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Le notizie sono ancora confuse e frammentarie come tutte le notizie che arrivano dall’Afghanistan in questi casi. Sono stati liberati i due militari italiani di cui si erano perse le tracce sabato sera nella regione di Herat e di cui, forse anche per tutelarne la vita poiché secondo alcune fonti appartengono ai nostri servizi di sicurezza, non erano stati diffusi i nomi. Un blitz delle forze Nato scattato nelle prime ore della mattina (tra le 4 e le 5 ora italiana) nella provincia di Farah avrebbe portato alla svolta. Una buona notizia, diffusa dal ministero della Difesa italiano, anche se offuscata da un dettaglio non trascurabile: i due sottufficiali sono feriti, uno in modo abbastanza grave. Le famiglie sono state avvertite: i due militari sono già stati affidati alle cure di medici dell’Isaf, la Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza in Afghanistan, sotto comando Nato.
Dopo la gioia per la liberazione di Giuliana Sgrena in Iraq, azzerata d’un colpo dalla notizia della morte del numero due del Sismi, Nicola Calipari, e il sollievo della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, sei mesi fa sempre in Afghanistan, accompagnato però dall’ansia per la liberazione del suo interprete e dalle agghiaccianti modalità della morte del suo autista, anche in questo caso, la cautela è d’obbligo.
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Come in un’esecuzione della Chicago anni Venti, sei italiani sono stati trucidati a Duisburg, nel Nord Reno-Vestfalia, Germania dell’ovest. Tutti uomini di origine calabrese, avevano tra i 17 e i 39 anni: sono stati trovati in due auto in sosta vicino alla stazione della città, a due passi dal ristorante italiano Da Bruno dove avevano festeggiato un compleanno. La polizia tedesca è arrivata intorno alle 2.30 dopo che alcuni cittadini avevano segnalato di aver sentito gli spari.
Secondo le prime indiscrezioni degli investigatori, le vittime e i killer di Duisburg sarebbero legati alle famiglie degli Strangio-Nirta e dei Pelle-Romeo, in contrasto nell’ambito di una faida tra cosche della ‘ndrangheta della piana di san Luca. Per questo un gruppo di investigatori dell’Interpol e della squadra mobile di Reggio Calabria è già in viaggio per affiancare i colleghi tedeschi. Non si era mai assistito finora a una strage di questa portata e mai un commando di killer aveva agito con tanta violenza all’estero. Ma la faida tra i due gruppi ha una storia lunga e sanguinosa.
Tutto inizia nel febbraio 1991 con un banale lancio di mortaretti, in occasione dei festeggiamenti del Carnevale, ma ne seguì una rissa, che in terra di ‘ndrangheta può essere una dichiarazione di guerra. E lo fu.
Nelle ore successive scattò il primo agguato contro i componenti della famiglia Nirta-Strangio: due morti e due feriti. Da allora ci furono una serie di omicidi che si trascinarono fino al 2000. Da quell’anno la faida ha registrato una lunga pausa, che si è interrotta nel 2006, con l’omicidio, il giorno di Natale, di Maria Strangio, 33 anni, moglie di Giovanni Nirta, considerato uno dei capi del gruppo alleato con gli Strangio.
L’uccisione di Maria Strangio ha provocato la riapertura della faida, che da quel giorno ha registrato altri cinque omicidi e sei tentati omicidi.
L’ultimo il 3 agosto scorso, con l’agguato contro Antonio Giorgi, ucciso a colpi di fucile mentre si trovava in un terreno di sua proprietà.
Complessivamente, con i sei morti di questa mattina in Germania, le vittime delle vendette incrociate sono diventate 15.
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La strage di ferragosto e la faida di San Luca nel VIDEO servizio di RaiNews24
Il VIDEO servizio Ansa sulla strage a Duisburg
Il VIDEO servizio Ansa su San Luca

Un nuovo filmato del leader di Al Qaeda che annuncia “presto, a Dio Piacendo… Buone notizie” è stato intercettato dalle tv americane che ne hanno trasmesso alcuni secondi, mentre la versione integrale è stata messa in internet da diversi siti integralisti islamici. Ecco la parte del video con le immagini di Bin Laden:
Bin Laden sembra in buona salute e di aspetto più giovanile di quanto fosse apparso in precedenti video (l’ultimo tre anni fa). Nei 50 secondi che lo riguardano (su 40 minuti di filmato) non c’è alcun riferimento temporale che faccia capire se sia recente o meno. Per questo, gli analisti delle intelligence occidentali ipotizzano che si possa trattare di vecchi spezzoni di discorsi e immagini sottoposti a un nuovo montaggio.
Osama Bin Laden dunque, torna a comparire e inneggia al “martirio”, pochi giorni dopo che gli Stati uniti hanno raddoppiato la taglia sulla sua testa a 50 milioni di dollari.
Il Video sul voto del senato Usa:
Nel suo nuovo intervento il capo di Al Qaida chiede retoricamente: ”Qual è la condizione che il migliore degli uomini (il profeta Maometto, ndr) si augurava?”. ”Desiderava diventare un martire. Egli stesso disse: ‘Per Colui nelle cui mani sta la mia vita! Mi piacerebbe attaccare e diventare martire’. Con queste parole il glorioso profeta ispirato da Dio ha riassunto la sua intera vita. Felice è colui che viene scelto da Dio per essere martire”.
Il resto del video, che riporta il logo di Al Sahab, uno dei centri di produzione integralisti usati dai gruppi terroristi, mostra una serie di combattenti caduti da “martiri” e provenienti da diversi Paesi arabo-islamici, dal Marocco all’Arabia Saudita, al Pakistan. Sono i loro stessi nomi a indicarne l’origine: Abu Tarab al Pakistani, Omar el Maghrebi, Abdel Al Mu’minin al Tagiki, Al Zubir al Turkestani e altri ancora, Abdallah al Shami e altri ancora. Nel film appare una paio di volte anche l’egiziano Mustafa Abu’l Yazid, dal maggio scorso nuovo capo di Al Qaida in Afghanistan (qui il “Who’s who” di Al Qaeda secondo la Bbc)
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“Otto anni fa, in questa stessa settimana, i giovani di Littleton, Colorado, hanno subito un terribile attacco alla Columbine High School e sei mesi fa, cinque ragazzi sono stati uccisi in una scuola Amish in Pennsylvania. Da allora non abbiamo fatto nulla come nazione per mettere fine alla violenza nelle nostre scuole e nelle nostre comunità. Piuttosto abbiamo reso ancora più semplice l’accesso alle armi da fuoco”. Così, amaramente, Paul Helmke, il presidente del Brady Center per la prevenzione della violenza con le armi da fuoco, ha commentato la strage in Virginia.
Una strage che ha colpito il Politecnico più famoso dello stato americano (guarda le foto) che si presenta con lo slogan: “Virginia tech, invent the future”. Invece il futuro è stato cancellato d’un colpo a decine di studenti. Anzi, da molti colpi sparati da un loro coetaneo.
Il Brady Center è l’associazione fondata dall’allora portavoce del presidente Ronald Reagan, James S. Brady, che rimase gravemente ferito il 30 marzo 1981 quando il presidente americano subì un attentato. Da allora paralizzato, si batte per l’inasprimento delle leggi che negli Usa consentono a chiunque di avere un’arma.
Dal suo sito è possibile farsi facilmente un’idea della situazione attraverso una mappa cliccabile: stato per stato una spiegazione e un voto (come quelli che si danno nelle scuole, appunto) giudica la normativa. La Virginia, nonostante la lotta politica di numerose associazioni, deve accontentarsi di un C-.
Il perché è presto detto: nello Stato dove si è compiuta l’ultima strage non ci sono limiti all’acquisto di armi da assalto. Se non che non se ne può comprare più di una al mese. E i giovani? Si possono vendere armi da fuoco a ragazzini dai 12 anni in su. Anche senza il permesso dei genitori.
Il killer del Virginia Tech aveva due semiautomatiche.
Guarda il video dell’Abc che mostra l’arrivo delle forze dell’ordine, il video del Washington Post in cui un testimone descrive l’inizio della sparatoria, e il video dell’Ap con le dichiarazioni del presidente del Virginia Tech, foto e video inviati alla Cnn.

Hanno partecipato migliaia di persone, nel giorno di Pasqua a Roma, alla marcia per chiedere all’Onu la moratoria delle esecuzioni capitali, organizzata tra gli altri da Nessuno tocchi Caino e la Comunità di Sant’Egidio. Ma stanotte il boia è tornato a colpire negli Usa.
Nel carcere di Huntsville, la cittadina del Texas tristemente famosa proprio per il costante ripetersi delle esecuzioni, è stato ucciso stanotte James Lee Clark, 38 anni: un’iniezione letale per aver rapinato, violentato e infine assassinato nel ‘93 a Denton un’adolescente, la diciassettenne studentessa liceale Shari Crews. I suoi legali avevano cercato fino all’ultimo di bloccare l’esecuzione, sulla base delle condizioni psichiche di Clark, un ritardato mentale acclarato: negli Stati Uniti in genere non si possono mettere a morte persone con un quoziente intellettivo inferiore a 70, e quello del condannato risultava oscillante tra 65 e 74. La Corte Suprema federale ha però respinto l’ultimo ricorso. Mentre lo legavano alla brandina su cui avrebbe ricevuto in vena il veleno, il condannato non sembrava affatto rendersi conto di che cosa stesse succedendo. All’esterno del penitenziario si era radunata la solita piccola folla di oppositori alla pena capitale; qualcuno ha suonato tra l’altro un pianoforte, appartenuto al defunto John Lennon dei Beatles.

Ancora una volta è stata l’agenzia di stampa afghana Pajhwok a diffondere la notizia dell’uccisione del giornalista-interprete Ajmal Naqshbandi, appena ottenuta la conferma da Shahbuddin Atal, portavoce del crudele Mullah Dadullah (qui i suoi snuff movie).
Mentre le Nazioni Unite condannavano l’uccisione dell’interprete di Daniele Mastrogiacomo, rapito con lui il 6 marzo, i giornalisti afghani hanno annunciato di non voler però più dare alcuna copertura alle notizie diffuse dai talebani. E ora anche il presidente afghano Hamid Karzai è in difficoltà, accusato di aver fatto di più per un giornalista italiano che per uno afghano.
In effetti Daniele Mastrogiacomo era stato liberato il 19 marzo scorso, dopo che il suo autista Saied Agha era stato decapitato per fare pressione sui governi italiano e afghano, che aveva concesso la scarcerazione di 5 prigionieri talebani. Quel 19 marzo il giornalista di Repubblica racconta di aver festeggiato con il suo interprete, convinto che, su due auto diverse, entrambi stessero andando incontro alla libertà. Ma, dopo altre due settimane di prigionia, Ajmal Naqshbandi ha invece subito l’affronto del coltello dei tagliagole talebani.
Mentre in Italia scoppia il caso politico e in Afghanistan si teme per la vita di altri rapiti (due dei quali francesi), i giornalisti afghani si sentono più soli che mai. Eppure, è bene saperlo, sono loro a far filtrare le notizie dal paese quando non è al centro dell’attenzione dei media occidentali. E anche quando gli inviati ci sono, sono loro a fare il grosso del lavoro. Interpreti, autisti, persino cameramen e fotografi là dove per un occidentale sarebbe troppo pericoloso arrivare.

Il New York Times ha in prima pagina il caso Mastrogiacomo: “È la prima volta che dei prigionieri vengono apertamente scambiati con un ostaggio nella guerra che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno combattendo in Afghanistan e Iraq”.
Così l’autorevole quotidiano americano introduce il caso di “Daniele Mastrogiacomo, 52 anni, del quotidiano di sinistra La Repubblica”, e le modalità della trattativa che ha “scatenato le immediate critiche di Washington, Londra e altri capitali europee”. E riporta le dichiarazioni di Sean McCormack, portavoce del dipartimento di Stato Usa: “Noi non negoziamo con i terroristi e non consigliamo a nessuno di farlo”.
Presente anche la posizione ufficiale del governo italiano, raccontata con questo paragrafo: “Noi crediamo che la vita di una persona sia molto preziosa” ha detto il portavoce di Prodi Silvio Sircana che è anche - sottolinea il New York Times - un amico di Mr Mastrogiacomo. “Così, se c’è una chanche di salvare una vita, noi dobbiamo fare tutto il possibile.”
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