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Archivio per autore: » giacomo.amadori

Fra Usa e Italia. Nel sancta Santorum del nipote d’America, Richard John Santorum

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  • Tags: candidato repubblicano, elezioni usa 2012, origini italiane, Partito-repubblicano, Richard John Santorum
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Fra Usa e Italia. Nel sancta Santorum del nipote d’America

L’indirizzo della villetta è appropriato per una famiglia di origini antifasciste, degasperiana nel Trentino bianco: Rione 2 giugno, via Primo maggio. Qui nel 1985 bussò un ventisettenne supervitaminizzato con baffoni alla Magnum P.I., il protagonista di un telefilm in voga in quegli anni. Non era atteso, disse solamente: «Sono Rick». Anche perché non proferiva una parola d’italiano. All’interno Maria Malacarne intuì che doveva trattarsi di uno dei nipoti di suo zio Tony, all’anagrafe Pietro, che negli anni Venti aveva lasciato Riva del Garda per cercare fortuna in America. L’uscio si schiuse e Rick entrò sorridente con i suoi bagagli. Chiese a gesti di bere un bicchiere d’acqua e pronunciò una parola in italiano: «Ghiaccio». Quindi, senza troppi preamboli, mostrò alla «zia» le mutande. Lei intuì l’urgenza di un bucato. Continua

  • giacomo.amadori
  • Mercoledì 11 Gennaio 2012

Le domande a cui Cesare Battisti non risponde

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  • Tags: Brasile, cesare-battisti, estradizione, Lula
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battisti

Cesare Battisti, militante tra il 1977 e il 1979 dei Proletari armati per comunismo, condannato all’ergastolo con sentenza definitiva per quattro omicidi, è evaso dal carcere di Frosinone nel 1981. Da allora ha lasciato l’Italia e i tribunali sono stati costretti a giudicarlo in contumacia. Insomma i giudici e gli altri imputati del processo non hanno mai potuto guardarlo negli occhi e rivolgergli le loro domande. Per questo Panorama ha contattato Pietro Forno e Armando Spataro, i magistrati che guidarono l’inchiesta, Arrigo Cavallina, l’uomo che fondò i Pac e arruolò Battisti, e, infine, il pentito Pietro Mutti, che con la sua confessione ha contribuito alla condanna dello stesso Battisti. A loro Panorama ha chiesto di formulare le domande chiave a cui il latitante non ha mai risposto. Il risultato è il questionario che abbiamo inviato ai suoi avvocati. Che hanno replicato gentilmente che l’uomo «è stanco» e che «ci vorrà tempo». Così le domande, per ora, restano senza risposta.
I veri esecutori degli omicidi
Signor Battisti lei ha indicato gli esecutori degli omicidi di cui è accusato: come fa a sapere i loro nomi? Ha partecipato alle riunioni che hanno deciso quei delitti? Ha espresso il suo parere e se sì di che tipo? Se era contrario come mai ha continuato a far parte dei Pac?
L’addio ai Pac
Lei dice di aver lasciato i Pac nel 1978, prima degli omicidi. Almeno cinque suoi ex compagni le danno torto e raccontano che il 14 febbraio 1979, due giorni prima dei delitti di Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani, lei partecipò a una riunione a Milano per discutere di quelle azioni e che la lasciò in disaccordo con gli altri presenti, contrari ai delitti. È un complotto?
Lei è stato arrestato a Milano, nel giugno 1979, in un appartamento in cui furono trovati volantini di rivendicazione degli omicidi firmati dai Pac e da cui passarono armi per l’organizzazione. Non è un’ulteriore prova del fatto che non avesse tagliato i ponti con i Pac?
Il delitto Torregiani
Lei sa che è stato condannato per gli omicidi Torregiani e Sabbadin, commessi quasi in contemporanea, in luoghi distanti centinaia di chilometri. Ma sa pure che è accusato, nel primo caso, di avere partecipato alla decisione dell’omicidio e nel secondo di essere stato componente del nucleo che lo commise. Perché, allora, non smentisce i suoi sostenitori che usano quella duplice condanna come prova della sua persecuzione in quanto dicono che lei non poteva essere in due posti distanti nello stesso momento? È stato lei a far credere loro cose diverse dalla realtà del processo?
Gli alibi
Le inchieste giudiziarie hanno verificato tutti i possibili alibi, verificando che lei non ne aveva. Lei dove si trovava fisicamente e che cosa faceva nelle ore degli omicidi di Lino Sabbadin, Antonio Santoro e Andrea Campagna? C’è qualcuno che può testimoniare a suo favore? È in grado di fare i loro nomi?
Il pentito
Le dichiarazioni di Pietro Mutti sono state confermate da numerosi riscontri e da diversi dissociati (Giuseppe Memeo, Diego Giacomini, Arrigo Cavallina…), che hanno confessato i delitti di cui Mutti li accusava. Perché avrebbe dovuto mentire solo sul suo conto? Mutti si è autoaccusato di azioni per cui non c’erano prove contro di lui, ha fatto 8 anni di carcere e oggi conduce una vita semplice. Perché i suoi sostenitori insinuano che viva sotto falso nome lautamente premiato dallo Stato?
L’ideologo
Arrigo Cavallina, fondatore dei Pac, con Panorama ha detto che non sarebbe affatto contento di una sua estradizione. E chiede per lei degli atti risarcitori, anziché la prigione. Perché un uomo così poco astioso nei suoi confronti asserisce che il suo distacco dai Pac prima degli omicidi è una bugia e che lei ha «condiviso tutta la storia» del gruppo?
Il confronto all’americana
Dopo l’arresto, ha rifiutato il confronto all’americana con i testimoni oculari dell’omicidio dell’agente della digos Andrea Campagna che avevano descritto un killer fisicamente molto simile a lei. Perché non ha voluto accettare quel faccia a faccia?
Il diritto alla difesa
Lei dice di essere stato giudicato da contumace e che nulla sapeva dei processi a suo carico. Dunque, non si sarebbe potuto difendere adeguatamente. Ma, a prescindere dal fatto che la sua assenza derivava dalla sua spontanea evasione, la Corte di Strasburgo dei diritti dell’uomo, nel dicembre del 2006, ha dichiarato manifestamente infondato il ricorso dei suoi difensori anche su questo punto, sottolineando che lei era al corrente dei processi come è desumibile dalle lettere che inviava a suoi avvocati. Dunque, lei è stato assistito dai suoi difensori in quei procedimenti. Che cosa ha da dire su questi particolari che smentiscono le sue dichiarazioni?

LEGGI ANCHE: Caso Battisti, la lettera al parlamento Ue della scrittrice Fred Vargas

  • giacomo.amadori
  • Lunedì 9 Febbraio 2009

Pechino: cosa resta delle Olimpiadi

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, Pechino
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Pechino dopo le Olimpiadi

LEGGI ANCHE: Cina: è depressione post-olimpica

Le Olimpiadi sono finite, ma i giardinieri di Pechino restano indaffarati. Non per realizzare sculture di vasi di fiori, ma per smantellarle. A mezzogiorno intorno allo stadio nazionale vagano con i loro parasole intere famiglie di cinesi con l’obiettivo di farsi immortalare sotto la struttura d’acciaio del Nido. Purtroppo per loro, la zona resta off limits, in vista dei prossimi giochi paralimpici. Certo, qualche differenza rispetto a due giorni fa si nota: in giro gli stranieri (soprattutto i giornalisti con l’accredito al collo) sono merce rara e i controlli di sicurezza meno severi. I tassisti possono persino sperare di superare i check point intorno allo stadio nazionale senza discussioni. Ma è dentro all’ex villaggio olimpico, da oggi paralimpico (come annunciano i primi cartelli sui “ring” di Pechino e il pupazzone rosa a forma di mucca all’ingresso), che si notano le differenze più grandi e ci si sente tutti un po’ reduci.
Pechino dopo le olimpiadi
Nell’area internazionale gli atleti sono una minoranza, mescolati a volontari, commessi e addetti alla sicurezza. Sotto il tendone che ospita la banca, tre bielorussi maneggiano un gruzzolo di yuan che probabilmente servirà per lo shopping. Nel negozio dei gadget olimpici restano solo magliette large ed extralarge, zainetti con il dragone e oggetti con effigiate le mascotte delle Olimpiadi. Molti prodotti sono in offerta a metà prezzo. Questa sino a pochi giorni fa era una delle mete più frequentate dagli atleti italiani, soprattutto dalle ragazze, ma oggi, di tute azzurre, nemmeno l’ombra. Sono soprattutto i cinesi a sbirciare tra la merce avanzata sugli scaffali. La scena più curiosa si svolge lungo la stradina che conduce ai palazzoni dove dormivano gli atleti: è diventata una fiera. Qui i giovani volontari scambiano magliette e spille con atleti, giornalisti e altri visitatori. Chi chiede il prezzo della merce riceve una risposta stizzita: “Qui non si compra”.
Pechino dopo le olimpiadi
Un americano prova a scambiare una maglietta della squadra di basket di Miami con due polo blu dei volontari. Il giovane cinese tentenna e poi chiede un cambio alla pari: vuole anche la t-shirt dei Patriots, team di football americano. L’affare non si conclude. Un altro americano, in bicicletta, baratta spille. Tra gli oggetti che girano c’è pure una maglietta della squadra italiana. È un pezzo molto richiesto. In esposizione sui muretti intorno al palazzo del “sindaco del villaggio”, c’è anche qualche tuta. Non tutti gli atleti le hanno riportate a casa: c’è quella dell’Argentina e quella della Namibia, oltre a una maglia da calcio degli Usa.
Pechino dopo le olimpiadi
Pezzi di Olimpiade da mettere in valigia e imbarcare per chissà dove. Infatti i capannelli di questo suk sono davvero internazionali, come conferma l’aitante inglese con in mano la maglietta di un atleta algerino. È il momento di andar via. L’ultima tappa è il posto telefonico a pochi metri dall’uscita. Qui un sudanese in ciabatte guarda un po’ smarrito una ragazza che gli porge il resto e lo rassicura: “I help you”, “Ti aiuto io”. La cosa più interessante è il tazebao sulla porta: molti atleti hanno lasciato i loro saluti prima di andar via.

Il palestinese Zakia ha scritto il suo nome in rosso, proprio al centro; Fiona Butter, hockeysta sudafricana, ha disegnato una faccina sorridente; un algerino dalla firma incomprensibile ha scarabocchiato un cuore. I saluti arrivano da tutto il mondo, dalla Guinea equatoriale a Trinidad e Tobago. E gli italiani? Pochi, ma originali: hanno disegnato un omino che spara contro un bersaglio. È il ricordo lasciato dai nostri tiratori. La firma più riconoscibile è quella di Mauro Badaracchi, classe 1984, di Tivoli. Non avrà vinto una medaglia, ma almeno al villaggio ha lasciato il “segno” .
Pechino dopo le olimpiadi

 

  • giacomo.amadori
  • Mercoledì 27 Agosto 2008

Si spegne la fiaccola a Pechino. E i cinesi sperano di non tornare indietro

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  • Tags: cerimonia-chiusura, Cina, olimpiadi-2008, Pechino, riforme
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cerimonia di chiusura

Alle 21,30 in punto la fiamma olimpica si è spenta sopra lo stadio nazionale di Pechino. E una anziana volontaria addetta alle pulizie dei bagni del secondo piano si è appoggiata a uno stipite e si è commossa. Centinaia di giovani colleghi, pure loro con gli occhi lucidi , si sono fatti fotografare in mille pose diverse con lo stadio sullo sfondo. Per loro non finiscono solo le Olimpiadi, ma anche il periodo di maggiore libertà che abbiano conosciuto da quando sono nati. Ora non possono prevedere se con quella fiamma si sia spento anche il «sogno» annunciato da migliaia di cartelli in tutta la capitale in questi giorni. Poche ore prima, il regista Zhang Yimou, direttore artistico delle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi, con le sue parole, sembrava aver cercato di rassicurarli: «Stanotte la fiamma olimpica sarà spenta a Pechino. Alla Cerimonia di chiusura speriamo di dirvi attraverso il nostro spettacolo: “In realtà la fiamma olimica non è spenta, ma brucerà nel cuore di ciascuno di noi». Resta da capire se le sue siano solo parole o una concreta speranza per tutti i cinesi che si augurano che dopo queste Olimpiadi non si possa più tornare indietro sulla strada delle riforme. Alla fine, verso le 22,30, tutto era già impacchettato, la spazzatura raccolta. E fuori dallo stadio, nei prefabbricati dove per almeno un mese hanno vissuto volontari e responsabili della security si sentivano per la prima volta risate e gridolini. Mentre il pubblico defluiva, un ventenne con la maglia del comitato organizzatore si lavava i denti in strada. Essì, perché su Pechino 2008 è sceso il sipario e la festa è finita. Ma è stata bella.
Lo spettacolo, con le sue luci, le sue acrobazie e i suoi 4 mila costumi, ha sorpreso per visionarietà anche questa volta. E il caldo è stato meno opprimente, i fuochi d’artificio più colorati, le delegazioni degli atleti più disordinate e chiassose come per un ultimo giorno di scuola (gli italiani erano pochi, la maggior parte di loro erano già in vacanza). Uno dei momenti più solenni (insieme con lo spegnimento della torcia olimpica) è stato il passaggio di testimone con l’ospite dei prossimi Giochi: Londra. Dopo 8 anni le Olimpiadi tornano nella Vecchia Europa e vedere sventolare insieme le bandiere cinese, greca e britannica è stato un momento dall’alto contenuto simbolico. Tutto è riuscito perfettamente, come da copione (il press kit dei giornalisti conteneva un dettagliatissimo programma rispettato al minuto), Peccato che il biglietto da visita degli inglesi ricordi una cartolina ingiallita di quelle che si trovano ancora nei mercatini di Notting Hill. I creativi di Londra per raccontare la capitale inglese non sono riusciti a scegliere niente di meglio che un autobus a due piani, ombrelli per la pioggia, un punk, una figlia del meltingpot inglese sempre meno modello, un quasi ex calciatore (David Beckam), la vincitrice di un progrmma tv (Leona Lewis) e un pezzo di archeologia della musica rock (Jimmy Page, dei Led Zeppelin). È come se l’Italia avesse scelto per farsi rappresentare in mondovisione pizza, mandolino, Costantino, Bobo Vieri e Roby Facchinetti dei Pooh. Speriamo che per il 2012 qualcosa di nuovo succeda Oltremanica.

  • giacomo.amadori
  • Lunedì 25 Agosto 2008

La Cina vince anche le Olimpiadi dei servizi segreti

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, Pechino, spionaggio
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Pechino dopo l'attentato
In questi giorni nel distretto di Chaoyang, uno dei quartieri più eleganti di Pechino, sede di molte ambasciate, un furgone militare fa la ronda tra ville e grattacieli. Sul tetto un disco metallico maschera inutilmente una antenna. Gli 007 occidentali l’hanno riconosciuta: è una piccola cella telefonica che intercetta chiamate, le scherma, le registra.
È uno degli strumenti che i cinesi stanno usando per vincere anche le altre Olimpiadi in svolgimento a Pechino, quelle dei servizi segreti. Da una parte i padroni di casa con almeno 200 mila specialisti in gara, dall’altra qualche centinaio di russi e occidentali. La prima prova si è svolta all’aeroporto della capitale, quando i telefonini di politici, imprenditori e giornalisti stranieri hanno agganciato operatori locali. A questo punto molti cellulari hanno iniziato a fare le bizze, risultando spesso irraggiungibili. Il motivo? Lasciare agli spioni il tempo di indossare la cuffia e ascoltare i numeri sotto osservazione. Ma nel mirino non sono finiti solo
i telefonini. Infatti i Giochi sono diventati la più grande occasione di penetrazione informatica della storia contro i media occidentali e i tecnici del Ministero della sicurezza dello stato (Mss) non se la starebbero lasciando sfuggire, succhiando dati, copiando indirizzi ip e leggendo le mail dei reporter di mezzo mondo. Nel mirino non ci sono, però, solo i giornalisti. Per le Olimpiadi sono sbarcati anche centinaia di sponsor, una manna per gli 007 di Pechino che al primo posto mettono da sempre lo spionaggio industriale. Nell’ultimo anno i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Germania, Giappone e Corea del Sud hanno protestato per gli attacchi degli hacker cinesi contro i computer di ministeri, industrie e obiettivi militari. Una cybercampagna in cui, secondo fonti dell’intelligence statunitense, sarebbero impegnate dal 2004 almeno 100 mila persone. Per questo il dipartimento di stato americano nei mesi scorsi ha invitato più o meno ufficialmente politici, businessmen e cronisti a lasciare a casa portatili e BlackBerry, troppo vulnerabili, o, comunque, a usare computer senza dati in memoria. Le precauzioni non finiscono qui. Gli esperti di sicurezza hanno stilato decaloghi, come quello diffuso in Rete da Human rights. All’interno consigli preziosi per utilizzare la Rete: accedere ai siti oscurati attraverso proxy tools, software che consentono di navigare sicuri; evitare ricerche con parole chiave sensibili; non utilizzare antivirus o firewall cinesi; collegarsi a provider che usano server stranieri; scegliere password particolarmente complesse e rifiutare l’offerta del computer di memorizzarle. Chi dialoga su Skype o Msn deve verificare sempre con domande mirate la reale identità dell’interlocutore. Buone abitudini che, per esempio, gli imprenditori italiani non hanno imparato e per questo giocano spesso le partite economiche a carte scoperte. Per i Giochi, ha denunciato il senatore Usa Sam Brownbacker, i cinesi avrebbero ulteriormente perfezionato il loro sistema di controllo riempiendo gli alberghi
di microspie e monitorando tutte le reti wireless a disposizione degli stranieri.
Una cosa è certa, nelle Olimpiadi degli 007 le autorità cinesi hanno schierato una squadra numericamente impressionante: oltre agli uomini del Mss (specializzati in questioni religiose, Taiwan e stranieri), ai militari dell’Esercito di liberazione popolare e alla polizia armata del popolo, il governo può contare su 74 milioni di potenziali spie, ovvero tutti gli iscritti al Partito comunista cinese, compresi molti giornalisti dell’agenzia di stampa governativa Xinhua (Verità), i cui lanci non escono mai senza l’approvazione dei vertici dello stato. Un formicaio impegnato pure nel controspionaggio e ben felice di farsi agganciare dagli agenti delle potenze straniere per dare informazioni distorte o rubare segreti. Le altre squadre in gara non possono contare sulle stesse risorse. Infatti non è facile trovare confidenti in Cina: qui chi passa informazioni a uno straniero rischia la pena di morte: recentemente è toccato a un generale dell’aeronautica, finito davanti al plotone d’esecuzione. Così per organizzare incontri con un livello accettabile di riservatezza ci si può mettere alcuni giorni, tra contatti e “spedinamenti”. Vecchi trucchi da guerra fredda che nella capitale cinese valgono ancora. “Per esempio non conviene salire sui primi due o tre taxi che si fermano” avverte uno 007. Precauzioni che purtroppo possono rivelarsi inutili, visto che a Pechino la privacy non esiste e la vita si svolge sotto l’occhio vigile del Grande fratello comunista: le strade sono disseminate di migliaia di telecamere, molte delle quali capaci di riconoscere e seguire le persone sulla base di parametri fisiometrici. Non basta. Per ogni agente straniero i cinesi possono mettere in campo interi battaglioni. Uno 007 rischia di avere alle costole 80-100 uomini che controllano spostamenti, telefonate ed email. Un monitoraggio a cui è difficile sfuggire.
Solo la Russia, che in città ha una grande comunità e un’ambasciata con 1.500 dipendenti, e gli Stati Uniti, con due uffici di Cia e Fbi, possono provare a giocarsi la partita. In questo momento i rapporti più tesi sono quelli con Mosca, visto che le autorità cinesi non gradirebbero lo sbarco in forze della mafia russa sull’isola di Hainan. Gli americani, invece, hanno da poco abbandonato la vecchia ambasciata costruita in una via residenziale e l’8 agosto ne hanno inaugurato un’altra, vicino al mercato dei fiori, alla presenza del presidente George W. Bush (con al seguito un corteo di 700 persone, attrezzate con gli apparecchi più sofisticati per la guerra elettronica). Sorrisi di circostanza a parte, tirarla su è stata un’impresa. Infatti è stata costruita utilizzando ingegneri, carpentieri e materiali fatti arrivare direttamente dagli Usa. Risultato: un monolite di cemento armato quasi senza finestre e muri spessi un metro, perfettamente bonificato e illuminato come un luna park anche di notte. All’interno gli uomini della Cia vivono praticamente blindati. Un collega europeo, rassegnato, fa notare che l’unico 007 occidentale accolto trionfalmente in 60 anni di repubblica popolare è stato nel gennaio 2007 Daniel Craig, alias James Bond, che ha presenziato alla prima di Casino Royale. Ma questo è davvero un altro film.

  • giacomo.amadori
  • Domenica 24 Agosto 2008

Giochi al via, luci (molte) e ombre (poche) dell’esordio cinese

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  • Tags: cerimonia-inaugrale, Cina, olimpiadi-2008, Pechino
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Li Ning accende il braciere olimpico

Anche i ventinovesimi Giochi estivi dell’era moderna sono iniziati. L’ha gridato davanti a 4 miliardi di persone collegate in mondovisione il presidente della Repubblica popolare cinese Hu Jintao. E oggi, 9 agosto 2008, il cielo di Pechino è meno grigio del solito e regala qualche riflesso madreperla. Dal punto di vista simbolico, lo straordinario spettacolo messo in scena allo stadio nazionale per la cerimonia di apertura delle Olimpiadi ha annunciato al mondo l’inizio di un altro evento: il secolo cinese.

Infatti chi ha avuto la fortuna di assistere all’inaugurazione ha capito che la Cina, con tutte le sue contraddizioni, è pronta non solo a ricevere dall’Occidente il testimone dell’organizzazione del più importante evento sportivo della nostra epoca, ma anche il ruolo di prima potenza dello scacchiere mondiale. Vediamo adesso le luci (molte) e le ombre (poche) dell’esordio del Dragone olimpico.

Che cosa ha funzionato
Organizzazione:
praticamente perfetta. Il comitato organizzatore è riuscito a tenere lontano dallo stadio persino le nuvole annunciate dai meteorologi e le proteste a favore del Tibet. Prima e dopo lo spettacolo migliaia di volontari (di rara cortesia) e di militari (impegnati in un inflessibile servizio di sicurezza) si sono preoccupati del flusso e del deflusso degli spettatori, senza il minimo incidente. La metropolitana ha funzionato sino a tarda notte, gli addetti alle pulizie hanno iniziato a eliminare l’immondizia già durante l’evento (ma in Cina succede anche in discoteca e nei ristoranti) e i pechinesi si sono messi in fila ordinatamente come mai era successo in passato.

Propaganda:
la macchina propagandistica cinese ha dimostrato di essere perfettamente oliata. La cerimonia d’apertura dei Giochi ha avuto diversi momenti ad alta intensità patriottica. Per esempio quando tutto lo Stadio ha cantato “La marcia dei volontari” del 1949 scelto come inno “provvisorio” (confermato definitivamente nel 2004) dal padre del Rivoluzione comunista Mao Tze Dong. Quando in pista hanno sfilato gli atleti cinesi decine di migliaia di bandiere rosse e bianche (quelle del comitato organizzatore), hanno sventolato all’urlo di “Viva la Cina”. Di grande effetto il momento in cui la bandiera della Repubblica popolare ha iniziato a sventolare sospinta da un vento artificiale come in un film di Steven Spielberg. Lo spettacolo ha riservato numerosi momenti marziali, dall’esibizione della banda militare, a quella dei maestri di tai-chi, alla percussione ossessiva e ritmata dei fou (antico tamburo cinese). I nemici della Cina sono avvertiti.

Spettacolo:
l’idea di affidare la direzione artistica dello spettacolo al regista Zhang Yimou (Lanterne rosse, Hero, La foresta dei pugnali volanti) si è dimostrata azzeccata. L’accensione del braciere olimpico è stata da brividi, come alcune esibizioni di massa. Yimou ha confermato il suo amore per le acrobazie e i giochi cromatici.Educazione:
il pubblico della Stadio nazionale è stato esemplare. Educato, ordinato, entusiasta. In pochissimi casi si è udito qualche fischio. Chi non è riuscito a entrare nello stadio, all’esterno ha sventolato bandiere e innalzato canti per commemorare il grande giorno della Cina. Durante la sfilata degli atleti (e relative inquadrature dei capi di Stato) applausi e osanna per le squadre di Hong Kong, di “Taipei cinese” (Taiwan), del Venezuela (guidata dal caudillo rosso Hugo Chavez) e della Corea del Nord. Molti applausi anche per gli Usa. Ovazioni per Vladimir Putin e il tennista svizzero Roger Federer.

Cosa non ha funzionato
Organizzazione:
il più grande errore del comitato organizzatore è stato quello di scegliere agosto per disputare le Olimpiadi, il mese più afoso dell’anno a Pechino. Risultato: lo stadio ieri sera si è trasformato in una gigantesca sauna a cielo aperto. Non basta. Nell’area olimpica numerosi volontari e quasi tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine non parlavano una parola d’inglese. Tra i più di 80 mila spettatori presenti allo stadio, c’erano pochi stranieri. E molti di questi avevano al collo l’accredito stampa. Evidentemente le preoccupazioni per il clima afoso e l’aria irrespirabile, le polemiche sul mancato rispetto dei diritti umani e il timore di attentati terroristici hanno tenuto lontani molti turisti.

Propaganda:
L’esibizione di grandeur voluta dal regime cinese per la cerimonia d’apertura dei Giochi in certi momenti è risultata eccessiva e un po’ retorica.

Spettacolo:
poche sbavature. Forse l’uso eccessivo di luci colorate ha dato un effetto un po’ kitsch ad alcune scenografie. Per esempio hanno suscitato qualche dubbio gli omini con la tuta gialla luminescente che hanno occupato la scena poco prima dell’ingresso degli atleti. Nella colonna sonora hanno suscitato perplessità gli stacchi di cornamuse associati alla sfilata di delegazioni diverse da quella scozzese.

Educazione:
il pubblico ha fischiato poco, in modo mirato. Ululati sparsi per Usa, Francia e Italia (coinvolte nei giorni scorsi in polemiche politiche con il governo cinese). Qualche “buuu” di disapprovazione anche per il presidente francese Nicholas Sarkozy e per quello americano George W. Bush. Hanno sfilato nell’indifferenza le delegazioni di Cuba e Myamar, paesi amici del governo cinese.

LEGGI ANCHE: Tutti i numeri della cerimonia
Ascolta gli interventi AUDIO di Giacomo Amadori: Italiani simpatici e disordinati -
I fasti e le piccole pecche di una cerimonia straordinaria - Guarda le Gallery:
L’accensione del braciere olimpico
-La sfilata degli italiani- Le immagini più belle della cerimonia di apertura
Guarda il video di Panorama.it sulla comunità cinese di Milano

  • giacomo.amadori
  • Sabato 9 Agosto 2008

Olimpiadi, tutti i numeri della cerimonia inaugurale

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  • Tags: cerimonia-inaugrale, Cina, olimpiadi-2008, Pechino
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I numeri della cerimonia d”apertura dei ventinovesimi Giochi olimpici moderni sono impressionanti. Eccoli, in ordine decrescente.

4.000.000.000 le persone che nel mondo si pensa abbiano assistito all’evento televisivo
179.400 le bottiglie di bevande che l’organizzazione ha stimato di vendere
91.000 i posti a sedere nello Stadio nazionale
60.207 i biglietti venduti per la cerimonia
45.000 le tonnellate di acciaio usate per costruire lo stadio
21.880 i tedofori che si sono avvicendati per portare la torcia olimpica sino a Pechino
15.153 i differenti tipi di costume usati per la cerimonia
14.000 le persone utilizzate per la coreografia
10.000 i matrimoni previsti in Cina per l’8-8-2008
9.000 i soldati che si sono esibiti in pista
3.000 gli allievi di Confucio che si sono esibiti all’inaugurazione
2.583 le luci speciali nello stadio
2.008 i volti sorridenti dei bambini apparsi sull’enorme vidiwall
800 chili il peso della pergamena srotolata sulla pista
600 gli addetti ai fuochi d’artificio
516 gli amplificatori posizionati nello stadio
400 tonnellate il peso della piattaforma centrale
300 tonnellate il peso delle attrezzature per le luci
287 i punti sopra lo stadio da cui sono stati sparati i fuochi d’artificio
147 metri la lunghezza della pergamena al centro della pista
110 i minuti di musica originale di 18 compositori
100 le donne che hanno suonato la «pipa», strumento tradizionale cinese
90 le autorità internazionali
58 gli attori che hanno danzato sul globo al centro dello stadio
56 i bambini dei gruppi etnici che vivono in Cina radunati intorno alla bandiera cinese
48 ore la durata della prova più lunga per gli artisti
30 le sedie a rotelle per gli spettatori
26 le ambulanze a disposizione
18 metri il diametro del globo utilizzato per lo spettacolo
16 tonnellate il peso del globo e i feriti durante la prova di una coreografia particolarmente complessa
13 i mesi di prove
12 i punti di lancio dei fuochi fuori dallo stadio
10 le carrucole (peso di 40 tonnellate) per far volare gli acrobati
4 le grandi invenzioni della Cina: carta, compasso, polvere da sparo e stampa mobile.
1,7 metri l’altezza richiesta ai maestri di tai-chi
0 gocce di pioggia.

  • giacomo.amadori
  • Sabato 9 Agosto 2008

Pechino: l’abc del turista olimpico

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, Pechino
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Souvenir

Nella centralissima via Wangfujing un giovanotto trascina per i capelli una ragazza elegante. Lei si dimena, lui la ammansisce con una scarica di pugni. La gente osserva senza reagire. Un italiano protesta, il bruto lo squadra: «È la mia fidanzata, non ti devi impicciare». Un vecchio chiosa: «È vero, la Cina è il primo paese nella classifica della violenza contro le donne, ma l’Italia è al secondo posto». Inutile domandare l’origine della statistica. Gli abitanti di Pechino amano le loro contraddizioni. Hanno 4 mila grattacieli e vicoletti fumanti di scorpioni fritti, una tangenziale lunga 300 chilometri e milioni di neopatentati che superano a destra, negozi scintillanti e strade coperte di sputi, bambini con i pantaloni squarciati per agevolare i bisogni e interminabili limousine blindate. Per questo chi atterra a Pechino per le Olimpiadi potrebbe sentirsi disorientato. Ecco un piccolo manuale di sopravvivenza.
Una città ai raggi X
Chi giunge all’aeroporto di Pechino capisce subito l’aria che tira. Già al nastro dei bagagli, i cani annusano i passeggeri alla ricerca di droghe ed esplosivi. In città i metal detector sono ovunque, soprattutto in stadi, metropolitane, sottopassaggi e intorno a piazza Tienanmen. Conviene armarsi di pazienza: macchine fotografiche e telecamere mandano in tilt i funzionari. Un bodyguard ha usato il cellulare del cronista per verificare che non fosse una bomba.
Smog e libellule
Il cielo sopra Pechino, a causa dell’inquinamento, è un’indistinta gelatina grigia. Ma per respirare, almeno durante le Olimpiadi, non serve la mascherina. Il governo, quando occorre, spara missili con ioduri d’argento tra le nuvole e rinfresca l’aria con la pioggia. Qualche volta si scorge il sole. Nelle aree verdi c’è un assordante frinire di cicale e in piazza Tienanmen è facile avvistare le libellule.
Bagarini cinesi
Nonostante i biglietti siano ufficialmente esauriti, sono annunciati moltissimi bagarini. Un segnale: venerdì scorso sono stati messi in vendita gli ultimi 250 mila tagliandi, a prezzi ultrapopolari (alcuni a meno di 3 euro): in coda c’erano circa 200 persone che hanno rifatto la fila decine di volte.
Inglese
L’inglese qui non lo parla quasi nessuno. Gli organizzatori hanno bardato con fasce o magliette migliaia di «volunteer», ma gli anglofoni sono pochissimi. Portatevi un vocabolarietto di cinese e mostrate le parole. Per gli acquisti, no problem: i prezzi esposti sono in cifre arabe e i commessi trascrivono i conti su foglietti e calcolatrici. Al Silk market, paradiso della contraffazione, chi non ama essere toccato non entri. Diverse trattative si sono concluse con lanci di oggetti.
E per cena…
A Pechino si può mangiare di tutto, cane compreso, anche se in pochi sanno dove si cucini. Per chi volesse provare, la pronuncia è: gou rou wang. Chi vive in città da anni giura che per le Olimpiadi sono spariti i venditori ambulanti di spiedini, scorpioni e zuppe varie. In un vicoletto dietro a Tienanmen un passerotto legato a un filo annuncia una piccola osteria. All’interno, in una saletta piena di mozziconi, una signora scorbutica serve ottimi ravioli e fagottini di carne. Un pasto completo costa un euro e mezzo. In un negozio di dolciumi una commessa consiglia «cuori d’anatra da sgranocchiare con la birra». Buon appetito.

Mao sul fermacravatta
Il regime comunista nella Pechino olimpica è quasi invisibile. L’unico assaggio di socialismo reale lo offre internet, dove la censura colpisce ancora. Per esempio Panorama non è riuscito ad accedere ai siti che inneggiano al Tibet libero, ai video su Youtube sulla repressione della rivolta studentesca del 1989 e all’agenzia di stampa collegata al Vaticano, Asianews. Tra i pochi segni evidenti del passato che non passa sopravvivono il ritratto di Mao Zedong in piazza Tienanmen, alcuni esempi di architettura socialista e l’infinità di bandiere rosse della Repubblica popolare che sventolano ovunque (dai taxi alle biciclette). I più nostalgici possono visitare il mausoleo di Mao (chiude tutti i giorni a mezzogiorno), dove un vessillo con falce e martello copre la mummia del Grande timoniere. In fila quasi solo cinesi con mazzi di fiori. Prima di uscire si attraversa un bazar di paccottiglie dove si possono acquistare ritratti e busti (da 36 a 50 euro), ciondoli a cuore, orologi, ma anche fermacravatte con la testa di Mao (18 euro).

Religione
Si dice che i rapporti della diocesi con il governo dopo l’arrivo del vescovo Li-Shan, nominato dall’Associazione cattolica patriottica con il consenso del Vaticano, siano migliorati. Eppure per pregare i cattolici cinesi devono rispettare orari da cercatori di funghi. Nella Cattedrale meridionale, la chiesa più importante della città, le messe in lingua locale e in latino sono celebrate dalle 6 alle 8. La domenica due funzioni in inglese, alle 10.30 e alle 16. Nell’East church di Wangfujing, l’ultima messa è alle 8 del mattino. Numerosi volontari in maglia gialla (che si dichiarano cattolici) accolgono i turisti nelle chiese. Un’addetta particolarmente espansiva chiede di fotografare il cronista. Sa tanto di foto segnaletica. Le guide maneggiano una specie di glossario minimo del bravo fedele, in inglese e cinese. Si va da «God», Dio, a Jesus Christ, a «Mary, mother of God», Maria, madre di Dio. Di Papa Benedetto XVI nessuna traccia. Nelle brochure che vengono consegnate ai visitatori a Saint Joseph si legge: «Fortunatamente la chiesa è sopravvissuta alla turbolenza della Grande rivoluzione culturale». Un grazioso eufemismo. Non mancano i banchetti di souvenir: una croce da appendere al collo costa 1 euro, una copia del Nuovo testamento 3. Stesso clima «normalizzato» nel tempio dei Lama. All’ingresso, mezza dozzina di negozi di incensi e nessuna bandiera cinese (solo qualche libretto rosso un po’ nascosto). Anche qui una lapide seppellisce per sempre il terrore comunista: «Il tempio è sopravvissuto ai dieci anni di turbolenza della Rivoluzione culturale grazie al premier Zhou Enlai». Nonostante i progressi, nella libreria non c’è notizia del Dalai Lama.

Karaoke e discoteche
Il vero pericolo per i turisti è finire nella via dei karaoke bar, a San Li Tue. Fuori migliaia di lucine natalizie illuminano gli alberi, dentro ragazze stonate assordano vichinghi straniti. Molto meglio i locali intorno allo Stadio dei lavoratori, discoteche alla moda come Babyface, Cocobanana, Angel o Cargo. Per il popolo gay c’è il Destination: porta d’acciaio smaltato perennemente chiusa. All’interno, però, c’è vita. I parcheggi della zona sembrano autosaloni di lusso, i dj diffondono musica occidentale, dal R&B all’hip-hop. Un cocktail costa meno di 5 euro. Sui tavoli dei privé quasi ovunque caraffe di tè verde, bottiglie di whisky e scatole di dadi, il gioco più in voga nelle notti pechinesi. La droga non manca. «Con le Olimpiadi sono aumentati i controlli» assicura Jon, ventenne basco, da due anni a Pechino, «ma qui si sballa di più che in Occidente e a prezzi migliori».

Sesso
Comprare sesso a Pechino è facilissimo. Già sulla turistica San Li Tue gli stranieri vengono avvicinati da giovanotti che promettono «ladies in hotel». Obbligatorio per chi ama un ambiente un po’ rétro visitare il Club Suzie Wong, ispirato all’omonima prostituta cinematografica. Ragazze sveglie agganciano i turisti. Basta un sorriso o un brindisi. Jennie, vestito di raso verde e tratti mongoli, si offre con un’amica per 200 euro, anche a domicilio. Al Babyface, locale più sofisticato, una «studentessa» del Sud abborda gli stranieri al bar: «Di dove sei?». Dopo mezz’ora insieme dice di essere stanca: «Vuoi venire a casa mia?». Il turista si sente un Casanova. Lei estrae il cellulare e digita il prezzo: «150 euro».
Per gli amanti dei massaggi «particolari» (la città pullula di centri di questo tipo e di barberie a luci rosse) non mancano le spa di lusso. Soprattutto quelle di Dongzhimen. Per i più pigri, servizi a domicilio, con «www.playboymassage.com»: una ventina di bellezze locali in vetrina virtuale, disponibili a circa 80 euro, taxi compreso.

Sì, viaggiare
L’esperienza più formativa a Pechino è il rapporto con i tassisti. Adorano l’aglio, spesso sfoggiano unghie lunghissime e non parlano inglese.
«Abbiamo un numero verde per le traduzioni in tutte le lingue» assicura Fen Xi Chuan, quarantenne robusto. Probabilmente lo trovano sempre occupato. Chi mostra un indirizzo in cinese, si trova spesso davanti uno sguardo interrogativo. Anche perché molti sono analfabeti e la città è sterminata.
Qualcuno arruola come navigatore un passante. Se si arriva a destinazione i prezzi sono popolari (circa 5 euro per quaranta minuti di viaggio) e il tassametro è sempre acceso.
Chi non ama l’avventura può optare per autobus e metropolitana, resi efficienti per le Olimpiadi. Non resta che partire. E incrociare le dita.

Guarda la GALLERY: I dieci italiani favoriti alle Olimpiadi - I gioielli di Pechino - Lo speciale Olimpiadi

  • giacomo.amadori
  • Venerdì 8 Agosto 2008
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