress delle elezioni politiche provoca nei candidati una sindrome che potrebbe essere diagnosticata come isteria da gravidanza, o meglio: da aborto. Un tema, questo, che da sempre spacca in due l’opinione pubblica ma che non sempre è determinante per l’esito elettorale. Anche perché, secondo un recente sondaggio condotto dal Gallup tra agosto e settembre 2008, solo l’1% dei cittadini americani ritiene che le posizioni sull’aborto dei due candidati influiscano sulla loro scelta di voto. I temi che stanno a cuore ai cittadini sono quelli di sempre, legati all’economia (42%), alla situazione in Iraq (15-13%) e alle energie (13%).

Ma nel mainstream dell’informazione americana, nei dibattiti politici e nei talk show l’aborto continua a occupare un posto centrale. “Io e McCain non siamo d’accordo sull’aborto, ma sicuramente possiamo trovare un accordo sulla riduzione delle gravidanze non desiderate” ha detto Barack Obama che, nella corsa alla Casa Bianca, cerca di mediare tra la sua posizione liberal pro-choice e il fronte antiabortista pro-life, consapevole dell’importanza di questo tema nel decidere la battaglia finale.
Anche Hillary Clinton durante le primarie ha dovuto affrontare il tema e, più volte, ha definito “un fallimento sia per il fronte pro-life che per quello pro-choice il non essere riusciti a venirsi incontro”. Una distanza che Obama ha cercato di colmare: “Il mio ruolo è quello di garantire che tutti siano liberi di decidere e tutti abbiano uguali diritti” spiega in un’intervista alla Cbn, “I support the choice position”.


No all’aborto è invece la posizione dei repubblicani, che da sempre hanno difeso le posizioni pro-life. Ancora di più ora con la nomina a vicepresidente dell’ultraconservatrice Sarah Palin, membro della National rifle association ma soprattutto acerrima nemica dell’aborto: ha un figlio down e una figlia di 17 anni incinta, e ha affermato più volte la sua opposizione all’aborto anche davanti a uno stupro o a un incesto. In caso di vittoria “il pitbull con il rossetto” - come si è definita - salirà al governo a fianco di John McCain. Una scelta quella di John “maverick” fatta proprio per assicurarsi il voto della destra religiosa del Paese, che ha nella Palin una sua paladina.

Nancy Keenan, presidente di Naral pro-choice America, scrive che la scelta della governatrice dell’Alaska non fa altro che confermare quanto “la presidenza di McCain sarà solo un ripetersi per quattro anni delle stesse vecchie politiche di anti-choice di Bush”. McCain in realtà, che ora ama presentarsi un paladino di lunga data del fronte antibortista (arrivando persino a chiedere l’abrogazione della storica sentenza del 1973 “Roe versus Wade“) riteneva fino a ieri che una sua immediata abolizione avrebbe messo in pericolo la vita delle donne costringendole a subire operazioni illegali e pericolose. Ma nel complesso, come ricorda Gerald F. Seib sulle colonne del Wall street journal, la sua posizione è sostanzialmente antiabortista con qualche eccezione come quella in caso di incesto, violenza o pericolo di vita della madre.


Due posizioni diverse quindi quelle di Obama e McCain; emerse in tutti i dibattiti. L’occasione si è presentata il 16 agosto quando Obama e McCain si sono trovati per la prima volta insieme (anche se solo in collegamento video) a un pubblico incontro dalla fine delle primarie. Un forum sulla fede organizzato dalla Saddleback Church in California e moderato dal reverendo Rick Warren li ha messi faccia a faccia: ogni candidato ha risposto alla stessa serie di domande. Al quesito su quando debba iniziare la tutela di un individuo in quanto essere umano, Obama ha affermato di condividere la storica sentenza della Corte suprema che nel 1973 ha legalizzato l’interruzione di gravidanza negli Stati Uniti, pur riconoscendo che sull’argomento sono profonde le implicazioni etiche e morali.
McCain, più deciso, ha affermato che un essere umano è tale dal momento stesso del concepimento e ha assicurato che la sua amministrazione sarà schierata “a favore della vita”.


Insomma il tema dell’aborto, anche in queste presidenziali diventa un perno intorno a cui far girare le tematiche più importanti del programma elettorale. Un tema che è sempre stato considerato importante anche durante tutta la legislatura di George W. Bush. Così come nelle ultime settimane ha suscitato critiche e dibattiti, ripresi poi sulle pagine dei giornali, la decisione dell’amministrazione Bush di approvare una norma per proteggere l’obiezione di coscienza dei medici che non vogliono praticare l’aborto. E forse potrebbe essere inclusa anche il rifiuto di prescrivere la pillola del giorno dopo.
Secondo quanto riferisce il Washington Post, molti Stati hanno chiesto un referendum per ridiscutere la legge sull’aborto. Un esempio è il Sud Dakota, che proibirà l’aborto tranne che in caso di violenza, incesto o rischio per la salute della madre. Simile la proposta della California e del Colorado.
Entrambi i candidati conoscono inoltre l’importanza che gli evangelici danno al tema e, in linea con quanto emerge dagli ultimi sondaggi a livello nazionale tra coloro che si dichiarano evangelici, McCain raccoglie il 67% delle preferenze contro il 24% di Obama.

Non sempre il tema dell’aborto in campagna elettorale riscuote successo. In Italia ad esempio i risultati alle urne della lista di Giuliano Ferrara “Aborto? No grazie”, hanno evidenziato la volontà di tenere alcuni temi etici al di fuori del dibattito elettorale.

Ma come spiega il colonnista del Los Angeles Times Tim Rutten:” I cattolici rappresentano il 25% dell’elettorato e nessun candidato nella storia delle elezioni americane ha conquistato il voto popolare senza il loro consenso”.

  • antonietta.demurtas
  • Giovedì 18 Settembre 2008

McCain gioca la carta rosa: Sarah Palin

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  • Tags: John McCain, palin, presidenziali-usa-2008, sarah-palin
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ritratto di Sarah Palin, audio

Ascolta il commento AUDIO di Silvia Grilli, vicedirettore di Panorama

Era stato il britannico Times a segnalare per primo, quasi un mese fa, che John McCain aveva in mente di nominare un donna come vice: o il Governatore dell’Alaska Sarah Palin o Carly Fiorina, chief executive della Hewlett-Packard. Non si sbagliava: stamane un aereo privato proveniente da Anchorage è atterrato a Dayton, in Ohio, dove il candidato repubblicano presenterà il suo vicepresidente. Tutto lascia pensare, secondo la stampa americana, che a bordo ci fosse proprio la Palin, risposta alla scelta obamiana di Joe Biden giunta dopo aver scartato l’ipotesi femminile di Hillary. Quella repubblicana potrebbe essere una carta vincente soprattutto perché Palin è da sempre considerata una paladina di alcuni temi cari ai conservatori: è contro l’aborto (ha un figlio down) e i matrimoni gay ma a favore della pena di morte e il diritto a portare armi. Ma soprattutto potrebbe portare dalla sua parte le molte donne deluse dal fallimento della mancata candidatura della Clinton.

Se così fosse, Mitt Romney, l’ex governatore del Massachusetts, e Tim Pawlenty, il governatore del Minnesota non farebbero più parte del team di McCain, che sceglie quindi una donna, giovane e madre, per stuzzicare l’appetito di chi in queste elezioni americane voleva una figura femminile. Lei, Sarah Palin, ha un curriculum di tutto rispetto: dal 2006 è la prima donna governatore dell’Alaska. Madre di cinque figli, 44 anni nata nell’Idaho, membro tesserato della National Rifle Association, maratoneta e appassionata della vita all’aria aperta (mangia hamburger di alce), quella che potrebbe essere il numero due di McCain è la presidente della Alaska Oil and Gas Conservation Commission. Suo marito Todd è un eschimese ed è anche per questo che Palin, dopo aver posato per Vogue nel 2007, è soprannominata “la governatrice più calda dello stato più freddo”.

  • antonietta.demurtas
  • Venerdì 29 Agosto 2008

Cina: è depressione post-olimpica

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  • Tags: Lin-Ye, olimpiadi-2008, Pechino, shanghai, sindrome-olimpica, Yang-Xiaowei, Zhang-Jimou
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cerimonia di chiusura
Niente più Giochi, né medaglie, né fuochi d’artificio: la Cina scopre di essere in preda al panico da fine kermesse, un’epidemia che ha colpito quasi tutta la popolazione. Si chiama “sindrome olimpica” e, secondo quanto riporta l’agenzia di informazione Xinhua, colpisce soprattutto gli studenti e gli impiegati. Che avvertono un incolmabile senso di vuoto nelle loro vite. Per non perdere neanche una gare in molti hanno rinunciato a dormire e mangiare. Ora soffrono perché le gare che per due settimane erano diventate un appuntamento quotidiano, non ci sono più.
I primi casi sono definiti di “depressione post-Giochi”. Secondo quanto riporta Xinhua, molti cinesi non riescono a riabituarsi alla routine e non vogliono credere che le Olimpiadi che per anni hanno condizionato la loro vita, siano ormai un ricordo. Un psicologo di Shanghai, Lin Ye racconta che questo tipo di sindrome post traumatica, “è frequente nel paese asiatico e colpisce soprattutto gli spettatori delle gare sportive, come ad esempio i tifosi dei mondiali di calcio”. Secondo Ye, le famiglie che guardavano le gare in televisione hanno vissuto per settimane un’atmosfera di divertimento ed eccitamento che gli ha fatto dimenticare i problemi della vita quotidiana.
I Giochi insomma avrebbero creato un’illusione, una patina di felicità che ha nascosto la dura realtà. Ma alla fine dei Giochi, domenica, tutti sono dovuti ritornare alla vita normale ed affrontare le preoccupazioni del lavoro. Per vincere il malessere la specialista Yang Xiaowei, docente della East China Normal University, suggerisce di stare il più lontano possibile dalla televisione e cercare di fare attività all’aria aperta. Per vincere l’incubo post Pechino bisogna dimenticare il sogno olimpico.
Il regista Zhang Jimou, autore degli spettacoli di apertura e di chiusura dei Giochi, aveva tradotto bene quel senso di malessere della gente di Pechino, che avrebbe voluto Giochi eterni. La torre, alta 23 metri su cui 396 acrobati simulavano il fuoco della fiamma olimpica, mentre quello vero si spegneva nel braciere posto in cima allo stadio Nido d’uccello, è crollata.

  • antonietta.demurtas
  • Mercoledì 27 Agosto 2008

Darfur: liberi gli ostaggi dell’aereo dirottato a Khartoum

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  • Tags: darfur, sudan
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Roma

Sono liberi tutti i passeggeri del Boeing 737 della compagnia privata sudanese Sun Air, che si trovavano a bordo del volo dirottato ieri nel primo pomeriggio sulla Libia. Dopo una notte di paura ed una trattativa serrata nell’aeroporto dell’oasi libica di Kufrah, i pirati dell’aria hanno accettato di rilasciare gli ostaggi.

Sui dirottatori, che avrebbero voluto portare l’aereo fino a Parigi dopo una sosta per fare rifornimento in Libia, non si hanno ancora notizie certe. Dopo aver accertato che anziché dieci erano solo due, era stato dichiarato il loro arresto da parte delle autorità libiche. Ma la notizia, data dal direttore della compagnia aerea sudanese Sun Air, Murtada Hassan, è stata subito smentita da un responsabile libico. La fonte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa libica Jana, ha fatto sapere che le trattative sono ancora in corso e quindi due sequestratori sarebbero a bordo.

Ancora non è chiaro chi siano i dirottatori. Secondo il pilota, citato dall’agenzia libica Jana, appartengono a un’ala minoritaria del Movimento di liberazione del Sudan (Slm) guidata da Abdel Wahid Mohammed al Nur, il quale però da Parigi ha negato qualsiasi coinvolgimento.

Nel novembre 2005, il Movimento di liberazione del Sudan (Slm), il principale gruppo ribelle del Darfur, si divise in due fazioni: una, maggioritaria, guidata da Minni (o Minna) Minnawi e che ha firmato nel maggio 2006 ad Abuja un accordo di pace con Khartoum; l’altra, minoritaria, guidata da Abdel Wahid Mohammed al Nur, che non ha firmato l’accordo di pace. A bordo dell’aereo dirottato tra i passeggeri ci sono anche tre membri del Movimento di liberazione sudanese, appartenenti alla fazione maggioritaria di Mina Minnawi che si è accordata con Omar Hassam al Bashir, il presidente sudanese per il quale il procuratore generale della Corte penale internazionale dell’Aja ha chiesto il 14 luglio scorso l’incriminazione per genocidio e crimini contro l’umanità.
L’Sml è entrato nel governo di Khartoum, ma Minawi ha lasciato la capitale parecchi mesi fa, prendendo sempre più le distanze da al Bashir.

L’agenzia France Presse riporta il parere di un capo di una formazione ribelle, l’Armata di liberazione del Sudan, secondo cui il sequestro sarebbe una conseguenza della politica di Khartoum nei confronti delle migliaia di profughi del Darfur. In particolare, il dirottamento potrebbe essere una risposta all’intervento delle forze di sicurezza sudanesi in un campo profughi a Kalma, vicino all’aeroporto di Nyala, avvenuto lunedì 25 agosto. Nyala è il capoluogo del Sud Darfur, straziato dalla guerra civile, da dove è decollato l’aereo dirottato. Secondo fonti Onu negli scontri sono morte 33 persone. Il governo si è giustificato dicendo che il raid mirava a cercare ribelli. Le forze di pace presenti nella regione hanno definito l’azione “sproporzionata e eccessiva”.

La maggior parte dei leader dei gruppi ribelli del Darfur sono in questo momento negli Stati Uniti ad una conferenza promossa dalla componente maggioritaria del Movimento di liberazione del Sudan. In Darfur, secondo le Nazioni Unite, sono morte circa 300mila persone in un conflitto che vede scontrarsi ogni giorno le milizie arabe dei Janjaweed e le forze governative coalizzate contro le tribù non arabe della regione. Il bilancio ufficiale di Khartoum è invece di 10mila vittime. Gli ultimi dirottamenti risalgono al marzo del 2007 quando un sudanese espulso dalla Libia aveva tentato di dirottare verso il Sudafrica un aereo della compagnia nazionale Sudan Airways. A gennaio dello stesso anno un Boeing 737 della compagnia sudanese Air West era stato dirottato su N’Djamena da un sudanese armato che si era rapidamente arreso alle forze ciadiane dopo aver liberato gli ostaggi.


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  • antonietta.demurtas
  • Mercoledì 27 Agosto 2008

Pechino sotto la lente: il Cio chiede la verifica dell’età per le ginnaste cinesi

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  • Tags: Cio, Giselle-Davies, He-Kexin, Jiang-Yuyuan, Kim-Gwang-Suk, olimpiadi, pechino-2008, Yang-Yun
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ginnaste cinesi
La Cina potrebbe perdere le sue migliori medaglie vinte nella ginnastica per aver taroccato l’età delle sue atlete.

Il Comitato olimpico internazionale ha chiesto infatti alla Federazione internazionale di ginnastica di verificare l’età delle atlete cinesi sospettate di avere meno dei 16 anni minimi richiesti. “Non si tratta di una inchiesta formale”, ha spiegato Giselle Davies, responsabile della comunicazione del Cio, “ma sull’argomento ci sono un certo numero di versioni differenti”.
Davies ha comunque chiarito che la federazione cinese di ginnastica ha fornito una piena collaborazione per risolvere al più presto il problema.
In caso i sospetti del Cio fossero giusti, a rischio ci sarebbero quattro medaglie cinesi: l’oro vinto dalla squadra, quello di He Kexin alla sbarra e i bronzi di Jiang Yuyuan nel concorso generale e alle parallele. La Cina respinge le accuse. Giovedì il coach delle ginnaste, Lu Shanzhen, ha riferito alla Associated Press di avere consegnato alla federazione internazionale nuovi documenti, tra cui un vecchio passaporto, per fugare definitivamente ogni dubbio su He Kexin. La Fig ha più volte ribadito che i passaporti, verificati dal Cio prima dei Giochi, sono ritenuti prova valida per stabilire l’età di un atleta.

A mettere la “pulce nell’orecchio” al Cio sono stati i media cinesi e il New York Times che un mese fa avevano messo in dubbio l’età delle ginnaste cinesi ritenuta inferiore ai 16 anni.
Nella ginnastica la falsificazione dell’età è stata un problema fin dagli anni ottanta, quando la minima età per poter gareggiare fu elevata da 14 a 15 anni e nel 1997 passò a 16. Si pensava infatti che i ginnasti più giovani avessero un vantaggio perché più flessibili.
Tra i primi a falsificare la data di nascita di un atleta fu la Nord Corea, a cui fu impedito di partecipare nel 1993 ai Campionati del mondo dopo che gli ufficiali Fig scoprirono che la ginnasta Kim Gwang Suk, medaglista d’oro alla sbarra, era stata registrata come quindicenne per tre anni di seguito.
Anche la cinese Yang Yun, due medaglie di bronzo alle Olimpiadi di Sydney alle parallele asimmetriche, durante un’intervista alla televisione cinese dichiarò che nel 2000 aveva 14 anni, due in meno del minimo richiesto per andare ai Giochi. Visti i precedenti, non sarebbe una sorpresa trovare anche a Pechino delle ginnaste “fuori quota”…

  • antonietta.demurtas
  • Venerdì 22 Agosto 2008

La boxe azzurra conquista Pechino a suon di pugni

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  • Tags: Clemente-Russo, olimpiadi-2008, Pechino, pugilato, Roberto-Cammarelle, Vincenzo-Picardi
  • Un commento

È sul ring che oggi l’Italia continua a vincere. È iniziata a suon di pugni e con un bronzo azzurro, la mattinata olimpica del quattordicesimo giorno a Pechino. Vincenzo Picardi non è riuscito a raggiungere la finale del torneo olimpico dei pesi mosca (51 kg) di pugilato. Sconfitto (7-1) in semifinale dal tailandese Somjit Jonghior, il pugile azzurro salirà comunque sul podio.
Sarà un argento o un oro quello che invece porterà a casa Clemente Russo, che oggi ha superato la semifinale della categoria 91 kg contro lo statunitense Deontay Wilder, battuto 7-1. Domani, nella finale olimpica per l’oro dei pesi massimi l’incontro sarà con l’avversario Rakhim Chakhkiev, il russo che nell’altra semifinale ha superato ai punti (10-5) il cubano Osmai Acosta Duarte.
E oggi, sempre sul ring, Roberto Cammarelle (+91 kg) si batterà contro il britannico David Price. In corsa per la gloria, l’atleta azzurro già vincitore della medaglia di bronzo ad Atene
vuole salire sul podio, ma non per un terzo posto: “Il bronzo non può essere l’obiettivo di un campione del mondo”, ha commentato ieri Cammarelle, “La vittoria con Rivas la considero come un normale passaggio del turno. Lo dico chiaramente: un altro risultato diverso dall’oro sarebbe una grande delusione”.
Finora sono 23, di cui sette ori, le medaglie vinte dagli atleti italiani alle Olimpiadi di Pechino. L’Italia è al nono posto nella classifica delle medaglie conquistate.

  • antonietta.demurtas
  • Venerdì 22 Agosto 2008

Il Dalai Lama: “L’esercito cinese ha sparato sulla folla”

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  • Tags: Carla Bruni, Dali-Lama, etnia-Han, Hu-Jintao, Le-Monde, lhasa, olimpiadi2008, Pechino
  • 2 commenti

Dalai lama
La guida spirituale dei tibetani Tengin Gyatso
La Cina non rispetta lo spirito olimpico dei Giochi e continua a uccidere i tibetani. Con questa accusa il Dalai Lama riaccende la polemica fra Tibet e Cina e in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, accusa l’esercito pechinese di “aver sparato contro la folla” il 18 agosto scorso nella regione di Kham, nell’est del Tibet. Nell’intervista la guida spirituale buddista sostiene che sono stati uccisi circa 140 tibetani. Un bilancio numerico che è stata poi smentito da un comunicato del suo ufficio stampa, nel quale si sostiene che il Dalai Lama non ha mai fatto una cifra ufficiale.
Dalle colonne del quotidiano francese Tengin Gyatso racconta anche che “dall’inizio delle proteste in Tibet, il 10 marzo, testimoni affidabili hanno riferito che 400 manifestanti sono state uccisi nella sola regione di Lhasa da colpi d’arma da fuoco.  Il Dalai Lama ha affermato inoltre che nelle discussioni con Pechino “non c’è stata nessuna apertura”. Davanti a una conclamata volontà di dialogo del presidente Hu Jintao Tengin Gyatso ha riscontrato solo un inasprimento della repressione: “Dopo le proteste di marzo e le Olimpiadi, avevamo creduto a segnali positivi. Siamo stati presto smentiti e nei colloqui con il governo cinese i nostri emissari si sono trovati davanti a un muro”. Altra accusa lanciata a Pechino è quella di voler insediare un milione di cinesi di etnia Han per diluire ulteriormente la presenza tibetana nella regione.
Nonostante le accuse il Dalai Lama ribadisce comunque la volontà di mantenere “l’approccio della non violenza”, senza per questo rinunciare all’autonomia, che sottolinea “rimane la nostra meta”.
Il leader spirituale tibetano, che si trova attualmente in Francia, incontrerà domani mattina la première dame Carla Bruni-Sarkozy in occasione della inaugurazione di un tempio buddista a Roqueredonde, nel sud del paese. La Bruni sarà accompagnata dal ministro degli esteri Bernard Kouchner e dal segretario di Stato ai diritti umani, Rama Yade.

  • antonietta.demurtas
  • Giovedì 21 Agosto 2008

I Giochi di Pechino e i moralizzatori del Cio tra divieti e bacchettate

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  • Tags: Alejandro-Blanco, Cio, Giselle-Davies, Madrid, olimpiadi-2008, Pechino, Spagna, usain-bolt
  • 3 commenti

Bolt conquista l'oro e il record nei 200 metri

All’aeroporto di Madrid 153 persone sono morte in un incidente aereo. L’intera Spagna è sotto shock, ma a Pechino il Comitato olimpico (Cio) ha deciso di non proclamare alcun lutto e di dire no a tutto. Negativa è stata infatti la risposta del Cio alla richiesta della delegazione spagnola presente ai Giochi di far indossare agli atleti iberici che disputeranno le gare di oggi una fascia nera al braccio in segno di lutto. Fascia portata al braccio già ieri dai giocatori della nazionale di calcio in occasione dell’amichevole contro la Danimarca e, nonostante il divieto, portata anche oggi dalle tre atlete spagnole nella marcia femminile, María Vasco, Beatriz Pascual y María José Povés.

Deciso no anche alla richiesta di esporre nel villaggio olimpico la bandiera rossa e gialla a mezz’asta, come aveva richiesto il presidente del Comitato Olimpico Spagnolo (Coe), Alejandro Blanco.
Secondo quanto riporta il giornale El mundo la spiegazione del Cio, non ancora ufficiale, risiederebbe nella volontà di non fare “figli e figliastri”: la stessa richiesta era infatti stata negata alla Georgia in seguito al conflitto con la Russia, per non offendere la delegazione russa. Ma, come sottolinea il quotidiano spagnolo, quella della Spagna non aveva nessuna “connotazione politica”.

Per rispondere a quella che viene vista come una censura sulla tragedia che ha colpito il Paese, il Coe risponde con la bandiera a mezz’asta esposta in Casa Spagna. Sempre nella residenza ufficiale iberica a Pechino oggi pomeriggio sarà anche organizzata una cerimonia per ricordare le vittime dell’incidente. Ci sarà l’Infanta Cristina, in compagnia del suo sposo Inaki Urdangarin, oltre alla ministra dell’Educazione Mercedes Cabrera, il segretario di stato allo Sport Jaime Lissavetzki e il presidente del comitato olimpico Alejandro Blanco.

Terrorizzati dalla possibilità che manifestazioni di carattere politico o religioso possano “contaminare” i Giochi, al Cio stanno assumendo una linea che El mundo definisce talmente “massimalista” da risultare “assurda”.
E assurdi o quanto meno criticabili sono state considerate anche altre scelte assunte dal Comitato in questi giorni. A partire risultati anti-doping che sono stati messi in discussione da parte dell’opinione pubblica. Solo sei casi di doping su un totale di 4.133 controlli hanno scatenato infatti domande e dubbi sull’attendibilità dei test che il Cio definisce invece sicuri, “Nessun rischio di giochi truccati”, ha assicurato Giselle Davies, portavoce del Comitato olimpico internazionale “Le analisi sono condotte di concerto con tutte le autorità antidoping, dalla Wada alle varie federazioni internazionali”.

Divieti, proclami e condanne. L’ultima critica del Comitato riguarda i festeggiamenti e l’esuberanza di Usain Bolt (guarda la GALLERY), che è stato invitato a mostrare maggior considerazione nei confronti degli avversari. “È ancora un ragazzo, ma deve mostrare più rispetto nei confronti dei suoi rivali”, ha detto il presidente del Cio, Jacques Rogge, “Rispecchierà ancor più lo spirito olimpico”. Secondo Rogge il talento giamaicano, recordman sui 100 e sui 200 metri “può essere considerato come l’americano Jesse Owen negli anni ‘30, ma deve stringere la mano agli avversari all’arrivo. Certo”, aggiunge, “ha solo 22 anni e ha tutto il tempo per imparare”.

Lezioni di galateo che portano il presidente belga a definire “show” gli atteggiamenti del campione, “una stretta di mano o una pacca sulla spalla dopo la corsa, sarebbe un gesto da fare” conclude il presidente.

  • antonietta.demurtas
  • Giovedì 21 Agosto 2008
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