
(Credits: Epa/Sham News Network)
Qualcuno, richiamando il ricordo dei volontari stranieri che combatterono negli anni ‘30 in Spagna per la Repubblica, le ha chiamate brigate internazionali ma per i russi si tratta di forze straniere entrate illegalmente in Siria per fomentare la rivolta contro il regime di Bashar Al Assad. Sul piano militare le unità militari e paramilitari straniera segnalate a Homs e in altre località del nord al fianco dell’esercito ribelle siriano costituiscono una forza di supporto e consulenza militare simile a quella che operò l’anno scorso in Libia composta da militari del Qatar, uomini delle forze speciali e della Legione straniera francese, incursori di Sua Maestà che invio in Cirenaica anche contractor, ex militari assoldati con i petrodollari degli Emirati Arabi Uniti.
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(Credits: AP Photo/Alex Brandon)
I piani sono pronti da tempo presso il Central Command, il quartier generale statunitense che ha competenza sui Asia centrale e Medio Oriente, e vengono continuamente aggiornati. Un lavoro normale per i militari che devono pianificare ogni possibile impiego delle forze statunitensi e tenersi pronti ad agire in tempi rapidissimi. Questa volta, però, l’ipotesi di un intervento militare internazionale in Siria assume maggiore concretezza dopo che la Cnn ha rivelato come il Pentagono stia mettendo a punto i dettagli per attaccare il regime di Bashar Al Assad. Per ora viene definita “una valutazione delle risorse militari disponibili“, una fase esplorativa avviata secondo due funzionari del Pentagono per valutare gli assetti militari, il tipo di missione da compiersi e i rischi a cui gli Stati Uniti andrebbero incontro.
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Un cacciabombardiere F-35. Li compreremo anche se Obama cancella le commesse ialle aziende taliane? (Credits: Lockheed Martin)
Buy american, compra americano, è uno degli slogan più utilizzati dal presidente Barack Obama per fronteggiare la crisi incoraggiando a comprare prodotti statunitensi. Roba che dovrebbe far ridere nell’epoca dei “mercati globali” ma lo slogan è utilizzato anche in Francia da Nicolas Sarkozy mentre in Italia la sua piena applicazione venne attuata durante gli anni ‘30 dal Duce, che la chiamava Autarchia, ma si trattò di una scelta obbligata a causa delle sanzioni economiche internazionali per l’invasione dell’Abissinia. Il populismo oggi certo non difetta dall’altra parte dell’Atlantico dove però il “buy american” obamiano si è tradotto in una raffica di tagli a contratti militari con aziende europee e soprattutto italiane.
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Truppe afghane sotto la bandiera nazionale e della Nato (Credits Pio-Rc West)
Ufficialmente la Nato cesserà le azioni di guerra in Afghanistan nel 2014 ma alcuni Paesi si preparano ad anticipare quella data e non si tratta certo di contingenti minori. ”Le date restano invariate, così come l’impegno”, recita un comunicato della Nato, ma è un fatto che Parigi abbia ufficializzato durante la visita di Hamid Karzai in Francia che il contingente transalpino (3.600 militari) si ridurrà a 3 mila effettivi quest’anno, passerà le consegne della sicurezza alle truppe afghane nella difficile provincia di Kapisa questa primavera e completerà il rimpatrio dei suoi militari nel 2013.
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Il generale Paolo Serra assume il comando dei caschi blu in Libano (Credits: Stato Maggiore Difesa)
Con una cerimonia che si è tenuta sabato mattina nel quartier generale dei caschi blu di Naqoura, il generale italiano Paolo Serra ha assunto il comando della missione Unifil nel sud del Libano. Si tratta del secondo turno di comando italiano dopo l’incarico affidato tra il 2007 e il 2010 al generale Claudio Graziano, attuale capo di stato maggiore dell’esercito. “Cambia il comandante ma il mandato resta lo stesso così come definito dal Consiglio di sicurezza nell’ambito della risoluzione 1701 dell’Onu’” ha dichiarato il generale Serra durante la cerimonia di passaggio delle consegne con lo spagnolo Alberto Asarta Cuevas. E’ evidente che il comando italiano coincide con uno dei momenti di maggiore tensione per il Libano esposto non solo nell’eterno confronto tra Hezbollah e Israele ma oggi anche retrovia della guerra civile siriana.
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Un jet AMX in volo sull'Afghanistan (Credits: Pio Rc West)
L’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, si era piegato alle resistenze del Parlamento e nel novembre 2010 ritirò la proposta avanzata alle Camere di consentire ai 4 cacciabombardieri AMX italiani schierati in Afghanistan di utilizzare le bombe contro i talebani. Una decisione che avrebbe sanato l’assurdità di un provvedimento che limitava l’impiego dei jet alla ricognizione o consentiva in caso di emergenza per le truppe a terra di effettuare pericolosi passaggi a bassa quota sparando con i cannoncini. Ci siamo occupati a più riprese di questo tema che contribuiva all’ipocrisia generale che spesso pervade le nostre “missioni di pace” anche perché non si è mai capito il divieto di impiegare bombe e missili per Amx e aerei teleguidati Predator quando in Afghanistan gli italiani utilizzano già mortai da 120 millimetri ed elicotteri Mangusta armati di missili Tow.
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(Credits: AP Photo/Danish Refugee Council)
Meno male che ci sono gli americani a dare ancora una volta l’esempio di come trattare con i pirati somali. Gli Stati Uniti non hanno mai utilizzato mezze misure con chi minaccia la vita dei loro cittadini e a differenza degli europei non si piegano a pagare riscatti, non si aggrappano a cavilli giuridici per giustificare le regole d’ingaggio morbide adottate contro i criminali del mare né hanno mai concesso nulla alle teorie buoniste e terzomondiste che vorrebbero dipingere i pirati come romantici paladini che difendono le loro coste dallo sfruttamento straniero. L’ennesimo blitz dei Navy Seal, accompagnati dai marines, in territorio somalo, conferma questa tendenza già emersa in passato quando le forze speciali della Us Navy liberarono il comandante del cargo Alabama uccidendo due pirati e condannandone all’ergastolo un altro o quando tentarono di liberare uno yacht senza riuscire a salvare i quattro cittadini americani sequestrati.
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Forze italiane in azione in Afghanistan (Credits PIO RC West)
Come avevamo anticipato a inizio anno, i tagli al bilancio della Difesa non hanno impedito al governo di rinnovare per tutto il 2012 le missioni militari all’estero considerate un simbolo della credibilità internazionale dell’Italia. Rispetto al 2011 si registrano poche modifiche e qualche risparmio. Terminata la guerra in Libia che ci costò ufficialmente 202 milioni di euro l’Italia sta inviando a Tripoli una missione di addestramento dal costo limitato a 10 milioni. Nel complesso verranno spesi 1,4 miliardi di euro, fondi stanziati come sempre al di fuori del bilancio della Difesa che quest’anno registra il suo record negativo con appena 13,6 miliardi assegnati alle forze armate contro i14,3 dell’anno scorso e i 15,8 del 2008.
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