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José Socrates / Ap-Lapresse
La penisola iberica è la “riserva indiana” del socialismo europeo? Il paragone farebbe probabilmente inorridire i cittadini dei due paesi, ma come ai tempi di Franco e Salazar, al di là dei Pirenei, le tendenze politiche sono in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Continua

Non se ne sono accorti tutti subito, ma un anno fa, dentro gli scatoloni di cartone dei broker della fallita Lehman Brothers c’era molto di più dei loro oggetti personali.
C’era un mondo intero. Quello della finanza, che è stato il primo a essere travolto dalla più grave crisi dai tempi della Grande Depressione. Una crisi che pochi mesi dopo è arrivata all’economia reale, ai posti di lavoro, ai consumi. Continua

Guarda la GALLERY del Ritiro Usa
“L’ora della sovranità nazionale? L’abbiamo già sentita, questa”. A pochi giorni dal ritiro delle truppe americane dalle città dell’Iraq, è lo scetticismo a dominare i pensieri degli abitanti di Baghdad. Almeno a giudicare da ciò che scrivono quelli che hanno un blog in inglese. Si tratta sicuramente di un’esigua minoranza, in un paese povero e devastato da sei anni di guerra, ma il loro punto di vista è significativo proprio perché distinto dal resoconto ufficiale che parla di feste in piazza e orgoglio nazionale ritrovato.
Solo propaganda o festa nazionale?
“L’ex governatore americano Bremer parlò di sovranità irachena già nel 2004, poi ancora con le elezioni nel gennaio 2005, ancora con il voto per la nuova Costituzione… quindi perdonateci se non saltiamo sul carro delle lodi” scrive su globalvoices Salam Adil, che però linka un post entusiastico da Mosul 4 all del 30 giugno: “Mi sono svegliato e c’era aria di festa. E’ il primo giorno in cui a Mosul non vedremo nessun soldato per strada. La gente lo stava celebrando in strada con dolci e succo di frutta”.
Molto meno positive le impressioni di Hammorabi: “L’occupazione continua, le truppe si sono solo spostate fuori dalla vista, non tanto lontano: hanno ancora il controllo delle città e possono diminuire le perdite, quella di Al-Maliki (il premier iracheno che ha proclamato la festa nazionale, ndr) è propaganda: la corruzione è peggio che sotto il precedente dittatore”.
Anche Layla Anwar non è entusiasta: “Non si può parlare di ritiro, è propaganda: la versione ufficiale che vogliono farci credere è che si tratti di una vittoria: sono stronzate: solo oggi c’è stata una campagna di arresti arbitrari in due quartieri di Baghdad, Adhamyia e Shula’a”.
Speranza e voglia di normalità
Su “Iraqi blog updates” vengono monitorati i blog del paese e per il 30 giugno scorso si apre con una mappa delle province irachene inviata da Washington per auspicare la fine del conflitto. I commenti registrati sono in questo caso più contrastanti, c’è anche chi esprime il proprio dolore per la morte di soldati americani, come scrive l’autore di “Talisman gate” Nibras Kazimi. Un messaggio di speranza arriva da Last of Iraqis: “E’ una pietra angolare, un incrocio fondamentale e una chance per il governo iracheno che deve provare la propria lealtà al popolo e dargli sicurezza. Incrociamo le dita”.
Ma forse il messaggio più importante arriva dai tanti che dell’avvenimento non hanno parlato nemmeno: c’è chi pubblica le foto della sua nuova moto, chi si lamenta della svendita del petrolio, chi augura buone vacanze e parla dei propri progetti. Una normalità che prova a rispuntare nella sabbia.
Visualizza Cina, repressione nello Xinjiang in una mappa di dimensioni maggiori
Centoquaranta morti, più di ottocento feriti, sono le cifre ufficiali dell’agenzia Xinhua. La rivolta degli Uiguri a Urumqi, nella provincia cinese di Xinjang, per dimensioni è una delle più gravi verificatesi negli ultimi anni in Cina. Il massacro è il peggiore dai tempi di Tienanmen. Ma a differenza di quanto accadde nel marzo 2008 in Tibet, con la rivolta anticinese a Lhasa e la successiva repressione, il flusso di testimonianze via internet è relativamente scarso. Colpa di un minore “glamour” della zona, ma anche della censura di regime, che ha affinato le tecniche di controllo verso l’esterno. Ciononostante, tra le maglie della rete sono passati video che mostrano i violenti scontri di domenica. E anche quelli che sono stati all’origine, a quanto pare, della rivolta: il 26 giugno scorso in una fabbrica di Guangdong, dove Uiguri e Han sono venuti alle mani per un’accusa di stupro.
Un modo per ottenere informazioni diverse da quelle delle agenzie ufficiali cinesi è controllare sul sito di “Global voices” dove anche in inglese vengono tradotti messaggi provenienti dalla regione dello Xinjang. Un articolo della corrispondente dalla Cina Oiwan Lam racconta la storia all’origine dello scontro e il suo scoppio a Urumqi, capitale dello Xinjiang, città dove gli Uiguri sono una minoranza per la politica demografica del partito comunista che ha dislocato nella zona molte famiglie di etnia Han, la stessa tattica applicata a Lhasa.
Il blogger cinese Drunken Pig, citato nell’articolo, punta il dito contro “i privilegi degli Uiguri” nelle altre regioni della Cina: “sono un gruppo sociale privilegiato ma nella loro terra vengono privati della libertà religiosa”. Un’altra versione viene invece sostenuta da Uighur Online: “Per i cinesi (Han) gli Uiguri sono allo strato più basso della società e i loro bambini sono trattati come ladri, altro che privilegiati”. Il flusso più consistente di immagini e video è quello del sito EastSouthWestNorth.
I resoconti “di prima mano” su quanto sta accadendo nello Xinjiang sono comunque pochi: Twitter è bloccato in Cina e i social network più utilizzati (vedi la mappa globale) sono sotto il controllo della censura. Anche così, comunque, qualche informazione riesce a rendersi visibile: come si vede dai link segnalati dal blogger italiano Chen ying: alcuni utenti su twitter raccontano che la connessione alla rete era bloccata a Urumqi questa mattina e che i tagli all’elettricità sono frequenti. Mentre un altro twitterer sostiene che ci sia il coprifuoco e guardie armate davanti agli hotel. Tutte informazioni da verificare, quello che è certo invece è il blocco del sito da parte delle autorità: basta guardare il grafico pubblicato da herdict.org.
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Genova, luglio 2001: gli scontri tra manifestanti e polizia nel corso del G8
Otto anni dopo, l’unica costante è Berlusconi. A L’Aquila (dall’8 al 10 luglio) come a Genova nel 2001, sarà lui, con qualche capello in più, il padrone di casa. Per il resto, tra i due “G8″ sembra passato un secolo. Basti pensare che nel luglio 2001 le torri gemelle erano ancora al loro posto nello skyline di New York, Barack Obama era uno sconosciuto politico dell’Illinois, a Genova i “no global” sfilavano in 300mila, Al Gore soffriva il caldo a casa sua, Beppe Grillo spaccava i computer alla fine dei suoi spettacoli e la Roma aveva appena festeggiato lo scudetto. Che ne é stato dei protagonisti di quei giorni di Genova 2001? Vediamo di ricapitolare:
I No Global:
Ormai i “no global” esistono solo nella testa di qualche giornalista o patito dei World Social forum. Le tante anime che avevano assediato la zona rossa di Genova con lo slogan “Un altro mondo è possibile” si sono divise ognuna per la propria strada: in Italia c’è chi ha scelto il volontariato, chi ha dato vita a proteste più local (No Dal Molin, No Tav, No triv…), chi ha seguito con entusiasmo Beppe Grillo e i “Vaffa day”, chi si è buttato in politica (vedi Francesco Caruso), chi ha abbracciato l’ambientalismo e la lotta al riscaldamento globale, chi è tornato ai centri sociali e all’anarco-insurrezionalismo. Le nuove leve sono cresciute con l’Onda studentesca. A otto anni di distanza, però, anche il “nemico” dei No Global, il modello neo-liberista della finanza globale, ha mostrato tutte le sue crepe. E le proteste, anche violente, sono ricomparse su scala globale con un altro slogan “Non pagheremo la vostra crisi”.
Vittorio Agnoletto:
il portavoce del “Genoa Social Forum” ha passato gli ultimi 4 anni al parlamento europeo, eletto con Rifondazione. Nel 2009 si è presentato alle elezioni europee con la “lista anticapitalista” di Ferrero e Diliberto, che non ha raggiunto il 4% necessario. Il 7 luglio, secondo la sua agenda on-line, sarà a Bruxelles, lontano da L’Aquila e dai megafoni.
Luca Casarini:
Il leader dei “disobbedienti” e delle “tute bianche” ha continuato con il suo attivismo nel Nord est, ma meno sotto i riflettori. Nel 2008 ha pubblicato con Mondadori un romanzo noir “La parte della fortuna“. Sulla copertina, un graffito di Banksy: una specie di black block che lancia un mazzo di fiori invece di un sasso.
I black block:
Che fine hanno fatto i “casseur” professionali e violenti che avevano accompagnato tutte le manifestazioni antiglobalizzazione del “popolo di Seattle”? Per un periodo sembravano scomparsi e ripudiati dopo Genova dagli altri manifestanti. Periodicamente ricompaiono sotto altri nomi e sigle: in Grecia alle manifestazioni contro la polizia, a Londra per il G-20 lo scorso aprile.
Manu Chao:
Nel 2001 era il leader musicale della protesta ben più degli anti-debito Jovanotti e Bono Vox. Ha continuato a fare il musicista giramondo, con due dischi più intimisti (Sibérie m’etait contée e La radiolina) e molto meno attivismo, anche se nei suoi concerti mette sempre il discorso del Subcomandante Marcos.
Gianni De Gennaro:
Capo della polizia nel 2001, lo “squalo” è stato uno dei principali accusati per il blitz alla scuola Diaz e le torture di Bolzaneto. Dal processo è uscito assolto. Il governo Prodi lo nominò capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, poi commissario straordinario per l’emegenza rifiuti in Campania. Nel maggio 2008 diventa il direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). Il 1 luglio i pm genovesi hanno chiesto una condanna a due anni per De Gennaro, con l’accusa di aver indotto a falsa testimonianza l’ex questore Francesco Colucci.
La “Diaz” e Bolzaneto:
Per l’irruzione alla scuola Diaz (94 “no global” pestati, arrestati e rilasciati il giorno dopo) e le detenzioni e le torture nella caserma di Bolzaneto, i processi in primo grado sono durati sette anni. Con la sentenza dello scorso novembre, il tribunale di Genova ha condannato per la Diaz in totale 13 appartenenti alle forze dell’ordine a un totale di 35 anni (nessuno di loro andrà comunque in carcere). Quindici le condanne per Bolzaneto. I vertici sono stati tutti assolti.
Mario Placanica
La morte del giovane Carlo Giuliani fu l’avvenimento che segnò il G8 genovese. Il carabiniere che gli sparò, Mario Placanica, è stato indagato e poi prosciolto. Nel 2003 fu coinvolto in un incidente stradale e denunciò un presunto sabotaggio dei freni della sua auto. Nel 2005 fu dichiarato non idoneo al servizio nell’Arma e dimesso. Decisione contro la quale fece ricorso. Nell’agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l’omicidio di Carlo Giuliani.
I presidenti
Come già detto, l’unico a comparire nella foto di gruppo del G8 del 2001 e in quella del 2009 sarà Berlusconi. George W. Bush ha lasciato il carico con una popolarità sotto le scarpe (quelle che gli ha tirato un giornalista iracheno), Jacques Chirac ha visto succedergli l’odiato Sarkozy, Tony Blair viene rimpianto dai laburisti inglesi che vogliono disfarsi di Brown, Schroeder ha trovato una nuova vita come consulente dei russi di Gazprom. I primi ministri canadese (Jean Chrétien) e giapponese (Junichiro Koizumi) hanno concluso il loto mandato. Quanto a Vladimir Putin, ha lasciato il posto a Dmitri Medvedev, ma la sua voce continua a essere quella che conta a Mosca e dintorni.
Il G8
Già, il vertice stesso dopo Genova, la zona rossa, il morto in piazza, gli scontri, non è stato più lo stesso. Dal 2002 in poi infatti è sempre stato organizzato in piccoli centri o località vacanziere, più isolati e controllabili. Nel corso dell’anno scorso, con la crisi economica, è stato di fatto soppiantato dal G20, il summit che ha incluso i nuovi protagonisti dell’economia mondiale come Cina, India e Brasile.
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“Uh-Ah, Zelaya no se va!” Gridano i sostenitori dell’ormai ex presidente dell’Honduras. E proprio quel “no se va” è all’origine del colpo di Stato militare nel paese centroamericano: il presidente eletto nel 2005 voleva cambiare la costituzione per garantirsi la possibilità di un nuovo mandato. La voglia di rielezione “perpetua” è un fattore che accomuna molti dei leader delle giovani democrazie dell’ America Latina, anche se vengono da un passato recente di dittature militari. Che siano socialisti bolivariani come Hugo Chavez o filo-statunitensi di destra come Alvaro Uribe, la tentazione di incollarsi alla poltrona più di quanto sarebbe auspicabile per l’alternanza democratica è presente nei desideri dei presidenti del continente. Forti del forte sostegno popolare, sono tentati dal colpo di mano, ma non sempre gli riesce, vediamo alcuni casi (guarda la Mappa):
Visualizza America Latina: i presidenti che vogliono l’elezione “a vita” in una mappa di dimensioni maggiori
Argentina:
C’è alternanza, ma non di cognome: da Nestor a Cristina, i Kirchner occupano la Casa rosada da quasi un decennio (verify). Secondo un’interpretazione condivisa da molti commentatori, l’ex presidente che ha risollevato il paese dopo la crisi economica del 2001 avrebbe favorito l’ascesa politica della moglie proprio per aggirare il vincolo del massimo di due mandati consecutivi alla guida del governo.
Venezuela:
Hugo Chavez ha cambiato addirittura il nome del paese, che adesso è una “repubblica bolivariana”. Al secondo tentativo, dopo il fallimento del 2007, è riuscito a far approvare un referendum con cui si garantisce la possibilità di essere rieletto presidente un numero “indefinito” di volte.
Colombia:
Alvaro Uribe, l’opposto ideologico di Chavez, forte dei suoi successi contro le Farc, ha pensato che fosse necessario presentarsi per un terzo mandato alle prossime elezioni, tra 11 mesi. Ma per ora ha trovato una dura opposizione dalla Corte di giustizia costituzionale che ha bocciato la proposta di un referendum.
Perù:
L’ex presidente Alberto Fujimori, negli anni ‘90, è stato artefice di un “autogolpe” con cui sciolse il parlamento e sospese le attività della magistratura. Fu rieletto nel ‘95 e per presentarsi una terza volta nel 2000 fece approvare una legge di “interpretazione autentica della Costituzione”. Vinse ancora, ma una serie di scandali economici e giudiziari lo costrinsero a fuggire dal paese. Vi ritornò in veste di imputato ed è stato recentemente condannato a 25 anni di reclusione.
Brasile:
Se Lula da Silva è stato rieletto con un consenso record (60% dei voti al primo turno), lo deve anche in parte al predecessore socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso, che nel 1997 cambiò la Costituzione per potersi presentare alle elezioni dell’anno seguente.

Il presidente honduregno Manuel Zelaya Rosales
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Il golpe in Honduras si ripercuote in tutta l’America Latina. Lo spettro del ritorno dei colpi di stato militari mobilita gli internauti e i governi, contro un incubo che ricorda le dittature degli anni ‘70. Ma anche i governi della sinistra “bolivariana”, alleati del presidente deposto Manuel Zelaya sono sotto accusa per i loro leader sempre più accentratori. Zelaya, scacciato da casa sua a Tegucigalpa dai militari, è apparso ieri in Costa Rica e oggi ha parlato in una conferenza stampa dal Nicaragua a fianco dei presidenti della cosiddetta “Alleanza bolivariana delle americhe”, Alba: Hugo Chavez (Venezuela), Daniel Ortega (Nicaragua), Ernesto Correa (Ecuador) e il cancelliere cubano Bruno Rodriguez a nome di Raùl Castro. Chavez ha approfittato dell’occasione per uno dei suoi show, citando Fidel Castro e chiamando “Gorilletti” il neo presidente Micheletti. (Mentre Correa lo ha chiamato “Pinochetti“). Il link al video del discorso di Zelaya sta già facendo il giro della rete spinto da Twitter. Sul sito di “microblogging” vengono citate le parole del presidente dell’Honduras “Sono vivo per la grazia di Dio, avevo più di otto militari incappucciati che mi puntavano le armi in faccia” trovano sostenitori e oppositori.
Dal paese centroamericano arrivano report contrastanti: c’è chi parla di censura “Hanno bloccato la CNN e stanno dando partite di calcio”, “I militari sono nelle redazioni dei giornali”. Si lanciano appelli per uno sciopero generale, proclamato da domani da parte del principale sindacato Central General de Trabajadores. In Spagna sono state convocate manifestazioni davanti al consolato honduregno a Madrid per oggi pomeriggio.
Molti indicano i colpevoli del “complotto” ai danni del presidente eletto: “Sono le élites militari che temevano una svolta a sinistra”, ma c’è anche chi rispolvera la mano dei “gringos”: “è il primo golpe di Obama, sono stati addestrati dalla Cia”. Poco importa che il presidente americano e Hillary Clinton si siano premurati di non riconoscere il nuovo presidente e di dare solidarietà a Zelaya, i cospirazionisti sono già in moto.
Ma su Twitter trovano spazio anche i detrattori di Zelaya che vedono con favore il golpe: “Zelaya Rosales ha messo in pericolo lo stato di diritto”, “lasciate che Honduras risolva i suoi problemi e non immettetevi nelle nostre questioni interne”. Il presidente nominato dal parlamento Micheletti ha garantito che ci saranno elezioni generali per il 29 novembre. “Zelaya voleva farsi Dio dell’Honduras e per questo è stato deposto, la gente non è con lui” viene scritto in inglese sul sito “Ireport” che accusa Zelaya e Chavez di essere i responsabili della situazione. Ma almeno ufficialmente, dall’esterno nessuno sembra appoggiare i golpisti. I vicini del Salvador hanno mobilitato le forze armate alla frontiera. “Daremo una lezione indimenticabile a questa borghesia irresponsabile” tuona Chavez. Nei prossimi giorni si capirà se il vero bluff è quello dei militari o quello dei “bolivariani” al potere in buona parte dell’America Latina.
VIDEO: Proteste a Tegucigalpa, la capitale
Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà
La voce di Davood Karimi tradisce la pre-occupazione e l’eccitazione per quanto sta accadendo a Teheran. Aspetta questo momento da trent’anni. Lui come gli altri rifugiati iraniani e gli oppositori politici del regime islamista che si riconoscono nella guida della Resistenza Iraniana, Massoud Rajavi. Karimi cura un blog molto aggiornato con notizie e foto dall’Iran ed è il presidente dell’Agenzia Iran democratico. A Panorama.it parla della rivolta nelle strade delle città iraniane.
Cosa vogliono davvero i manifestanti? Un riconteggio dei voti, l’elezione di Mousavi o un cambiamento più radicale dell’intero sistema?
La protesta ripercuote la volontà di un popolo oppresso da trent’anni, che vuole semplicemente libertà e democrazia. Le elezioni sono state il pretesto di cui c’era bisogno, anche se quasi tutti sapevano che si trattava di una fiction tv.
Ma Mousavi non è propriamente contro il sistema e finora l’obiettivo delle proteste non è Khamenei ma Ahmadinejad
Non è vero. La contestazione è più radicale. Ieri nelle piazze di Rezai, a Teheran, i giovani gridavano “Morte a Khamenei”, la Guida suprema. Non si limitano a chiedere un cambio del governo. I nostri amici e colleghi tentano di testimoniarlo, ma temo che il regime non tornerà sui suoi passi. Non c’è una soluzione politica all’orizzonte, l’Occidente deve ascoltare il popolo iraniano e non concentrarsi sul colore verde.
Ma chi c’è dietro ai manifestanti? Chi organizza le proteste? Gli appoggi politici sono da cercarsi nella parte vicina a Rafsanjani?
Il giorno dopo le elezioni il ministro dell’Interno ha detto che le manifestazioni erano sostenute da gruppi terroristici e non dai partiti. L’unica leadership riconosciuta è quella della resistenza iraniana, quello che vogliono gli studenti è la morte del regime e la democrazia. E hanno colto le elezioni come occasione per allargare le spaccature interne al clero e ai politici.
Crede che Mousavi continuerà con l’opposizione se questa si radicalizzerà?
Ci sono due strade per Mousavi: o si arrende a Khamenei o sceglie la resistenza che lotta da trent’anni. E’ l’unica via. Ormai il popolo è in piazza, nonostante i Basiji e la repressione.
La grande maggioranza delle informazioni ci giungono da Teheran, ma cosa sta succedendo nel resto del paese?
A quanto sappiamo in ogni città ci sono focolai di protesta e tensioni soffocate nella repressione. Il nord dell’Iran e la zona dove vivono i Curdi è paralizzata da scioperi e manifestazioni. Ma la partita decisiva si gioca a Teheran.
Sembra ormai accertato che ci siano stati brogli, ma il sostegno ad Ahmadinejad nelle aree rurali non era comunque molto alto?
Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale in questo scenario?
La resistenza iraniana ha chiesto di sostenere il popolo iraniano e chiudere ogni accondiscendenza nei confronti del regime: il dialogo non ha prodotto nulla
Un intervento militare?
Assolutamente no. Sarebbe sfruttato dagli ayatollah, maestri dell’inganno, e ricompatterebbe il consenso contro l’Occidente. C’è una terza via: il sostegno politico alla resistenza e al popolo iraniano, che sa camminare con le sue gambe.
Voi rifugiati e oppositori politici all’estero come agite?
Cerchiamo di fare pressione e dare informazione. Pochi giorni fa a Parigi c’è stata una grande manifestazione di 95mila persone. Il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione internazionale, fare arrivare le storie di chi muore per manifestare, come quella povera ragazza, Neda. Dobbiamo dimostrare che non è morta inutilmente. Per questo ho organizzato una manifestazione domani a Roma, a Montecitorio, alle 5 del pomeriggio, in suo nome.
Cosa pensa che accadrà in Iran se le proteste continueranno?
La diga della paura, del terrore, ormai è saltata. Aumenteranno le violenze e la repressione dei Basiji, il regime si chiuderà in se stesso e porterà a termine la chirurgia interna eliminando le voci più critiche. Ma per loro la fine è iniziata. Andiamo verso la resa dei conti.
Mi sembra difficile che il movimento abbia successo senza alcun appoggio tra i militari…
Proprio ieri ho saputo che uno dei maggiori capi dei Pasdaran è stato rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di sparare ai manifestanti. Il nome non lo posso dire. Ma l’opposizone tra le forze armate c’è, molti sono già stati eliminati. Ma il colpo finale verrà dalle donne: sono loro a dare la svolta. Scendono in piazza, incitano i compagni e i figli e sono più efficaci delle armi. La libertà e la democrazia sono vicine.
Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?
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