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La Ong femminista Fida in Kenya ha deciso di chiedere a tutte le donne del Paese di condurre lo sciopero del sesso per una settimana, come protesta contro il lungo conflitto politico tra il presidente Mwai Kibaki e il primo ministro Raila Odinga. Dopo le elezioni politiche del 27 dicembre del 2007, infatti, è scoppiata una vera e propria guerra fra il presidente Mwai Kibaki, leader del partito arcobaleno sostenuto dall’etnia kikuyu, e Raila Odinga, uomo dell’opposizione di etnia luo e padre del Movimento democratico arancione. Dopo giorni di notizie intermittenti e uno scrutinio palesemente avvelenato, Kibaki viene riconsacrato come padrone del Kenya con 4.584.721 voti contro i 4.352.993 di Odinga. Raila Odinga non ci sta, ne segue un conflitto durante il quale muoiono 1500 persone. Il governo di coalizione - che dovrebbe vedere la partecipazione dei due ex contendenti - tarda ad arrivare e il Paese rischia di precipitare nel caos.
Così le donne kenyane hanno deciso condurre questo sciopero esemplare e, rivolte alle moglie di Kibaki e Odinga, hanno chiesto loro di aspettare a soddisfare i mariti. Poi hanno deciso di rivolgere l’appello a tutte le donne del Paese. Dai sondaggi condotti su un campione rappresentativo di uomini è però emerso che la maggioranza dei kenyani, di fronte a un diniego della loro moglie, sarebbe andata a soddisfare i propri istinti altrove. E’ per questo che Fida ha deciso di pagare alle prostitute una settimana di mancato guadagno. E le “sex workers” in Kenya sono numerosissime: solo nel centro di Nairobi si calcola che ve ne siano circa sette mila.

Il presidente Medvedev (sx), il premier russo Putin (c) e il patriarca Kirill
Alexander Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha un progetto ambizioso: fare da intermediario per un storico incontro tra il Papa Benedetto XVI e il patriarca di Mosca Kirill. La faccenda sembra difficilie da realizzare. Ma per un noto ateo (lui stesso ha recentemente detto, che il metropolita di Minsk Filaret lo avrebbe esortato: “Alexander, la prego, almeno in pubblico, non dica che Lei è un ateo”) niente è impossibile. Il 10 aprile scorso, all’incontro con patriarca Kirill a Mosca, Alexander Lukashenko ha avanzato l’ipotesi di un incontro a Minsk tra i due massimi vertici delle chiese. “La Bielorussia è il miglior posto possibile, situata al centro dell’Europa, all’incrocio tra ortodossi e cattolici ed è un isola di tolleranza tra diverse religioni”, l’opinione di Minsk.
Ma fino poco tempo fa i cattolici avevano grossi problemi in Bielorussia. Pur essendo abbastanza numerosi (tra i 10 milioni di abitanti uno su sette è di religione cattolica), i preti cattolici venivano sospettati di attività “distruttive”, e spesso mandati via come persone non gradite. A Grodno (città di particolare concentrazione di cattolici) per anni non si poteva ottenere il permesso di costruire una chiesa cattolica (ottenuto solo questo anno). Infatti dalla metà dell’anno scorso i rapporti sono migliorati, con la visita a Minsk del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, e l’invito di Lukashenko per la visita del Papa in Bielorissia “quando gli farà comodo”. E adesso, la visita di Lukashenko in Vaticano e l’incontro con il Papa (il 26 o 27 aprile).
L’apertura dopo anni di isolamento (dal 1995 Lukashenko non ha fatto visite ufficiali in Europa) per “l’ultimo dittatore comunista d’Europa”, che incontrerà anche il Ministro degli Esteri Franco Frattini, che conferma l’incontro: “I nostri protocolli sono al lavoro, sicuramente lo vedrò. Non conosco ad oggi l’agenda del Presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio”. Ma la reazione della chiesa ortodossa bielorussa è stata più che tiepida. Il portavoce del metropolita Filaret, Andrej Petrashkevich in un’intervista al quotidiano russo Kommersant ha dichiarato, che “le condizioni di un possibile incontro rimangono come 10 anni fà - rimane il problema del proselitismo e degli uniati ucraini. Finchè il Vaticano non decide sulla sorte degli uniati cattolici in Ucraina, non possiamo parlale di un incontro”.
La questione degli uniati ucraini resta uno dei principali ostacoli alle relazioni tra la Chiesa Cattolica e quella ortodossa. Il problema, molto complesso, risale al 1596 alla formazione cioè di una Chiesa greco-cattolica unita a Roma che riconosce i dogmi e il catechismo cattolico, ma che ha mantenuto i suoi antichi rituali e tradizioni ortodosse. La Chiesa ortodossa russa non vede di buon occhio gli uniati (termine peggiorativo utilizzato dagli ortodossi) che considera la loro presenza in Ucraina come un’intromissione nel proprio territorio canonico. Il lungo e importante lavoro ecumenico fino ad ora svolto ha portato grandi frutti. Ma molti sono ancora gli scogli che impediscono la completa unione tra le due Chiese: dogmi religiosi si intrecciano con ragioni storiche e geografiche passando attraverso questioni politiche, di “supremazia” territoriale, nazionalismi. Il noto teologo ortodosso Olivier Clement scriveva: “Bisognerà che le due parti comprendano che bisogna attenuare da una parte il centralismo romano e dall’altro l’autocefalismo ortodosso la quasi indipendenza, di fatto, di ogni Chiesa nazionale”. Ma per il momento tra Roma e Mosca l’avvenire rimane pieno di ombre.
Dal 7 maggio 2008, da quando cioé ha assunto la carica presidenziale, Dmitry Medvedev aveva rilasciato molte interviste, tutte però a giornali o televisioni straniere (inclusa la Rai). Fino a oggi, quando - con una lunga intervista a Novaya Gazeta, il quotidiano di opposizione di cui l’azionista di riferimento è Mikhail Gorbaciov - ha scelto di parlare a ruota libera di tutto, compresi gli assassinii dei giornalisti come Anna Politkovskaya e Anastasia Baburova. Un’oretta di colloquio fitto fitto presso la residenza presidenziale Gorki vicino a Mosca.
Alla domanda del direttore del Novaya Gazeta, che gli ha chiesto su che cosa si regga il patto non scritto tra la cittadinanza e il potere, Medvedev, prontamente, ha chiesto: “Lei intende che dobbiamo barattare la salsiccia in cambio della libertà?”. E con la crisi, come cambierà questo rapporto tra società e Stato? “La stabilità da una parte e la democrazia dall’altra devono andare di pari passo. In nessun caso devono essere concetti contrapposti o alternativi. Non si può contrapporre una vita stabile ai diritti e alla libertà”. ”D’altra parte - ha aggiunto - se le persone non si sentono protette, se non ricevono lo stipendio, se non sono in grado di acquistare i generi di prima necessità, i principali diritti di libertà sono in pericolo”.
Il presidente russo ha commentato anche la recente decisione di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei ministri e alti funzionari. “Sono contento che per la prima volta nella storia Russia tutti gli alti dirigenti dello stato hanno dovuto rendere publici i loro redditi. Certo, da noi si può fare business, e rimanere nell’ombra (il segreto bancario è garantito in Russia), ma se decidi di fare carriera pubblica, devi accettare il fatto che i tuoi redditi e della tua famiglia saranno resi noti ai cittadini”. Il tutto - ha detto - per arginare corruzione e eccessi di burocrazia.
Alla domanda, “se ha avuto una reazione negativa da parte dei chinovniki (dirigenti pubblici)”, Medvedev ha risposto modestamente che “la carica di Presidente libera dalla necessità di ascoltare le opinioni negative dei burocrati. Io ho preso la mia decisione, e tutti si devono attenere alle mie decisioni”. Dmitri Medvedev (il cui reddito ufficiale è di 93 mila euro annuale contro i 103 mila di Putin ndr) si è rifiutato di fare previsioni sull’esito del secondo processo in corso a Mosca a carico dell’ex magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky. ”Per il Presidente, fare previsioni sull’esito di un qualsiasi processo, e quindi anche su quello a carico dell’ex capo del colosso petrolifero Yukos, è contro la legge. E questo riguarda anche tutti gli altri funzionari pubblici”. ”Tutti gli altri - ha aggiunto il presidente - sono liberi di fare i propri commenti” sull’esito del processo. ”Sono affari loro”.
Ha parlato di internet e della sua regolamentazione: “Internet è la migliore piattaforma per le discussioni libere e non solo in Russia, ma nel mondo. La sua regolamentazione deve essere sensata. Non dobbiamo correre prima degli altri, ma dobbiamo sia permettere a internet di svilupparsi, sia reprimere i crimini collegati ad internet. Internet non è un male assoluto”. Medvedev ha ribadito poi che non vuole entrare in nessun partito (”Nel nostro paese esiste attualmente la tradizione di un presidente senza partito”), nemmeno in quello del premier. Medvedev ha parlato poco di economia, un compito che spetta al premier Putin. Proprio oggi la Duma dovrebbe approvare il Programma Anticrisi del governo, presentato il 19 marzo. Valore: 3000 miliardi di rubli (circa 90 miliardi di dollari).

Un’immagine della famosa ballerina Anastasia Volochkova
Sochi, la capitale delle Olimpiadi invernali 2014, si reca alle urne il 26 aprile prossimo per eleggere il nuovo sindaco. 25 i candidati che si fronteggiano, un numero mai visto prima nella storia russa. Ma ancora più sorprendenti sono i curricula dei candidati. Ci sono pensionati, disoccupati, avvocati, un presidente di una compagnia aerea, uno della federazione di Armwrestling russa (braccio di ferro, ndr), anonimi funzionari di partito, banchieri, ballerine, pornodive, nullatenenti, miliardari…
C’è Andrey Bogdanov, gran maestro della loggia massonica ed ex candidato per la presidenza russa, sconfitto proprio da Medvedev. E ci sono due volti piuttosto noti della politica russa: Boris Nemtsov, ex vice premier e leader di movimento d’opposizione Solidarnost e Alexander Lebedev, il deputato-banchiere della Duma che vanta un patrimonio personale di circa 2 miliardi di dollari. Ma uno dei piatti forti è la famosa ballerina Anastasia Volochkova, la vincitrice di numerosi premi internazionali che ha ballato nel prestigioso Mariinsky di San Pietroburgo e al Bolshoj di Mosca. Due ore prima di chiusura delle liste, ha dichiarato che se vincerà “farò da vostro teatro il miglior teatro del mondo. Ballando qui, porto in questa città i migliori coreografi ed artisti”.
C’è persino la famosa pornodiva Elena Berkova a capo dell’immancabile partito dell’Amore, con il suo gustoso video di presentazione “istituzionale”: si notano le scritte grosse rosse “Libertà, fedeltà e rispetto” all’inizio del video e poi ci si perde tra le curve della bella Elena. Manca solo Andrey Lugovoj (sospettato in Inghilterra dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko), che pure aveva annunciato la sua candidatura. Il candidato meno folcloristico è il favorito Anatoly Pakhomov, sindaco ad interim e candidato della Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Nella città sul Mar Nero per le Olimpiadi dovrebbero arrivare alcuni miliardi di dollari per infrastrutture. Anche qualche società italiana sta partecipando alle gare d’appalto, per cercare di accaparrarsi un pezzo della torta. Difficile immaginare che il primo cittadino di questa città, si chiamerà Elena o Anastasia.

Il mese di febbraio ha registrato uno strano record: quello degli incidenti più improbabili. Prima, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, si sono scontrati due sottomarini nucleari della Nato, una possibilità, secondo gli esperti, che si verifica in meno di un caso su un milione. Poi nello spazio, e non era mai accaduto nella storia, due satelliti hanno fatto un frontale, e anche in questo caso le probabilità che si verifichi un evento di questa natura sono infinitamente basse.
L’incidente tra due sottomarini nucleari, il francese Le Triomphant e britannica HMS Vanguard, è accaduto il 3 o il 4 febbraio, ma solo oggi è stato rivelato dal quotidiano britannico Sun. La collisione avrebbe potuto causare un disastro di inenarrabili proporzioni. “Le conseguenze potevano essere impensabili”, ha confermato una fonte della Royal Navy al tabloid. “L’esplosione nucleare era improbabile, ma una fuga radioattiva era possibile. Non solo: avremmo potuto perdere l’equipaggio e le testate nucleari. Sarebbe stato un disastro nazionale”. Per fortuna sono tutti sani e salvi (Il Triomphant ha 101 persione a bordo, Vanguard ne ha 140) e, ha rassicurato il ministero della Difesa britannico, i sottomarini non hanno avarie all’attrezzatura nucleare o perdite radioattive. Avevano entrambi 16 missili balistici nucleari.
Il tamponamento ricorda un’altra tragedia nei fondali marini: il tragico incidente del sottomarino nucleare Kursk il 2 agosto del 2000. Nell’esplosione di un siluro, e poi nell’affondamento del sottomarino hanno perso la vita tutti i 118 uomini dell’equipaggio. Il 10 febbraio due satelliti, l’americano l’Iridium 33, parte di una costellazione di 66 satelliti per la telefonia satellitare, e il Kosmos-2251 russo non più in funzione dal 1995, si sono scontrati in piena in orbita a 800 km sopra il livello del mare. Il satellite russo era inattivo, ma l’altro satellite avrebbe potuto fare manovra per evitare lo scontro. Era difficile prevedere l’impatto perchè nello spazio «non esistono i controllori di volo – ha spiegato Nicholas Johnson, responsabile dell’osservazione dei detriti orbitanti al Johnson Space Center della NASA di Houston - e nemmeno esiste il diritto di precedenza. E poi non c’è modo di sapere cosa ti travolgerà». E da ieri i detriti stanno cadendo in Texas e in Siberia: molto spettacolo, per fortuna senza conseguenze.

Il presidente Medvedev (sx), il premier russo Putin (c) e il patriarca Kirill
Si è conclusa oggi la complessa procedura per scegliere il patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Ad Alessio II, morto il 5 dicembre, succede Kirill, il metropolita di Smolensk e Kaliningrad ed ex capo della diplomazia del Patriarcato che ha già assunto le funzioni temporanee di “luogotenente patriarcale”.
Il Concilio episcopale aveva fino a sei mesi di tempo per scegliere il successore, ma ha deciso di affrettare i tempi. Il 25 gennaio ha preselezionato, tra i 140 candidati, i tre più votati: lo stesso Kirill, Clement, il metropolita di Kaluga e Borovsk e attuale amministratore del Patriarcato, e infine il metropolita di Minsk e Slutsk Filaret. Oggi, 27 gennaio, il conclave, massimo organo di rappresentanza della Chiesa ortodossa russa, si è riunito nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca per eleggere il nuovo patriarca tra i tre rimasti in lizza: 711 i votanti, tra cui i membri del concilio episcopale, i rappresentanti dei ranghi inferiori del clero, i fedeli eletti dalle loro parrocchie che rappresentano le 157 diocesi del Patriarcato.
Risultato: consapevole di non poter aspirare all’elezione, il metropolita Filaret ha ritirato la sua candidatura, aprendo di fatto la strada all’elezione del sedicesimo patriarca di tutte le Russie, Kirill. La Chiesa Ortodossa ha due correnti principali, una riformista e una conservatrice, che in parte ricalcano il classico dualismo russo tra occidentalisti e slavofili. Kirill è considerato il rappresentante forte dei riformisti, molto conosciuto all’estero e in Vaticano e aperto al dialogo ecumenico.
Una curiosità, non da poco. Un mese fa è stato aperto un portale dove era possibile votare il proprio candidato preferito a ricoprire la carica di Patriarca e partecipare ad un forum. Hanno messo 7 candidati, (tra quali ovviamente entrati tre finalisti). In 40 giorni hanno votato più di 700 mila persone (entro 25 gennaio). Il 72,2 per cento ha votato per Kirill.
Alessio II ha notevolmente rafforzato la Chiesa ortodossa. Dalla caduta dell’Unione Sovietica il numero dei monasteri si è moltiplicato in maniera esponenziale passando dai diciannove del 1990 agli ottocentoquattro del 2008. Nell’ultimo anno sono cresciute anche le parrocchie (da 27.942 a 29.268) e le scuole di catechismo. E tre russi su quattro si dichiarano credenti e ortodossi (erano uno su quattro nel 1990).

Un’agenzia di lavoro russa, a chi cerca un’assistente di direzione, propone qualcosa in più: una segretaria che sappia trasformarsi anche in perfetta amante. “Economico, e si risparmia sull’amante!”, ammicca la pubblicità.
Funziona così: per contratto la donna deve fare in una settimana 40 ore di lavoro d’ufficio e 5 ore di lavoro extra, che includono i rapporti sessuali “che non offendano la morale” (specifica l’agenzia). L’assistente “garantisce di tenersi in ottima forma fisica, studiare il Kamasutra, non rifiutare rapporti per stanchezza e mal di testa, non lasciare segni su abito del capo, e non parlarne con nessuno”.
La notizia la dà il quotidiano russo Komsomolskaja Pravda. Un giornalista è andato verificare, ha parlato e ha visto i “contratti di lavoro”.
“Con la crisi i manager sono impazziti. Solo negli ultimi due mesi abbiamo trovato lavoro a 638 ragazze. Più di tutto l’anno scorso”, dice con soddisfazione il coordinatore del progetto” nell’intervista al quotidiano.
L’agenzia si fa garante contro tutti i rischi (come malattie sessuali e gravidanze indesiderate), e paga anche una multa se la ragazza s’innamora di un altro e si sposa.
Se rapporti con il capo non vanno bene, per i primi due mesi l’agenzia garantisce di cambiare la segretaria, addirittura fino a due volte, come una merce qualunque.
I prezzi variano dai 40 (circa mille euro) agli 80 mila rubli al mese. L’agenzia trattiene come commissione circa una mensilità.
L’articolo ha scatenato miriadi di commenti online e la giusta indignazione di molte donne.

Il quadro di Putin
Per tre giorni, nell’albergo Europa di San Pietroburgo, saranno messi in esposizione i quadri di politici russi: un’esposizione, chiamata “Alfabeto di Natale”, che raccoglie da tre anni alcune opere a tema che iniziano con le lettere in cirillico dei leader politici più in vista. Tra loro anche il sindaco Valentina Matvienko. Ma quest’anno il salone ha riservato una sorpresa: il quadro “Arabeschi sulla finestra” (in russo Uzor, con la lettera U), realizzato dal premier Vladimir Putin.
Quest’anno l’esposizione è dedicata a “La notte prima di Natale”, il celeberrimo romanzo di Nikolaj Gogol. Il sindaco ha scelto la lettera M (come l’iniziale del suo cognome), con un quadro su Metel, la tempesta di neve. Putin ha invece scelto la lettera U, e non la P. è il suo quadro debutto: stile naif, verde blu, con la grande firma del Premier, ovviamente in cirillico. E per questa firma si prevede il prezzo massimo sull’asta benefica tra tre giorni. La prima volta, due anni fa, il quadro più caro è stato quello di Matvienko (2,2 milioni di rubli, quasi 100 mila dollari). Così anche l’anno scorso, con il suo quadro venduto a 11 milioni di rubli (quasi 500 mila dollari). Quest’anno, non ha dubbi l’organizzatrice del progetto, Nadezhda Anfalova: “il più caro sarà quello di Putin. Chi compra guarda il nome”. Il prezzo di vendita, in questo caso, potrebbe raggiungere un milione di dollari secondo gli organizzatori. Tutti i soldi ricavati andranno in beneficenza per gli ospedali pediatrici e le chiese locali.
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