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Tv pubblica senza spot? In Francia si può, anzi si deve. Il presidente Nicolas Sarkozy ha deciso, nel gennaio scorso, che la televisione di Stato dovrà presto fare a meno della pubblicità. Detto, fatto. I “consigli per gli acquisti” spariranno dalla programmazione serale dal 1° settembre 2009 e saranno soppressi del tutto dal 1° gennaio 2012. France Télévisions, l’azienda pubblica che gestisce 5 canali, tra cui France 2 e France 3, perderà così 800 milioni di euro l’anno. Per compensare i mancati introiti, sono possibili tre soluzioni. Le ha proposte qualche giorno fa l’apposita “commissione Copé”, creata per studiare la questione.
Gli scenari. La prima ipotesi prevede l’aumento del canone (che attualmente in Francia è di 116 euro l’anno). La seconda, caldeggiata dal gruppo di esperti, passa attraverso il drenaggio delle risorse dalla radio verso la tv e contemporaneamente l’imposizione di una tassa supplementare ai gestori di servizi internet e di telefonia mobile e una sui maggiori introiti delle tv commerciali. Infine, c’è l’ipotesi di introdurre una nuova tassa sull’acquisto di generi di elettronica di largo consumo.
È evidente che le maggiori reti private beneficeranno della scomparsa degli spot dalle reti di France Télévisions. In particolare, gli inserzionisti si riverseranno su TF1, la principale tv commerciale, il cui proprietario, Martin Bouygues, è un grande amico di Sarkozy. Il provvedimento del presidente ha sollevato grandi polemiche e alcuni giornali hanno addirittura ipotizzato che sia stato suggerito direttamente da Bouygues, che possiede anche la terza rete di telefonia mobile del Paese. Qualcuno lo definisce conflitto d’interessi “alla francese”.
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E’ giusto eliminare gli spot dalla tv pubblica?

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Dopo i nuovi sanguinosi incidenti tra gruppi drusi pro e contro Hezbollah, il bilancio degli scontri in Libano ha ormai superato la cifra di 80 morti e 200 feriti. E mentre la Lega Araba si appresta a inviare una delegazione di mediatori nella speranza di facilitare un accordo tra le fazioni in lotta, Israele, nelle parole del vicepremier Haim Ramon, fa sapere di considerare ormai il Paese dei cedri “uno stato di Hezbollah”, una Nazione “che non ha più un governo.”
Il radicamento di Hezbollah. Anche se il Partito di Dio (questo significa letteralmente il nome Hezbollah) ha riconsegnato la capitale all’esercito libanese, è apparso chiaro a tutti che i militari non hanno la forza né la volontà di contrastare una milizia così potente, considerata dagli Usa un’organizzazione terrorista. Per una parte significativa dei libanesi è invece il fulcro della “resistenza” che nel 2000 ha costretto Israele al ritiro e che nell’estate 2006 ha difeso il Paese dallo Stato ebraico, mentre un’altra parte della popolazione la considera la vera causa di quella guerra. La realtà è che Hezbollah è uno Stato nello Stato, che controlla il sud del Libano, sempre trascurato dal governo centrale, offrendo alla popolazione una serie di servizi, a partire dalla rete elettrica. Il punto di forza di Hezbollah è proprio l’assistenzialismo. Come Hamas in Palestina, fornisce cure sanitarie e aiuti economici e, dopo la guerra del 2006, ha contribuito in larga misura alla ricostruzione, grazie anche ai finanziamenti e all’appoggio politico da parte dell’Iran e della Siria.
Il controllo delle tv. Hezbollah gestisce la tv Al Manar, strumento di propaganda con una buona qualità professionale, molto vista in altri Paesi arabi, ma vietata in Occidente. Nelle elezioni del maggio-giugno 2005, l’alleanza sciita “8 marzo”, formata da Hezbollah e Amal, ha trionfato nel sud, dove ha raggiunto punte dell’80%, e a livello nazionale ha ottenuto 35 seggi, contro i 72 della coalizione filo-occidentale “14 marzo”, che comprende prevalentemente sunniti (guidati da Saad Hariri), cristiani (di Geagea e Gemayel) e drusi (di Jumblatt).
21 seggi sono andati ai cristiani di Michel Aoun, che dal febbraio 2006 si sono alleati con Hezbollah.

Dopo il governo di unità nazionale. Il Partito di Dio è entrato nel governo di unità nazionale per poi uscirne dopo la guerra dell’estate 2006. Da allora, il Paese è spaccato e dal novembre scorso, per i veti incrociati delle due parti, non riesce ad eleggere un Presidente della Repubblica, che, in base alla Costituzione, deve essere cristiano, mentre il capo del governo è sunnita e il presidente del parlamento è sciita.

Divisioni confessionali. È una delle tante contraddizioni del Libano, dove si vota su base confessionale e ci si presenta al seggio con un documento d’identità che, per legge, deve indicare la propria appartenenza alle comunità sunnita, sciita, maronita, drusa, o altro, con buona pace dei tanti atei che vorrebbero evitare etichette religiose.
Guarda la puntata del programma Rai “La storia siamo noi” su Hezbollah: clicca qui

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Il Libano sta scivolando verso la guerra civile. Gli scontri fra le forze dell’opposizione coagulate attorno ad Hezbollah e quelle governative filo-occidentali, cominciati tre giorni fa, hanno provocato una decina di morti e venti feriti e paralizzato la capitale Beirut, totalmente isolata. Quartieri sunniti sono presidiati dagli Hezbollah sciiti e si combatte strada per strada pure nell’elegante zona di Al Hamra.
Battaglia delle comunicazioni. Quella in corso è anche una battaglia per il controllo delle comunicazioni. Al provvedimento con cui l’esecutivo di Fuad Siniora ha deciso lo smantellamento della rete telefonica privata gestita dagli Hezbollah, questi ultimi hanno risposto attaccando e mettendo a tacere l’emittente televisiva “Future Tv”, che fa capo a Saad Hariri, leader della maggioranza antisiriana. Le parti si accusano reciprocamente di aver dato avvio alla guerra.
Le immagini di Euronews
Dichiarazione di guerra. Saad Hariri chiede a Hezbollah di porre fine alle barricate e bloccare l’evoluzione verso la guerra civile. Hassan Nasrallah, leader degli integralisti sciiti sostenuti e finanziati da Siria e Iran, ha definito “una dichiarazione di guerra” la decisione del governo di bloccare la rete telefonica parallela e di rimuovere il capo della sicurezza dell’aeroporto di Beirut (dove Hezbollah avrebbe collocato telecamere-spia). Nasrallah ha accusato il governo di voler trasformare lo scalo in una “base per la Cia, l’Fbi e il Mossad”. Qualche minuto dopo il suo discorso sono ricominciati gli scontri, ancora più pesanti, in varie parti della città.
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Soldati Unifil. “Quando ho sentito le parole di Nasrallah, ho capito che può accadere il peggio”, ci dice Dalia Khamissy, una fotografa libanese. “Ciò che vedo mi riporta alla mente le immagini della guerra civile degli anni Settanta e Ottanta. Ognuno dà la colpa all’altro senza ammettere le proprie. E queste divisioni fratricide non possono che far piacere ai nostri nemici esterni. Sono passati meno di due anni dai bombardamenti di Israele.” Il braccio di ferro tra governo e opposizione che da cinque mesi impedisce l’elezione di un Presidente della Repubblica rischia ora di coinvolgere anche i soldati italiani della forza internazionale Unifil, stanziati nel sud. Dopo le accuse della stampa israeliana (secondo cui l’Unifil non avrebbe contrastato le attività degli Hezbollah e il traffico d’armi), si è riaperta la polemica sulle regole d’ingaggio, che non consentono ai militari di sparare se non per difendersi. Mentre l’Onu ammette che in futuro le regole potrebbero essere cambiate, come ipotizzato da membri del governo Berlusconi, Nasrallah - che con le sue milizie controlla il sud del Paese, al confine con Israele - mette in guardia l’Italia dal modificare il suo status se vuole continuare ad essere accettata e non considerata forza di occupazione.
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Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?

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A oltre una settimana dall’attacco palestinese al terminal di Nahal Oz (guarda il videoservizio su Al Jazeera), che ha scatenato nuovi raid israeliani nella Striscia di Gaza, le violenze non accennano a placarsi. Nella sola giornata di ieri sono morte oltre 20 persone (3 soldati israeliani e almeno 18 palestinesi, tra cui un cameraman palestinese dell’agenzia Reuters). Questa mattina due miliziani della Jihad islamica sono stati uccisi a seguito di un’incursione dei soldati di Tsahal, l’esercito israeliano, nella casa dove si nascondevano.
L’uccisione del cameraman Reuters: filma il colpo che lo uccide
Lo stato ebraico, che con i carri armati è penetrato più volte nel territorio governato da Hamas, ha autorizzato ieri la ripresa delle forniture di carburante a Gaza, sospese da una settimana: una richiesta avanzata dall’Unione Europea per il rischio che il blocco paralizzasse anche gli ospedali. Il riesplodere della tensione avviene in un periodo non casuale. Hamas è stato isolato anche dai Paesi arabi e si sente con le spalle al muro. Israele vuole cogliere questa occasione per assestare un colpo decisivo agli integralisti che controllano Gaza e allo stesso tempo obbligare il “moderato” presidente Abu Mazen a scegliere da che parte stare.
Come spiega il sito del giornale israeliano Yediot Ahronoth, Hamas è sempre più isolata e i Paesi arabi temono che la violenza dilaghi in tutta l’area. L’Egitto ha allertato i suoi militari al confine con la Striscia, per evitare che i palestinesi aprano nuovi varchi nella frontiera, come avvenuto mesi fa. I legami di Hamas con l’Egitto, secondo Ynet, sono al minimo storico. “I siriani, d’altronde, hanno invitato Mahmoud Abbas (Abu Mazen) all’incontro della Lega Araba a Damasco”, mentre i membri di Hamas, tra cui Khaled Mashaal (ideologo del movimento integralista a lungo ospitato e protetto dalla Siria), non sono stati ammessi nemmeno come osservatori e questo ha minato seriamente la posizione di Hamas”.

Inoltre, “le trattative con Israele sul caso Shalit (il soldato rapito due anni fa) sono ferme, Hamas non è riuscito ad ottenere il sostegno europeo per la rimozione dell’embargo politico ed economico che subisce, e infine la mediazione yemenita nel tentativo di riconciliare Hamas e Fatah è fallita.”
Restano aperti, invece, i negoziati tra Israele e Abu Mazen. Ehud Olmert sarebbe disposto a restituire all’autorità palestinese il 64% del territorio della Cisgiordania.
Il servizio di Al Jazeera e tutti i video israeliani

Un soldato israeliano controlla un cunicolo tra Gaza ed Egitto
Nella Striscia di Gaza sotto embargo, anche le fidanzate e le mogli si rivolgono ai contrabbandieri per poter riabbracciare i mariti sull’altro versante del confine. I famosi tunnel sotterranei che collegano l’Egitto e la Striscia non servono soltanto a far arrivare armi ai miliziani (come denuncia da sempre Israele), ma anche donne che si ricongiungono alle loro famiglie o che vanno a sposarli. Storie che ricordano la vicenda del film “La sposa siriana“, in cui una giovane che viveva sul Golan occupato da Israele attraversava la frontiera diretta a Damasco per sposarsi, certa di non poter più tornare indietro. La differenza è che lungo la frontiera tra Egitto e Gaza, chiusa da diciotto mesi, le mogli, calate in un cunicolo, legate a una fune che scorre lungo i 700 metri del tunnel, devono pagare ben 2000 euro ai contrabbandieri per questo scomodissimo viaggio.
Ma i tunnel tra l’Egitto e Gaza non cessano di riservare sorprese. Solo qualche mese fa il quotidiano panarabo Al Hayat ha rivelato che, da quando è finita la guerra guerreggiata tra Al Fatah e Hamas, il passaggio di armi sotterraneo verso Gaza ha perso gran parte della sua redditività. E i contrabbandieri, fiutato il cambio del vento, hanno riconvertito il loro business al traffico di sigarette e di viagra, richiestissimo tra i palestinesi. In ogni caso, i tunnel rappresentano una limitata breccia nel rigido embargo imposto da Israele da quando Hamas ha preso il potere. La chiusura del territorio, decisa giovedì scorso in risposta ai lanci di razzi di Israele e bel mezzo di un’ampia offensiva militare dello Stato ebraico, ha peggiorato ulteriormente le condizioni di vita della popolazione, causando la sospensione delle forniture di elettricità con gravi conseguenze anche per gli ospedali. E stamane, a dimostrazione di quanto sia forte il desiderio di fuga della popolazione di Gaza sotto embargo, sono scoppiati tafferugli tra un gruppo di quattrocento manifestanti e alcuni poliziotti del Cairo assestati lungo il valico di Rafah. Risultato: almeno dieci agenti feriti nel tentativo di impedire ai palestinesi di penetrare a forza in territorio egiziano, diventato per loro sinonimo di libertà.


Un prigioniero palestinese del sud della Striscia nella parte israeliana del confine
Quella in corso nella Striscia di Gaza ha tutta l’aria di una resa dei conti. Uccisioni mirate, raid aerei e incursioni con decine di vittime, confini sigillati. Una soluzione drastica che Israele starebbe mettendo in atto non soltanto per rispondere ai lanci di razzi da parte di Hamas e Jihad, ma anche per sgombrare il campo da eventuali alternative all’autorità di Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, proprio nel momento in cui è impegnata con quest’ultimo nelle trattative di pace.
Il presidente palestinese, da parte sua, condanna i raid e minaccia la sospensione dei colloqui, ma, al di là della facciata, è chiaro che Hamas costituisce un pericolo per lui più ancora che per lo Stato ebraico. La sua capacità di rappresentanza della popolazione dei Territori è debole e lo è anche la sua possibilità di riprendere il controllo della Striscia di Gaza senza l’intervento israeliano. D’altra parte, paradossalmente, è chiaro anche l’interesse di Hamas e Jihad a mantenere alta la tensione e a “vendere cara la pelle”. Ed è ormai solo con la forza che Hamas può riproporsi come protagonista sulla scena locale, dopo che Al Fatah, la fazione del Presidente, ha definitivamente deciso di tagliar fuori il movimento integralista da un possibile dialogo interpalestinese.
L’isolamento della Striscia di Gaza (un embargo durissimo, che sta avendo conseguenze devastanti sulla popolazione, anche se violato dal contrabbando tramite i tunnel con l’Egitto) è il simbolo di un allontanamento politico internazionale sempre più marcato dalla regione controllata da Hamas. Un territorio che rappresenta un’anomalia cui Israele e Abu Mazen vogliono porre fine - con o senza missili - al più presto.

Tzipi Livni e George Bush
Sarà Tzipi Livni, il popolare ministro degli esteri israeliano e vicepremier del governo Labour-Kadima, a portare avanti in questi giorni i colloqui con la controparte palestinese , lungo le linee convenute lo scorso novembre nella conferenza di Annapolis. Avvocato, tenente dell’esercito, collaboratrice dei servizi segreti, ma anche moglie, madre di due figli, vegetariana dall’età di 12 anni, la sua storia si intreccia con quella della nazione ebraica (compirà cinquant’anni proprio quando il suo Paese ne festeggerà sessantà) e il suo peso politico tenderà ad acquistare sempre più forza a dispetto delle figure come Peres e Olmert che dirigono Israele. Ma chi è davvero l’astro nascente della politica israeliana, la donna che potrebbe risollevare le sorti di Kadima dopo il crollo nei sondaggi susseguente alla fatale “malattia” di Sharon?

Il padre faceva parte dell’Irgun, il gruppo ultranazionalista che negli anni Trenta e Quaranta non esitò a compiere attentati contro arabi e britannici pur di far nascere uno Stato ebraico. Lui e la moglie furono la prima coppia a sposarsi nel neonato Stato d’Israele.
Tzipi milita nel Likud, fino al 2005 quando segue Sharon nel nuovo partito centrista Kadima, ora guidato da Olmert.
È la seconda donna a capo della diplomazia israeliana, dopo Golda Meir, ed è considerata il secondo politico più potente del Paese. Nel 2007 Time l’ha inclusa nel suo elenco delle 100 maggiori personalità al mondo.

Condoleezza Rice la descrive come una cara amica.
Per il Jerusalem Post è un personaggio misterioso, di cui si sa poco, ma che gode di un grande seguito. I sondaggi nel marzo 2007 rivelano che in caso di elezioni se il partito Kadima sarà guidato da Tzipi Livni otterrà il triplo dei seggi che conquisterebbe se capeggiato da Olmert. Ma per Al Jazeera International è “politicamente inesperta”.
Nell’estate 2006 appoggia l’intervento in Libano, anzi dichiara che Israele si è limitata a combattere Hezbollah, ma avrebbe potuto attaccare tutto il Paese dei Cedri.
Ma quando la commissione Winograd accerta gli errori commessi da governo ed esercito durante la guerra, Tzipi chiede a Olmert di dimettersi dalla carica di premier e si candida a sostituirlo alla guida del partito. Lui replica e resta al suo posto. Lei, come se niente fosse, continua a rimanere al suo fianco nel governo, ma molti scommettono che la poltrona di vicepremier le stia stretta. Che si prepari a scavalcare Olmert? Bisognerebbe chiederglielo. Se volete, scrivetetele.

Col benestare di Europa e Stati Uniti continua la corsa dei Paesi arabi al nucleare civile. Quelli tra Francia e Libia sono solo l’ultimo episodio di una lunga catena di accordi di cooperazione in materia tra Ue e Paesi del Maghreb. La vicina Algeria, che già da tempo dispone di reattori monitorati dall’Aiea (uno fornito dalla Cina, un altro dall’Argentina), ha firmato a settembre un’intesa con gli Stati Uniti per lo scambio di conoscenze e lo sviluppo di progetti comuni. Ma Algeri intende cooperare anche con l’Egitto, altro Paese interessato al nucleare. E a sua volta la Russia sostiene lo sviluppo dell’energia atomica in Marocco e in Arabia Saudita, mentre la Tunisia trova nella Francia una sponda per lo sviluppo di un progetto nucleare. Giordania, Emirati Arabi e altri staterelli del Golfo seguono a ruota.
Se il nucleare fa tendenza è perché lo si vuole utilizzare per scopi di desalinizzazione e come fonte di energia alternativa. Anche i Paesi produttori di petrolio non vogliono farsi trovare impreparati quando il greggio nel sottosuolo si esaurirà. Ma la fretta con cui la moda si sta diffondendo fa pensare che dietro ci sia la volontà di dotarsi di una tecnologia che - prima o poi - potrebbe essere applicata a scopo bellico, anche solo come deterrente. Magari contro l’Iran sciita (che peraltro continua a sostenere il carattere civile del proprio progetto nucleare), visto ormai come rivale dal mondo arabo (sunnita) e in particolare dai sauditi. Ma l’Occidente non sembra preoccuparsene troppo e anzi incoraggia l’uso dell’energia atomica, come nel caso della Libia, che dopo aver rinunciato
alle applicazioni militare del nucleare ha ottenuto l’aiuto francese per la costruzione delle sue centrali. L’accordo, formalizzato nelle scorse settimane durante la visita di Gheddafi a Parigi, sarebbe stato una delle contropartite richieste del leader libico alcuni mesi fa in cambio della liberazione delle infermiere bulgare condannate da un tribunale di Tripoli.
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