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Uno dei giornalisti di Radio Bayan West, a Herat, nell'Ovest dell'Afghanistan (Foto: Ufficio pubblica informazione Regional command west - Vincenzo Di Canio)
Una radiolina a manovella può essere la via d’uscita dall’isolamento. Per capire l’importanza che la radio ha in Afghanistan, come mezzo di comunicazione e scolarizzazione, basta tornare indietro di un paio di generazioni italiane, a prima della televisione. La radio è il mezzo più ascoltato nel Paese asiatico, in molti villaggi e zone rurali, dove mancano l’elettricità e le strade, è anche l’unico. Tv e giornali non possono arrivare, nella stessa città di Herat i quotidiani vengono consegnati il giorno successivo all’uscita. Meno di un afgano su due sa leggere e scrivere e nonostante i progressi fatti dopo la fine del regime talebano solo la metà dei bambini va a scuola (le bambine sono appena il 30% degli alunni nelle aule). Anche per questo le forze Isaf e la Cooperazione italiana hanno distribuito migliaia di radioline che si ricaricano a manovella nei villaggi più lontani dai centri urbani. Continua

Militari statunitensi e paracadutisti italiani della "Folgore", coadiuvati da unità delle Forze speciali nel Turkmenistan, la zona di sicurezza nella delicata area di Bala Mourgab, Afghanistan, in una foto del 20 maggio 2011. (Credits: Ansa)
Centro di Herat, solo quattro giorni fa. Il Provincial reconstruction team (Prt), di competenza dei militari italiani ma che impiega anche personale civile, ha sede in un vecchio quartiere della città. Attraverso il cancello colpito questa mattina dai kamikaze talebani scortata dai soldati di Camp Arena, la vera a propria base militare a pochi chilometri da Herat. Le misure di sicurezza in difesa del palazzo sono strettissime. Per avvicinarci dobbiamo segnalare il nostro arrivo via radio, davanti all’ingresso ci sono le barriere fatte con blocchi di cemento. Penso subito che se qualcuno volesse sfondarle in auto, non ci riuscirebbe. Prima di entrare poi un soldato controlla l’eventuale presenza di ordigni dentro e sotto ogni auto. Queste precauzioni mi fanno sentire tranquilla. E la mia sensazione è confermata all’interno: il Prt non è un luogo dove avere paura. Tutti lavorano serenamente, l’atmosfera è rassicurante. Ci sono un bar, una mensa, gli uffici e un piccolo mercato in cortile. La stessa città di Herat era considerata, fino a oggi, relativamente sicura. Continua
Il tenente Marina Catena con le bambine di Tibnin, in Libano
Il cibo come arma di peace keeping. È la parola d’ordine che guida il lavoro del Wfp (o Pam, Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) nei paesi del Terzo mondo. Secondo la Fao, le persone denutrite sono 963 milioni e l’obiettivo è raggiungerle tutte con gli aiuti alimentari. Ma i prezzi del cibo sono aumentati negli ultimi mesi e aumenteranno ancora nei prossimi dieci anni. Il Wfp spende 6 miliardi di dollari l’anno per le derrate alimentari, ma l’incremento dei prezzi ha ridotto il suo potere d’acquisto. Con lo stesso denaro nell’ultimo anno ha consegnato nel Sud del mondo meno cibo, quasi il 40 per cento. E i più poveri ne hanno fatto le spese.
Ma gli operatori non fanno i conti solo con la cresi economica. “Le difficoltà che incontriamo sul campo dimostrano quanto sia importante la collaborazione tra mondo umanitario e mondo militare”, sottolinea Marina Catena, dal settembre 2008 direttore del Programma alimentare mondiale dell’Onu in Francia. Basti pensare alla recente emergenza della Somalia, dove i pirati attaccano le navi che trasportano aiuti alimentari. E dove senza la scorta dei militari della missione a comando Ue chiamata “Atalanta” gli aiuti sarebbero bloccati.
A Milano per partecipare alla conferenza internazionale organizzata da Ipack-Ima alla Fiera di Milano dal titolo “Più tecnologia, sicurezza e qualità, meno fame nel mondo”, Marina Catena incarna l’incontro fra due settori in apparenza tanto diversi come le ong e le forze armate. Originaria di Ortona a Mare, in Abruzzo, 41 anni, comincia la sua attività umanitaria nel ‘99 a fianco di Bernard Kouchner. “Durante le missioni in Kosovo e in Iraq”, racconta, “ho scoperto il valore del lavoro dei nostri soldati all’estero e ho deciso di diventare una di loro”.
Gli aiuti alimentari del Pam, con la tazza rossa, simbolo della lotta alla fame nel mondo
Nel 2005 l’operatrice Catena diventa il tenente Catena, riservista dell’esercito, e nel 2007 parte per il Libano con i paracadutisti della Folgore. Dalla sua esperienza di donna in prima linea nasce il libro Una donna per soldato: diario di una tenente italiana in Libano (Rizzoli), i cui proventi vanno all’orfanotrofio femminile di Tibnin, in Libano.
“Metà soldato e metà operatore umanitario”, così si definisce Marina Catena. La donna giusta al posto giusto, con un entusiasmo che vacilla solo di fronte ai numeri enormi degli affamati del mondo. “Evito di pensare alle dimensioni dell’emergenza”, spiega, “per farmi forza preferisco ricordarmi di Lily. Questa bambina ruandese stava lì davanti ai funzionari del Pam che distribuivano cibo, in mano una tazza rossa con sopra il suo nome. La porgeva vuota e l’ha avuta indietro piena”. La tazza rossa di Lily è diventata il simbolo della lotta alla fame nel mondo.
Alfie Patten, padre a 13 anni, in una schermata del sito del “Sun”
Si chiama Maisie Roxanne ed è una bella bambina di tre chili e mezzo nata in Inghilterra lunedì scorso. Cos’ha di particolare? I genitori. Suo padre, Alfie Patten, ha 13 anni ma ne dimostra al massimo dieci ed è alto un metro e venti. Sua madre, Chantelle Steadman, di anni, invece, ne ha 15. La loro storia è raccontata in esclusiva dal tabloid britannico Sun. Che pubblica anche le foto del baby papà e della mamma con in braccio la loro adorata neonata.
“Quando Chantelle è rimasta incinta abbiamo rifiutato l’aborto”, ha dichiarato “baby-faced boy” al giornale britannico, “pensavo che sarebbe stato bello avere un bambino. Non credevo che fosse così dura. Io non ho denaro, mio padre ogni tanto mi dà 10 sterline”. Il padre di Alfie, Dennis, ha spiegato che suo figlio non si rende conto dell’enormità della situazione: “Gioca come sempre alla Playstation”, racconta, “ma ogni giorno va in clinica a trovare la giovane mamma e la sua bambina”. “Quando mia madre lo ha scoperto”, continua Alfie, “pensavo che sarebbero stati guai. Noi volevamo avere il bambino, ma avevamo paura della reazione della gente. Ora so che sono un padre e so che starò bene, che mi prenderò cura di mia figlia”.
Il padre bambino è stato il primo a prendere in braccio la piccola Maisie dopo il parto e a darle il biberon. La sua ragazza, Chantelle, ha partorito lunedì notte dopo dopo un travaglio di cinque ore all’ospedale di Eastbourne, nell’East Sussex. La 15enne all’inizio non aveva capito di essere incinta. “Ho iniziato ad avere forti mal di pancia, così io e Alfie siamo andati dal mio ginecologo”, ha raccontato la giovane al Sun. “Mi ha chiesto se avessimo fatto sesso, io gli ho detto di sì e lui mi ha fatto fare un test di gravidanza. Ho iniziato a piangere, non sapevo cosa fare. Il medico ha detto che avrei dovuto dirlo a mia madre, ma ero troppo spaventata. Lì per lì non pensavo all’aiuto che potevano darmi, pensavo solo che mi avrebbero uccisa”.
Chantelle si rende conto della responsabilità che lei e il suo ragazzo si sono accollati. “Sappiamo che abbiamo fatto un errore”, ha detto, “ma ciò non cambia nulla. Io sarò una brava mamma e Alfie un bravo papà”. La giovanissima mamma e la sua bambina sono state dimesse e ora vivono con Penny, la mamma di Chantelle, Steve, il padre che è disoccupato, e i cinque fratelli. Alfie continua a vivere con sua madre, ma passa quasi tutto il suo tempo a casa di Chantelle.
No all’estradizione in Italia di Marina Petrella, ex membro delle Brigate Rosse, attualmente detenuta in Francia. Il presidente Nicolas Sarkozy ha deciso di non applicare il decreto sulla sua estradizione per “ragioni umanitarie”, come ha comunicato l’avvocato della Petrella, Irene Terrel. Un decreto del governo francese dello scorso 3 giugno, autorizzava l’estradizione verso l’Italia, dove una sentenza del 1992 condannava Petrella all’ergastolo per omicidio. Un comitato di sostenitori dell’ex brigatista, ora 54enne, aveva domandato al presidente francese Sarkozy l’applicazione della “clausola umanitaria” prevista dalla convenzione sull’estradizione franco-italiana del 1957.
Marina Petrella aveva depositato un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto che autorizza la sua estradizione. Il ricorso sarà esaminato mercoledì alle 14 dalla seconda e settima sotto-sezione riunite. Ex dirigente della “colonna romana” delle Br, rifugiatasi in Francia dal 1993, Marina Petrella è stata arrestata nell’agosto del 2007 a Val-d’Oise, dove lavorava come assistente sociale. Il suo stato fisico e mentale non ha cessato di peggiorare per un anno e l’ex brigatista è restata in carcere fino a quando la Corte d’appello di Versailles ha autorizzato da agosto la libertà sotto controllo giudiziario per permetterle di ricevere delle cure senza essere detenuta. Marina Petrella è ricoverata presso l’ospedale parigino Sainte-Anne, dove è nutrita attraverso un sondino che consente “la sua sopravvivenza con un’alimentazione minima”, secondo la Lega dei Diritti dell’Uomo.

Era scampato per un soffio alla strage di Nassiriya del novembre 2003, ma aveva deciso comunque di ripartire in missione. Lasciando a casa la moglie Maria e la figlia Giusi, 18 anni, che frequenta il liceo. Il primo maresciallo Giovanni Pezzulo, 44 anni, era un soldato come tanti: innamorato del suo lavoro e della sua famiglia.
Pezzulo era entrato nell’esercito a 18 anni, nel 1980, per l’Afghanistan era partito lo scorso dicembre. Originario di Carinola, nel casertano, viveva a Oderzo, vicino a Treviso e prestava servizio al Cimic Group South di Motta di Livenza. Era uno specialista in attività umanitarie, in passato si era occupato di ricostruzione nel reparto Genio pionieri.

La sua famiglia di origine, gli anziani genitori e i quattro fratelli maschi, vive ancora a Carinola. Lo zio racconta come abbia “sempre amato il suo lavoro e l’esercito. Ci parlava spesso delle missioni in Iraq. Giovanni era a Nassiriya nel giorno dell’attentato. Ci raccontava con grande entusiasmo delle missioni in Kosovo, di quello che il contingente italiano faceva a favore delle popolazioni locali e in particolare per i bambini e gli anziani”. La salma del maresciallo morto, ha detto il suo comandante al Cimic, il colonnello Celestino Di Pace, potrebbe rientrare in Italia già domani.

Ha telefonato invece personalmente a casa, per tranquillizzare i familiari, l’altro militare ferito a una gamba, il maresciallo Enrico Mercuri, di 31 anni. Nato a Montecassino, in provincia di Macerata, è in forza al Reggimento alpini paracadutisti Montecervino, a Bolzano. Si tratta dei ranger, un corpo d’élite delle Forze armate italiane. Marcuri è alla sua prima missione all’estero.
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Militari italiani al fronte, lontanissimi, col pensiero fisso a casa. I video girati col telefonino e le immagini caricate su Youtube hanno preso il posto delle lettere e delle cartoline di un tempo. Diari filmati dall’Afghanistan per far vedere come si svolgono le operazioni, cosa si fa nel tempo libero, qual è il rapporto con la popolazione.
Carlo, 37 anni, invia immagini da Kabul: i commilitoni, il lavoro in infermeria, il paesaggio afghano, i bambini e le donne del posto.
Qui invece le operazioni della Task Force Nibbio:
E quelle degli elicotteristi dell’Aeronautica militare:
Anche la fidanzata di un soldato in missione posta un video:
Mentre Manji, dall’Afghanistan, ha messo online un filmato per ringraziare i militari italiani:

Lorenzo D’Auria e Daniele Paladini. Nei due mesi trascorsi tra il rapimento il 22 settembre scorso in Afghanistan dell’agente del Sismi, poi ferito a morte durante il blitz della sua liberazione, e l’attentato talebano di questa mattina a Pagman (a ovest di Kabul) in cui ha perso la vita il maresciallo capo dell’esercito, il contingente italiano non ha avuto tregua. Gli attacchi si sono intensificati e la violenza è cresciuta. Nel mirino, oltre ai civili e ai soldati afghani, c’erano spesso i nostri militari.
Il 16 novembre, nella provincia occidentale di Farah, un convoglio italiano è sfuggito a un attentato suicida e un militare è rimasto ferito, anche se in modo non grave. La notte successiva cinque razzi sono stati lanciati dai talebani sull’aeroporto di Herat, controllato dai soldati italiani dell’Isaf, senza fare vittime. In seguito a questi episodi le autorità italiane hanno dichiarato che altri due attacchi contro il nostro contingente si erano verificati, senza provocare feriti, il 9 e il 10 novembre.
Il sottosegretario alla Difesa, Marco Verzaschi, ha ammesso che “in Afghanistan perdura una condizione di instabilità e di pericolosità. E i più recenti attacchi ai militari italiani confermano quanto già emerso nei mesi scorsi. Alla base di tale instabilità”, ha spiegato Verzaschi, “si colloca evidentemente l’azione dei numerosissimi gruppi armati illegali, della più varia natura. Alcuni animati da finalità di tipo politico ancorché tra loro diverse, altri di natura eminentemente criminale”. Per quanto riguarda in particolare il rischio cui sono esposti i soldati italiani il sottosegretario ha aggiunto: “Uno spostamento parziale dei talebani nella zona sotto il controllo degli italiani si è registrato negli ultimi sei-otto mesi, durante i quali la situazione è sicuramente peggiorata”.
Le nostre forze armate sono impegnate in modo massiccio in Afghanistan. I militari del contingente sono circa 2.300, tra Kabul (oltre mille) ed Herat, nell’ovest del Paese. Tra poche settimane il comando della regione della capitale afghana sarà affidato all’Italia e questo comporterà un provvisorio aumento del numero dei soldati. Il Senior national representative, cioè l’ufficiale più alto in grado, è attualmente il generale di divisione Giorgio Battisti, che è inserito nel comando della missione Isaf della Nato.
Il Regional Command Capital, attualmente affidato alla Francia, dal prossimo dicembre sarà italiano, per otto mesi. In questo periodo il contingente sarà rafforzato da circa 250 militari: gli alpini della Taurinense stanno raggiungendo proprio in queste ore Kabul. L’Italia gestisce inoltre il Prt (Gruppo di ricostruzione provinciale) di Herat, uno dei quattro in cui è divisa la regione. Il generale Fausto Macor, inoltre, è il comandante dell’Isaf per l’intero settore ovest. Sia a Kabul sia ad Herat è presente anche una componente aerea.
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