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![[i]24 settembre 2007 -[/i]<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/normal_myanmar02.jpg)
Il 26 settembre i carri armati dei generali fecero irruzione nel monastero di Myitkyina, nel nord dell’ex Birmania.
Devastarono tutto quello che incontrarono. I monaci vennero picchiati e, in molti casi, arrestati. Tanti non sono più tornati. Questa la terribile testimonianza raccolta e diffusa da Amnesty International sul blitz militare nel Myanmar che ha decimato i religiosi dell’antico monastero, ridotti da 142 a undici, tra quelli arrestati e i compagni entrati in clandestinità.
“Intorno alle 5 del pomeriggio del 25 settembre”, ha raccontato ad Amnesty uno dei sopravvissuti, “le autorità hanno tagliato le linee telefoniche. Poco dopo le 9 di sera hanno sfondato l’ingresso principale del monastero con i carri armati, come se avessero circondato e stessero assalendo un obiettivo nemico. Alcuni soldati si sono appostati fuori dall’edificio, altri hanno fatto irruzione all’interno. Non c’erano solo i militari. Ad aiutarli c’erano i poliziotti e i membri di ‘Swan Arrshin’ e dell’Usda (formazioni paramilitari filo-governative, ndr). Hanno cominciato a picchiare i monaci. Appena ne incrociavano uno lo pestavano. Ci hanno ordinato di metterci contro il muro, percuotendo chi non obbediva”.
“Diciotto di noi sono riusciti a fuggire attraverso il tetto del monastero, e a nascondersi nei dintorni. Solo la mattina dopo abbiamo avuto il coraggio di rientrare. I militari avevano abbandonato l’edificio, ma sentivamo ancora dei rumori venire dall’interno. Quando siamo entrati, abbiamo visto la devastazione: porte rotte, sangue sui pavimenti. I monaci che non erano stati portati via si erano riuniti al secondo piano. Io ho continuato a girare: c’era distruzione ovunque. Poi ho saputo che uno dei monaci arrestati era morto per i pestaggi subiti durante l’interrogatorio. Lo abbiamo saputo il 27 o il 28 settembre, non ricordo il giorno esatto”.
Qualche giorno fa Amnesty International è tornata a denunciare le gravi violazioni dei diritti umani in Birmania. In un documento inviato alla giunta militare birmana alla vigilia della visita nel Paese del relatore speciale dell’Onu sui diritti umani Paulo Sergio Pinheiro, Amnesty ha respinto le letture di comodo della giunta militare: “Le prove su arresti arbitrari di massa, presa di ostaggi, sparizioni, percosse e torture ai danni dei detenuti smentiscono senza ombra di dubbio qualsiasi pretesa del governo di Myanmar che la situazione sia tornata alla calma”.

LEGGI ANCHE: il dossier sull’11 settembre
“Un aereo si è schiantato sul World Trade Center, secondo quanto riportato dalla televisione”. 11 settembre 2001, ore 8.55. Il sito web del New York Times riprende un’agenzia di stampa che annuncia l’incredibile: l’attacco terroristico al World Trade Center di New York.
“Il web non ha memoria, a meno che non venga creata”: così si legge su Digital Archive, un sito che ha raccolto e custodito in questi anni oltre 250 immagini di siti di informazione on line che, in ogni parte del mondo, hanno raccontato in presa diretta quelle drammatiche ore. L’America era sotto attacco, come titolava Fox news, e molti dei siti di informazione non riuscivano a garantire l’accesso alle migliaia di persone in cerca di notizie. Per questo, il famoso motore di ricerca Google invitava i navigatori a informarsi via tv e radio. Potenza e impotenza della rete.
Le immagini delle Torri in fiamme, dei morti e dei feriti raccontate in diretta dalle televisioni americane e di tutto il mondo sono oggi disponibili tra gli altri sul sito della Cnn e - insieme a diversi filmati amatoriali - su Youtube, dove è anche possibile trovare “il dopo” ovvero il progetto del nuovo Wtc.
Ecco invece le prime pagine dei principali quotidiani italiani di mercoledi 12 settembre 2001 (file pdf). Dall’archivio stampa della Camera dei deputati, che propone anche un’ampia selezione di articoli e commenti pubblicati dai giornali quello stesso giorno:
l’Avvenire
Corriere della sera
Il Foglio
Il Giornale
Il Giorno
Italia oggi
Liberazione
Libero
Il manifesto
Il mattino
Il messaggero
L’osservatore romano
La padania
La Repubblica
La stampa
Il secolo d’Italia
Secolo xix
Il sole 24 ore
Il tempo
L’unità
La copertina dell’edizione straordinaria di PANORAMA


I talebani nelle ultime sei settimane hanno riconquistato un paio di importanti distretti nella zona a sud-est di Kandahar; la polizia afghana non è in grado di mantenere il controllo della situazione quando si ritirano i soldati americani; le violenze sono aumentate del 20 per cento circa rispetto a un anno fa.
A delineare questo quadro poco incline all’ottimismo è il quotidiano New York Times, che prova a tracciare un bilancio della situazione politico militare in Afghanistan. Proprio nelle ore in cui il quotidiano americano pubblicava l’articolo, due attentati, nel giro di una manciata di ore, colpivano le forze militari italiane di stanza in Afghanistan. Un’esplosione al passaggio di un blindato sabato sera, un’imboscata ai danni di soldati in perlustrazione a sud di Kabul ieri sera. In entrambi i casi i quattro militari rimasti feriti sembra stiano abbastanza bene. Questo a Kabul e nell’ovest del paese, a Herat, le due zone dove operano gli oltre 2000 soldati italiani impegnati nella missione Nato Isaf. Il bollettino di guerra degli ultimi giorni segnala però bilanci decisamente più tragici in altre zone del Paese. Poche oree fa si è appreso che almeno sei soldati afghani che operavano in tandem con le forze della coalizione a guida Usa sono rimasti uccisi e altri cinque feriti in un attentato nella provincia di Kunar, nell’est del paese. I violenti combattimenti che hanno attraversato da est a sud l’Afghanistan tra venerdi e sabato hanno coinvolto anche i civili: pare che quattro persone siano rimaste uccise in un raid aereo della coalizione guidata dagli Usa e che almeno 10 abbiano perso la vita a causa di razzi lanciati dai taliban. Il comando delle forze Usa ieri ha poi annunciato la distruzione del quartier generale degli insorti nel sud del paese, non lontano da Kandahar. Difficile capire con esattezza il numero delle vittime: a seconda della fonte - taleban, americani o polizia afghana - il numero di “insorti” uccisi oscilla tra i 5 e i 100. Proprio in quest’area, però, il NYT segnala una situazione decisamente più critica di quanto i comunicati stampa ufficiali lascino intravedere.
La debolezza della polizia afghana sarebbe infatti la causa principale della rinconquista talebana di alcuni distretti nella zona a sud-est di Kandahar. Zone del paese conquistate l’anno scorso dopo un’offensiva militare Nato Usa. I problemi però sono anche altri. I miliziani non cercano più lo scontro diretto con i soldati, sostiene sempre il NYT, ma sembrano preferire attacchi contro le forze di polizia e il ricorso a ordigni lungo le strade. Secondo un bilancio interno Onu, i taleban avrebbero fatto esplodere durante il 2007 516 ordigni artigianali (Ied), mentre altri 402 sono stati scoperti prima che venissero fatti brillare. Se si mettono insieme bombe, combattimenti e intimidazioni, si contano circa 600 episodi al mese. Erano 500 l’anno scorso. In aumento anche il numero di morti, civili compresi. I taleban, che intimidiscono pesantemente la popolazione locale, riescono però anche a raccogliere il malcontento di alcune tribu nei confronti del governo. Sei anni dopo l’invasione occidentale, l’unica certezza pare allora la spaventosa crescita di produzione e raccolta dell’oppio, a cui contribuiscono in maniera determinante proprio i taleban.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/new-york-esplosione/normal_newyork02.jpg)
Sembrava un nuovo drammatico 11 settembre. Un’esplosione, il fumo, la gente che fugge da un grattacielo nel cuore di Manhattan. Ma è stata solo l’esplosione di una condotta di vapore, ieri nel tardo pomeriggio di New York. Un morto e venti feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni: è questo il bilancio provvisorio. Anche se quella del terrorismo è una pista che è stata esclusa guardando questi video si capisce perché la memoria sia andata subito al World Trade Center.
Le agenzie di stampa raccontano la paura e il panico ma anche il grande senso civico, dei cittadini newyorkesi che si trovavano vicino al luogo dell’esplosione nei pressi dell’incrocio della 41Strada con Lexington Avenue, tra il grattacielo Chrysler e la Grand Central Station.
Ecco le testimonianze video di chi c’era. Immagini spesso sfuocate, a volte senza sonoro o riprese con videotelefonini che vengono agitati nervosamente. Filmati girati dai palazzi vicini, dall’alto di qualche finestra o dal basso della strada. Voci confuse e rumori fuori campo. Testimonianze dirette, appunto.
Roy Cohen filmed this video from the 12th floor
New York Steam Pipe Explosion - The crowds arrive
Explosion in NEW YORK 7.18.07 near Crysler Building
NY steampipe explosion from Top of the Rock
Citizen tries to help after steampipe explosion, 7-18-2007
New York Steam Pipe Explosion - Getting Evacuated
Steampipe explosion, New York City, July 18, 2007
New York Explosion
New York Steam Explosion: people
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La Camera dei Rappresentanti ha approvato il ritiro delle truppe Usa dall’Iraq entro aprile 2008. Una sfida al Presidente Bush, che ieri aveva spiegato che avrebbe messo il veto su un’eventuale decisione di ritiro delle truppe. Bush, commentando un rapporto preliminare sull’andamento delle operazioni in Iraq, aveva anche sottolineato che un ritiro delle truppe, in questo momento, sarebbe “disastroso”, foriero di “massacri orribili” e di nuovi pericoli per gli Stati Uniti e l’Occidente.
La scelta della Camera (223 voti favorevoli e 201 contrari) rischia quindi di essere semplicemente simbolica, anche se i democratici in questo modo sperano di fare pressione sul Senato, che potrebbe aggiungere un emendamento con un calendario per il ritiro a una legge sulla politica militare in discussione. Il testo approvato prevede poi che l’impegno militare americano sul territorio iracheno prosegua in modo molto ridotto per addestrare l’esercito locale, proteggere le proprietà americane e scovare i terroristi di Al-Qaeda.
Intelligence Usa: Al Qaeda più forte che mai
Bush: la guerra in Iraq continua

“Rudy Giuliani: leggenda urbana”. Un titolo sarcastico, un sito web, un video di 13 minuti duro e commovente e una firma, quella dell’International Association of Firefighter. Il più grande sindacato d’America dei pompieri.
I vigili del fuoco, quelli dell’11 settembre, contro Rudolph Giuliani, il sindaco di New York in quei giorni drammatici e oggi candidato favorito alla nomination repubblicana nel 2008. Un atto d’accusa durissimo: “L’uomo in corsa per la Casa Bianca ha puntato tutta la sua campagna elettorale su ciò che fece durante l’11 settembre” sostiene il sindacato, che conta oltre 280 mila iscritti, “ma questa immagine di Giuliani come il sindaco d’America è solo un mito”. Una leggenda urbana, appunto.
Il video, disponibile anche su Youtube e costato secondo il New York Times 70 mila dollari, denuncia le presunte responsabilità di Giuliani in quel tragico 11 settembre 2001. L’attacco terroristico al World Trade Center uccise 2.750 persone, inclusi 343 pompieri. Il sindaco di NY, secondo dell’International Association of Firefighter, non aveva però dotato i vigili del fuoco di un sistema radio efficiente. Per questo i pompieri sulla Torre nord del Wtc non ricevettero gli avvisi di evacuazione per l’imminente crollo delle torri, a differenza dei poliziotti. In 121 rimasero sotto le macerie. E ancora: il sindaco avrebbe fermato le ricerche dei resti delle vittime di Ground Zero prima che fossero recuperate tutte le salme; sarebbe stato più attento a portare in salvo 200 milioni di dollari in oro custoditi in un seminterrato del Wtc piuttosto che a recuperare i cadaveri. E così via. Accuse durissime, ma almeno in parte contestate anche dal NYT (”factually questionable”). Un video “vergognoso” lo definisce Lee Ielpi, ex vigile del fuoco e però sostenitore di Giuliani. Lo staff del candidato accusa poi l’Associazione di essere da sempre vicina ai Democratici.
L’impatto emotivo però è forte, perché a parlare sono vigili del fuoco o parenti di pompieri morti sotto le macerie delle Twin Towers.
Lancio dell’agenzia di stampa Ap-Apcom:
“Un tribunale (…) ha condannato il governo a pagare 100 mila euro di ammenda a 17 giornalisti che avevano intentato una causa per intercettazioni telefoniche giudicate illegali. Il tribunale ha riconosciuto che le intercettazioni operate dal ministero dell’Interno sui telefonini dei 17 giornalisti erano contrarie alla legge.
I giornalisti hanno fatto sapere che porteranno il loro caso anche davanti alla Corte dei diritti umani del Consiglio d’Europa a Strasburgo”.
Per la cronaca. Il paese in questione è la Macedonia: che vi credevate?
Vladimir Luxuria, il deputato di Rifondazione Comunista aggredito a Mosca ieri durante la manifestazione in favore del Gay Pride è appena rientrato a Roma. Il deputato europeo radicale Marco Cappato, che era stato fermato insieme ad altri parlamentari europei nel corso della stessa manifestazione, dovrebbe invece tornare in serata .
Cresce in tutta Europa il coro di critiche e indignazione per quanto accaduto. Ma è un’aggressione che non stupisce, quella di Mosca. L’omosessualità non è più un reato dai primi anni Novanta, ma la violenza razzista e omofobica resta una pericolosa costante. Ultranazionalisti, ortodossi o nazisti che aggrediscono gay e lesbiche, la polizia che sta a guardare. Nella migliore delle ipotesi. Perché a volte le “forze dell’ordine” spalleggiano esplicitamente gli aggressori. Un triste film già visto altre volte (su questo tema ecco un servizio della Bbc), anche di recente. Basta leggere l’ultimo rapporto di Amnesty International, che alla voce “Russia”, recita (tra le molte altre cose): “Lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono stati oggetto di violenti attacchi (…) mentre la polizia è stata criticata per non aver garantito sufficiente protezione”.
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