
Un ragazzino iracheno sul luogo del triplice attentato avvenuto ieri nella zona alberghiera di Baghdad (AP)
Dopo il triplice attentato di lunedì nella zona alberghiera di Baghdad (oltre 40 morti e più di 80 feriti), un’altra esplosione - innescata da un terrorista suicida a bordo di un’auto - torna a funestare il cuore della capitale irachena. Il bilancio, ancora provvisorio, è di 18 morti e 80 feriti. L’obiettivo era l’istituto di medicina legale nel quartiere di Al Karrada, usato dalla polizia per le sue indagini contro i reati di terrorismo commessi in città. Continua

Una giornalista cerca di proteggersi durante la sparatoria nel centro di Kabul
Battaglia e terrore nel cuore di Kabul nell’offensiva più massiccia dei talebani dal febbraio del 2009. Le immagini

Qom: i minareti della moschea sacra agli sciti
Facciamo un po’ di chiarezza: in Svizzera, dove risiedono 350mila musulmani su una popolazione di quasi 8 milioni di abitanti, ci sono già 160 moschee all’interno di capannoni, autorimesse e centri culturali sparse un po’ su tutto il territorio della Federazione. Continua

Rosarito highway, vicino a Tijuana
Appeso, come monito, lungo un ponte della vecchia autostrada che dal Messico porta agli Stati Uniti. Livido, nudo e senza organi genitali. Un tipico regolamento di conti tra bande di Narcos. Così le autorità locali hanno ritrovato qualche settimana fa il corpo martoriato di Rogelio Sanchez, un funzionario corrotto dello Stato messicano della Baja California che - secondo la polizia - vendeva patenti falsificate ai corrieri della droga di Tijuana. Continua
Decine di migliaia di dispersi, altrettanti di sfollati, alberghi, case, ponti sbriciolati, inondazioni che hanno cancellato alle isole di Samoa almeno 70 villaggi, un’intera città di un milione di abitanti, a Sumatra, senza luce elettrica da due giorni.
Ma anche, in questa Apocalisse che si è sprigionata nel Pacifico occidentale ed è arrivata fino alle coste indonesiane dell’Oceano indiano, una contabilità dei morti che cresce di ora in ora. Arrivando a toccare questo pomeriggio, dopo una seconda violenta scossa, nell’isola di Sumatra le 770 persone, per lo più concentrate nella città di Padang. Continua

Dalla tubercolosi alla malaria, dal morbo della mucca pazza all’Ebola. E ora, per la gioia dei più piccoli, arriva sul mercato online anche il pupazzetto di peluche del virus dell’influenza tipo A H1N1, erroneamente definita febbre suina, alla modica cifra di 7 dollari e 95 a esemplare.
H1N1
I produttori della Giantmicrobes, azienda americana di Stamford (già presente al MoMa di NY) che riproduce fedelmente i microbi, “circa un milione di volte più grandi della loro dimensione reale”, spiega che, più che di una macabra operazione speculativa, si tratta di “ottimi strumenti di apprendimento per genitori ed educatori, ma anche regali divertenti per chi ha senso dell’umorismo”. Un modo per esorcizzare la paura, insomma. Sarà. O anche una campagna informativa che, anziché sulla paura, si basa sul gioco. Di certo, dall’orsacchiotto della buona motte al pupazzetto della gonorrea il passo non è breve. Se non altro perché, qualche spiegazione, a vostro figlio (quando avrà l’età) gliela dovrete. Come quelle - per altro - che fornisce, nel suo catalogo, l’azienda americana. Basteranno? O sono puppazzetti che, più che i bambini, divertono gli adulti?
Ebola
Da quando è stato scoperto, nel 1976 in un ospedale missionario in Congo, il virus, che causa una febbre emorragica, causa decessi in oltre il 60% dei casi
Gonorrea
E’ una delle malattie veneree più diffuse ma può essere evitata e curata abbastanza facilmente.

Il vero vincintore delle elezioni presidenziali in Afghanistan non sarà né Ahmid Karzai (45,9% a metà scrutinio) né il suo rivale Abdullah Abdullah (33%), il medico-oculista ed ex ministro della Difesa che ha accusato gli uomini del presidente di aver pesantemente manomesso la regolarità del voto.
Il vero vincitore - secondo l’opinionista Hillary Mann Leverett, di Foreign Policy - si chiama Mohammed Qasim Fahim, il più potente warlord afghano in odore di narcotraffico. 51 anni, ex capo del servizio di sicurezza del comandante Massoud, ex ministro della Difesa sotto il primo Karzai, Fahim è assieme a Hekmatyar uno dei più chiacchierati e potenti leader militari della scena afghana ed è passato indenne da tutte le stagioni che ha attraversato il Paese negli ultimi vent’anni: si vocifera che, in qualità di capo del servizio di sicurezza dello stesso Massoud, abbia persino svolto un ruolo nell’omicidio del Leone del Panchir alla vigilia dell’11 settembre 2001 ad opera di due finti giornalisti mediorientali legati ad Al Qaeda. Ed è certo che, nell’indifferenza della precedente Amministrazione americana, pur di mantenere intatto il suo potere, non abbia esitato ad allearsi con i peggior tagliagole afghani, taliban e narcos compresi.
Di certo c’è anche che in qualità di ex ministro della Difesa di Karzai, Fahim, di etnia tagika, conosce gli apparati di sicurezza afghani come le sue tasche ed è considerato dalle associazioni per i diritti umani uno dei più violenti e potenti signori della guerra locali.
È chiaro che, se così fosse, e quella di Foreign Policy fosse qualcosa di più di una provocazione giornalistica, questo signore della guerra tagiko che ha ricoperto anche l’incarico di vicepresidente sotto il primo governo Karzai si troverebbe a gestire - in una situazione di anarchia quale quella che potrebbe scaturire dal ballottaggio di ottobre - un potere invisibile che lo renderebbe di fatto il presidente-ombra dell’Afghanistan. L’uomo dal quale dipende, al di fuori di qualsiasi legge stabilita dal Parlamento (dove per altro siedono capi tribù, trafficanti e war lords vicini ai taliban), la tenuta del governo e la stabilità civile del Paese.
Di lui si è detto che ha collaborato col governo-fantoccio dei sovietici fino alla vigilia della resa, nel 1989, quando ha deciso - con una giravolta degna dei più spregiudicati opportunisti - di allearsi con Massoud. C’è però, in queste elezioni afghane, un altro possibile sconfitto - ha avvertito ieri il generale McChrystal, comandante delle forze Nato in Afghanistan. È il presidente americano. O meglio è il progetto, che già era di Bush, di stabilizzare (o di democratizzare) l’Afghanistan.
Perché, se nel Paese asiatico vincono i Fahim, e se - come ha scritto McChrystal - ci vorranno anni prima che esercito e polizia afghani possano farcela da soli, l’unica alternativa che rimane alla coalizione occidentale è quella di abbandonare qualsiasi ipotesi di exit strategy e rimanere ad oltranza, per almeno altri quattro anni. Per competare il lavoro. E per dimostrare che Enduring Freedom a qualcosa è servita. Non solo a riportare al potere war lords e taliban riverniciati per l’occasione.
Toccherà a John H. Durham, procuratore federale noto in passato per le sue inchieste contro mafiosi e politici corrotti del Connecticut, far luce sugli episodi di tortura contro i presunti terroristi islamici accaduti negli anni della war on terror di George W. Bush.
Una dozzina di casi scottanti - secondo un rapporto di 109 pagine del 2004 reso noto ieri dal dipartimento di giustizia - che riguardano solo un pugno di agenti speciali, ma rischiano comunque di aprire un altro fronte, dopo quello sulla riforma sanitaria e sull’Afghanistan, che potrebbe indebolire la presidenza di Obama, già fiaccata da dubbi e ripensamenti nel suo campo e da sondaggi di opinione in rapida discesa dopo la fugace luna di miele post-elettorale.
Un fronte caldissimo, delicato, dove Obama rischia grosso, e i scivoloni sono dietro l’angolo.
Il presidente americano è consapevole di questi rischi, sa di muoversi su un terreno minato. Sa che deve evitare una rivolta degli 007 che potrebbe compromettere il futuro politico della lotta contro Al Qaeda e della sua presidenza. E sa anche che la Cia non ha alcuna intenzione di farsi processare dai politici, fossero anche condannati pochi suoi uomini coinvolti nei cosiddetti interrogatori rafforzati voluti dal duo Bush-Cheney.
Avrebbe scelto quindi, sulla questione degli interrogatori, la linea della moderazione. Delle rassicurazioni agli agenti speciali e ai vertici della Cia. La linea, per alcuni suoi critici (di sinistra), dell’ambiguità. Tra questi avversari liberal di Obama, per citarne uno, Jack Balkin, professore di Legge a Yale, tra i primi - dopo l’iniziale infatuazione - a prevedere per esempio che la politica antiterrorista di Obama sarebbe stata “no a Guantanamo, ma possiamo farne un altro altrove”. Un altrove di cui Obama - secondo le associazioni dei diritti umani americani - non parla mai: nella base Usa di Bagram, in Afghanistan, dove ci sarebbero - secondo i liberal, senza alcun rispetto delle garanzie per gli imputati - più di seicento detenuti per terrorismo. Dove sta la differenza con Bush?
In una email inviata ieri a tutti i dipendenti dell’Agenzia di Langley, Leon Panetta, già uomo di Bill Clinton, ora direttore della Cia, ha scritto ai suoi uomini che difenderà fino in fondo “tutti gli ufficiali che hanno fatto ciò che la loro nazione gli ha chiesto e che hanno seguito le disposizioni legali ricevute”.
“Questa - ha aggiunto, per ricordare a Obama i suoi impegni presi a luglio durante un colloquio riservato a Langley con gli agenti incaricati di interrogare i prigionieri - è anche la linea del presidente”. Obama deve aver afferrato il messaggio: a dover rendere conto degli abusi contro i prigionieri non sono per il capo della Cia gli agenti coinvolti negli interrogatori rafforzati (ammesso che abbiano agito nel rispetto delle disposizioni) bensì chi, quelle disposizioni, ha autorizzato. Ovvero, l’ex vicepresidente Dick Cheney (che non perde occasione per attaccare la mollezza di Obama nella lotta contro il terrorismo). La Cia - in sostanza - non si fa processare, né intende pagare per colpe (politiche) che non sono sue.
Anche su questo punto Obama ha però scelto la linea del pragmatismo, dimostrando ancora una volta - secondo i critici liberal dell’attuale presidenza - che il limite di Obama non è la sua (presunta) irruenza riformista, ma il suo cerchiobottismo. Il suo non voler aver nemici, né a destra né a sinistra, finendo per averne sia a destra che a sinistra.
Un processo a Bush e a Cheney sull’affaire torture? Nient’affatto, anche qui: nessun processo politico ai suoi predecessori: per non rompere il clima bipartisan necessario a far approvare i suoi provvedimenti. Ma anche nessun processo a quegli agenti che, avendo agito in buona fede, si sono limitati a eseguire ordini del vice Bush: per non gettare scompiglio nell’Agenzia, mettendosi contro gli 007 e indebolendo così la lotta contro Al Qaeda, soprattutto lungo il confine afghano-pakistano.
A conferma di questa linea - che si muove sul crinale tra sicurezza nazionale e rispetto delle leggi - basti sottolineare due elementi: il primo riguarda la pubblicazione della foto delle torture ai prigionieri afghani e iracheni da parte di agenti Cia. E’ stato lo stesso Obama, a maggio, a porre il veto. Il secondo riguarderà le rendition - la pratica degli interrogatori nei centri di detenzione Cia in Paesi terzi: continueranno, come prima. Certo, c’è una piccola ma sostanziale differenza rispetto all’era Bush: gli interrogatori ai presunti terroristi dipenderanno da un organismo di agenti Fbi (e non Cia) che risponderanno direttamente al presidente. Farà testo - per gli interrogatori - non il manuale Cheney, ma il generico manuale da campo dell’Esercito. Anche qui, una decisione, che senza volerlo, ha indispettito non poco l’Agenzia. Anche su questo punto, quello dei centri di detenzione extraterritoriale - Obama, per non prestare il fianco alle critiche della destra americana, ha finito per scontentare molti. Anche tra coloro che lo avevano votato.
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