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In Pakistan, un mese dopo lo stato d’emergenza imposto da Musharraf e a un mese dalle elezioni legislative dell’8 gennaio 2008, i maggiori esponenti dell’opposizione cercano una strategia comune per mettere all’angolo il presidente Musharraf. Lunedì 3 dicembre Benazir Bhutto (leader del Partito del Popolo) e Nawaz Sharif (a capo della Lega Musulmana) si sono incontrati per definire insieme le loro richieste a numero uno pachistano, che la settimana scorsa ha giurato per il suo terzo mandato, dopo aver smesso la divisa di capo dell’esercito.
Ma poco prima dell’incontro, per Nawaz Sharif è arrivata una pessima notizia: la commissione elettorale del Pakistan ha respinto la sua candidatura perché condannato, nel 2000, per il dirottamento di un volo di linea nell’ottobre 1999 che trasportava Pervez Musharraf, allora capo di stato maggiore dell’esercito, che a suo avviso stava preparando un colpo di Stato e che in effetti pochi giorni dopo prese il potere rovesciando lo stesso governo Sharif.
Benazir Bhutto potrà invece candidarsi perché gli episodi di corruzione in cui fu coinvolta sono stati amnistiati da Musharraf. Bhutto continua la sua campagna elettorale e nei giorni scorsi ha affermato che il boicottaggio del voto proposto da Sharif favorirebbe l’attuale Capo dello Stato. Ma ora entrambi i leader dell’opposizione hanno concordato che attueranno il boicottaggio se il Presidente non risponderà entro breve alle loro richieste. Prima fra tutte: la fine dello stato d’emergenza, che Musharraf ha promesso di revocare il 16 dicembre.
Eri Garuti, Amina News

Tutti per uno, o quasi. Per l’elezione del Presidente della Repubblica in Libano, maggioranza e opposizione convergono ormai sul nome di un candidato che raccoglie consensi trasversali: il capo dell’esercito. Michel Suleiman (o Sleiman o Sleimane, a seconda delle diverse traslitterazioni dall’arabo) mette d’accordo Arabia Saudita e Vaticano e persino Stati Uniti e Siria (che hanno dato apertamente il loro via libera e che la Conferenza di Annapolis sembra aver riavvicinato agli Usa, a scapito dell’Iran).
Se la votazione in Parlamento è stata rinviata per la sesta volta, slittando dal 30 novembre al 7 dicembre, è perché restano da superare due ostacoli, uno tecnico e uno politico. La Costituzione libanese preclude la carica di Capo dello Stato agli alti funzionari pubblici in servizio: quindi per permettere l’elezione di Suleiman la legge fondamentale dovrebbe essere emendata dal Parlamento, con l’avallo della maggioranza di governo, ma c’è chi mette in dubbio la legittimità di una nuova legge di riforma come questa in una fase di vuoto istituzionale. Inoltre l’opposizione non ha espresso il suo appoggio in modo univoco: gli Hezbollah non hanno sciolto le riserve e hanno organizzato per questo weekend nuove proteste contro il governo, mentre Michel Aoun, il leader dei maroniti alleati con Hezbollah, ha affermato di sostenere l’elezione di Suleiman “per due anni” soltanto se cambierà anche la composizione del governo. Una dichiarazione ambigua, come sottolinea il quotidiano libanese L’Orient Le Jour (il cui editore Michel Eddé era tra i candidati alla presidenza prima che entrasse in scena Suleiman).
E pensare che il capo dell’esercito era considerato inizialmente più vicino all’opposizione, visto che fu la Siria a consentirgli di diventare il numero uno dei militari nel 1998.
Poi, mantenendosi neutrale nello scontro politico seguito all’assassinio di Rafiq Hariri, collaborando con le forze internazionali dell’Unifil e combattendo gli estremisti islamici nel campo di Nahr Al Bared, si è fatto apprezzare anche dalla maggioranza ed è diventato simbolo dell’unità nazionale. Se gli Hezbollah non caldeggiano la sua candidatura, è forse perché, più che fare riferimento alla Siria, rispondono all’Iran, che da Annapolis non ha ottenuto nulla.

Il futuro del Libano si decide ad Annapolis. La stampa libanese sottolinea che la conferenza di pace israelo-palestinese, che si apre domani negli Stati Uniti, è la chiave per la sbloccare l’elezione del presidente a Beirut.
All’incontro partecipa anche il governo libanese, rappresentato dal ministro degli Esteri ad interim Tarek Mitri, che l’opposizione filosiriana non ritiene legittimato a rappresentare il Paese. Ma soprattutto, ad Annapolis c’è la Siria, che ha accettato di intervenire solo dopo che gli Usa hanno promesso che si parlerà del problema delle alture del Golan, occupate da Israele dal 1967 e reclamate da Damasco. L’influenza siriana sull’opposizione libanese è ben nota ed è probabile che solo in cambio di una contropartita, Damasco autorizzerà i suoi fedelissimi ad accettare l’elezione di un presidente filo-occidentale a Beirut. La contropartita potrebbe riguardare non tanto il Golan, ma la tolleranza degli Stati Uniti nei confronti del regime siriano, proprio nel giorno in cui al consiglio di sicurezza dell’Onu dovrebbe essere presentato un nuovo rapporto della commissione d’inchiesta internazionale sull‘attentato a Rafiq Hariri.
Tutto ciò non basterebbe a chiudere il cerchio, perché l’opposizione libanese è legata anche all’Iran, che ad Annapolis non è stato invitato, e la crisi potrebbe protrarsi per settimane.
Nel frattempo in Libano la situazione si mantiene tranquilla, nonostante il “caos organizzato“, come è stato ribattezzato il vuoto istituzionale creatosi per la mancata elezione del capo dello Stato. Venerdì sera, abbandonando il palazzo presidenziale alla scadenza del suo mandato, Emile Lahoud aveva chiesto all’esercito di vigilare sul Paese, affermando che esistevano i presupposti per lo stato d’emergenza, ma il governo filo-occidentale di Fuad Siniora ha respinto l’ipotesi e assunto i poteri presidenziali ad interim, come prevede la Costituzione. Siniora ha dichiarato di non voler mantenere questi poteri “un’ora più del necessario”. E mentre si spera che venerdì 30 venga eletto il nuovo presidente, tutti guardano ad Annapolis.
Eri Garuti, Amina News
Elezione rinviata, per la quinta volta negli ultimi due mesi, al 30 novembre. Neanche oggi, infatti, il Parlamento libanese ha scelto il nuovo Presidente, visto che in aula c’erano solo i deputati della maggioranza, insufficienti per raggiungere il quorum. Almeno fino a venerdì prossimo ci sarà quindi un vuoto istituzionale. Il mandato del filo-siriano Emile Lahoud scade alla mezzanotte di oggi (le 23 in Italia) e il governo gli ha già intimato di lasciare il palazzo presidenziale, se non vuole essere incriminato per violazione della Costituzione.
Dal canto suo il capo dello Stato uscente conferma che si dimetterà entro mezzanotte, ma prima deciderà se adottare “provvedimenti per garantire la sicurezza nazionale”. Potrebbe, ad esempio, dichiarare lo stato d’emergenza e affidare il controllo del Paese al capo dell’esercito, Michel Sleiman (che mesi fa era stato proposto come candidato alla presidenza, visto che è cristiano- maronita e gode di una buona fama tra la gente, per aver combattuto contro i miliziani integralisti nel campo di Nahr Al Bared).
La mossa di Lahoud sarebbe però molto azzardata e rappresenterebbe il disperato tentativo di evitare che il governo filo-occidentale di Fuad Siniora si appropri delle prerogative presidenziali ad interim, come previsto dall’articolo 62 della Costituzione in caso di assenza del capo dello Stato.
Nonostante il muro contro muro, maggioranza e opposizione continuano a dirsi favorevoli alle trattative, caldeggiate anche ieri dal ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, in visita a Beirut con i colleghi di Francia e Spagna, Kouchner e Moratinos. La speranza di tutti è arrivare il 30 novembre ad eleggere un candidato che rappresenti l’unità del Paese. Sempre che il Paese non si sia diviso prima, irreparabilmente.

Libano, il campo profughi di Burj al-Barajneh, a sud di Beirut
Il futuro del Libano è nelle mani di Dio. O meglio: di un suo rappresentante sulla Terra. Il nome del prossimo Presidente della Repubblica, che sarà eletto entro questa settimana, si trova infatti con ogni probabilità nella lista di sei candidati scelti dal più alto esponente del clero cristiano maronita, il patriarca Nasrallah Sfeir. A lui si erano rivolti nei giorni scorsi i mediatori francesi arrivati in Libano chiedendogli di suggerire un elenco “bipartisan” per favorire un accordo tra maggioranza e opposizione. Questa situazione paradossale si spiega solo nell’intricato contesto del Paese dei cedri, dove l’equilibrio tra poteri si basa sull’appartenenza religioso-settaria più che sull’identità politica: per legge, il presidente deve essere maronita, il capo del governo sunnita e il presidente del parlamento sciita. Poco importa che ora i cristiani siano divisi tra maggioranza e opposizione e che su questa frattura si giochi il futuro della Nazione. Nella lista di Sfeir, il cui contenuto è confidenziale, dovrebbero esserci sei nomi, tra cui Butros Harb e Nassib Laohud (esponenti della maggioranza di governo appoggiata da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita) e Michel Aoun (alleato con gli Hezbollah filoiraniani e filosiriani). Ma è più facile che a mettere d’accordo tutti sia qualcuno degli altri candidati, di cui non si conoscono ufficialmente i nomi: oltre al parlamentare e avvocato Robert Ghanem, secondo alcune indiscrezioni ci sarebbero anche l’ex governatore della banca centrale Michel Khoury e l’ex primo ministro Michel Edde, mentre altre fonti citano Joseph Tarabay, a capo della Lega Maronita e dell’Unione delle Banche Arabe e Damianos Kattar, ex ministro delle finanze.
Ora la parola passa al presidente del parlamento Nabih Berri (capo dell’opposizione) e al leader della maggioranza Saad Hariri, che tenteranno di trovare un’intesa sul nome da sottoporre al voto dei deputati, mercoledì 21 novembre, tre giorni prima che scada il mandato dell’attuale presidente Emile Lahoud, filosiriano. Se non arriveranno a un compromesso, porteranno in aula due nomi: il più votato sarà presidente. La coalizione di governo ha i numeri per far eleggere un suo candidato a colpi di maggioranza, anche se non alla prima votazione, ma tutti dicono di voler cercare un’intesa. A favorire un accordo “bipartisan” ci hanno provato in tanti: a Beirut nei giorni scorsi sono passati tra gli altri il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, secondo cui il Libano è “sull’orlo dell’abisso”, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che stamani ha ammonito coloro che vogliono boicottare le elezioni presidenziali avvertendoli che “si assumerebbero la responsabilità della destabilizzazione del Libano e delle sue conseguenze regionali”) e quello italiano Massimo D’Alema, che si è detto ottimista sulla possibilità di una soluzione, ma ha descritto come un ostacolo il fatto che Michel Aoun non rinunci alla propria candidatura.
Se non si dovesse trovare un’intesa, si aprirà un inedito e pericoloso vuoto istituzionale, dalle conseguenze imprevedibili: in caso di mancata elezione del suo successore, il presidente Lahoud ha già fatto sapere che rimarrà in carica, dicendosi pronto a morire pur di non “mettersi in ginocchio”. Di tutt’altro parere il capo del governo Fouad Siniora, intenzionato ad attribuirsi ad interim i poteri presidenziali. Dal canto loro gli Hezbollah ipotizzano addirittura un governo alternativo a Siniora. Nell’incertezza, molti vedono riaffacciarsi lo spettro della guerra civile. Un altro campanello d’allarme arriva dai campi profughi: mentre Nahr Al Bared rimane chiuso e off-limits per gli abitanti, in altre località si registrano scontri fra diverse fazioni palestinesi. E nel sud l’esercito italiano sa di essere ancora sotto la minaccia di Al Qaeda.
Eri Garuti, Amina News

Aria di resa dei conti, in Pakistan, tra Pervez Musharraf e Benazir Bhutto. Se nei giorni scorsi molti pensavano che tra il presidente e l’oppositrice si potesse profilare un accordo segreto, ora l’ipotesi sembra tramontata. Bhutto, agli arresti domiciliari per una settimana e bloccata in casa dalla polizia che le ha impedito di partecipare alla manifestazione da lei indetta, ha tuonato contro Musharraf chiedendone le dimissioni e l’isolamento da parte della comunità internazionale.
Lui replica: “È una grande manipolatrice, pronta a distorcere la verità a suo uso e consumo. Da quando è tornata in Pakistan non fa altro che darmi addosso, tradendo tutte le nostre intese. In più si muove da irresponsabile, getta fango sull’esercito e il suo ruolo di lunga data contro Osama Bin Laden e il terrorismo.”
Bhutto sta intanto cercando un’alleanza con tutte le forze dissidenti e minaccia di boicottare le elezioni. L’appello è già stato accolto dall’ex campione di cricket Imran Khan, che nel frattempo è stato però arrestato. Possibile anche una sorprendente riconciliazione con l’ex premier Nawaz Sharif, il cui movimento (la Lega islamica pachistana) ha invitato la popolazione a non partecipare al voto, così come ha fatto la più popolare organizzazione integralista del Paese (Jamaat-e-Islami). L’opposizione, che prepara nuove manifestazioni di potesta,
sottolinea che il ricorso alle urne non potrebbe essere equo se vige la legge marziale, ma Musharraf non intende per ora revocare lo stato d’emergenza e anzi afferma che è indispensabile durante l’avvio della campagna elettorale, che altrimenti sarebbe turbato dal rischio di attacchi terroristici.
Mentre gli Stati Uniti inviano a Islamabad il diplomatico John Negroponte, il Regno Unito minaccia di estromettere il Pakistan dal Commonwealth se non revocherà lo Stato d’emergenza entro il 22 novembre. Ultimatum che Musharraf ha subito respinto.
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La stampa araba difende Pervez Musharraf. O meglio lo considera il minore dei mali. Il Presidente pachistano non è certo un buon esempio di governante democratico, ma indebolirlo con troppe critiche darebbe man forte ai Taliban nel suo Paese e nel vicino Afghanistan e addirittura regalerebbe all’Iran una vittoria a lungo termine, in quanto se la situazione in Pakistan precipitasse, tutta la comunità internazionale sarebbe concentrata su come salvare Islamabad, distogliendo l’attenzione dal pericolo iraniano. È l’opinione di Abdul Rahman Al Rashid, general manager della tv Al Arabiya ed editorialista di Al Sharq Al Awsat. E se il programma nucleare iraniano preoccupa gli Usa, figuriamoci quanto ci si deve preoccupare per il Pakistan, che la bomba atomica già ce l’ha, come ricorda Jihad Al Khazen su Al Hayat.
Cosa succederebbe “se ci fosse un golpe militare, e se prendesse il potere un gruppo estremista alleandosi con gli islamici radicali per guadagnare popolarità e sostegno? Oppure se i seguaci dello scienziato nucleare Abdul Kadir Khan apparissero e vendessero tecnologia bellica a ogni fazione che la voglia e sia in grado di pagare?” Il rischio è reale, se è vero, come sottolinea l’esperto saudita Mshari Al-Zaydi su Al Sharq Al Awsat che Musharraf non gode del sostegno del popolo, perché la maggioranza dei pachistani è attratta dal fondamentalismo e tende a giustificare Al Qaida. “Il Pakistan è come la spalla su cui poggia il lanciarazzi, senza di essa non si può combattere. Grazie a Dio, il Pakistan non è contro di noi”, ha detto il Mullah Momin Ahmed, comandante dei Taliban, intervistato da Newsweek, come ricorda Al-Zaydi.
Peraltro Musharraf non è un campione di laicità e, pur contrastando il terrorismo, tende ad intervenire contro gli integralisti solo quando minacciano direttamente il suo potere. Il presidente “non ha chiuso le scuole religiose, anzi continua ad aprirne lui stesso e non ha rafforzato le istituzioni civili” denuncia Rashida Dergham su Al Hayat. “Il suo fallimento nella costruzione delle istituzioni è anche il fallimento degli Stati Uniti, in particolare dell’amministrazione Bush, che ha perso l’opportunità di monitorare il processo democratico, perché troppo impegnata con la “guerra al terrore”.
Eri Garuti - Amina News
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Pervez Musharraf vuole far dimenticare presto il colpo di mano con cui ha imposto lo stato d’emergenza e arrestato un gran numero di oppositori. Le elezioni legislative e amministrative si terranno regolarmente all’inizio di gennaio, ha fatto sapere ieri il presidente pachistano, annunciando che il Parlamento da rinnovare sarà sciolto il 15 novembre e che la consultazione sarà libera e democratica.
Le organizzazioni per i diritti umani dubitano però che l’attuale clima consenta l’esercizio del diritto di voto in modo normale. La scelta delle elezioni a gennaio e la promessa di lasciare l’uniforme di capo dell’esercito costituiscono probabilmente il pegno pagato da Musharraf all’amministrazione americana per continuare a riceverne l’appoggio (un appoggio che Washington considera peraltro obbligato, visto che teme l’ascesa al potere dei fondamentalisti vicini ai Taliban afghani) anche se certo la comunità internazionale chiede molto di più al presidente pakistano. L’apertura di Musharraf potrebbe consentire di tacitare anche una parte dell’opposizione. Benazir Bhutto, che continua a chiedere la revoca dello stato di emergenza e definisce però l’annuncio di Musharraf un “passo positivo“, conferma per domani, martedì, la marcia di protesta da Lahore a Rawalpindi. Un atteggiamento che le permette di conservare la sua immagine di oppositrice e guadagnare consensi, mentre, secondo molti analisti, dietro le quinte si preparerebbe l’accordo per il suo ritorno al potere come premier, in cambio dell’acquiescenza nei confronti del Presidente.
Secondo la stampa locale, inoltre, la Corte suprema del Pakistan si accingerebbe a riprendere l’esame dei ricorsi contro la rielezione di Pervez Musharraf - votata dal Parlamento il 6 ottobre- ed entro la fine della settimana dovrebbe deliberare. È il tassello mancante all’insediamento per il secondo mandato del presidente.
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