Fanatismo religioso? Tribalismo arcaico? Rifiuto della modernità? Odio antimperialista? Macché. Per spiegare le ragioni che spingono migliaia di giovani afghani a imbracciare le armi contro i militari occidentali non bastano le spiegazioni basate sulla teoria del ‘conflitto di civiltà’ di Hungtington o sulla tesi della storica difficoltà, da parte di qualsiasi nazione straniera, a occupare stabilmente l’Afghanistan.
Basterebbe - per capire la forza dell’insurrezione talebana - dare un’occhiata alle statistiche elaborate stamane dal Regional Command West di Herat in base alle informazioni di intelligence in suo possesso.
Statistiche che si riferiscono alla zona occidentale dell’Afghanistan, una delle più instabili, dove sono di stanza i 300 soldati italiani, vittime stamane di un altro duplice attacco talebano mentre erano in corso delle ricognizioni. Ebbene, secondo il rapporto-choc del comando italiano, la paga degli insorti e dei talebani è di ‘300-600 dollari al mese’, tre volte la paga di un poliziotto afghano, mentre il ’suicide bomber viene retribuito con una somma una tantum che varia da un minimo di 500 dollari a un massimo di 1.500 (cui si aggiungono le elargizioni periodiche per la famiglia del suicida).
Se pensate che si tratti di somme tutto sommato basse, in rapporto agli standard occidentali, vi sbagliate. Paragonate ai normali stipendi mensili di un militare afghano (70 dollari mensili), di un semplice poliziotto (100 dollari mensili) o di una guardia di frontiera (100 dollari mensili) quelle per gli insorti sono cifre di tutto riguardo. Anzi: da un punto di vista economico, grazie anche ai proventi del narcotraffico (il 90% dell’eroina grezza viene prodotta in Afghanistan) e alle elargizioni delle ricche moschee al confine afghano-pachistano, fare l’insorto è attività tra le più remunerate in Afghanistan.
L’unico modo, per migliaia di famiglie, per sfuggire a un futuro di povertà e precarietà, a costo di perdere la vita.
Il gap tra le paghe si riferisce anche alle professioni non legate alla sicurezza. Un medico - sempre secondo i dati forniti dal comando del contingente italiano - guadagna infatti in questa regione da un minimo di 140 dollari ad un massimo di 160, un professore tra i 65 e i 70, un lavoratore comune tra i 50 e i 60, vale a dire un sesto della paga base dell”insurgent’.
Questo divario tra i ’salari’ spiega perché non manchi la manodopera a chi vuole opporsi con la violenza al processo di ricostruzione in Afghanistan, dove il tasso di disoccupazione - specie in alcune zone - è molto alto e dove spesso impugnare un kalashnikov contro i soldati stranieri diventa il modo più semplice per portare a casa dei soldi.
I militari italiani ormai da tempo valutano con grande attenzione questo aspetto del problema, che il generale Castellano, di stanza a Herat, definisce il ‘fattore sociale’ chiave dell’insurrezione: si tratta, viene spiegato, non solo di aiutare la popolazione, ma di intervenire anche sugli insorti, dando un’alternativa a quelli di loro (che si ritiene siano un’ampia fetta) che non combattono per motivi ideologi, ma eslusivamente economici.
L’aeroporto e il porto di Maiorca, tra le più frequentate mete turistiche delle Baleari, sono chiusi fino a nuovo ordine. Centinaia di turisti barricati nelle loro stanze d’albergo. E la polizia che ha di fatto disseminato l’isola di posti di blocco lungo le principali arterie stradali. Continua

Il governatore della California ha scelto l’arma tagliante dell’ironia per spiegare ai suoi elettori che il deficit da 26,3 miliardi di dollari che rischia di mandare in bancarotta lo Stato richiede tagli dolorosi Continua
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Hossein Mousavi, il leader dell’opposizione iraniana, e sua moglie Zahra Rahnavard hanno indetto uno sciopero generale da fissare in uno o più giorni della prossima settimana. Per il regime è la prova del nove per verificare la sua popolarità nel Paese. Per i riformisti il più importante banco di prova dopo che le proteste in piazza sono state ridotte, di fatto, al silenzio. E mentre i fautori della linea dura si apprestano a chiedere l’arresto del candidato riformista, proseguono gli arresti dei militanti e dei dirigenti del movimento. Le voci, all’interno del governo di Ahmadinejad, che spingono per una soluzione birmana alla crisi, sembrano moltiplicarsi. Resta da vedere che cosa farà la comunità internazionale. Qualche arma in mano, soprattutto commerciale, sembra averla.
Secondo il Los Angeles Times lo scotto che dovrà pagare il duo Ahmadinejad Khamenei, quaora non facesse rapidamente marcia indietro, è quello dell’isolamento internazionale. L’Unione europea ha chiesto all’Iran di rilasciare il personale dell’ambasciata britannica tenuto in ostaggio perché sospettato di attività di spionaggio. Una mossa tutt’altro che simbolica: un terzo del commercio estero iraniano dipende dai Paesi europei. L’Ue ha importato 11.3 miliardi di euro da Teheran nel 2008, esportandone 14 - soprattutto nel campo dei macchinari (54.6%) e dei prodotti chimici (12.1%). La soluzione birmana, se hanno un barlume di saggezza e se gli europei non calano le braghe, fose può attendere.
Confessioni estorte sulla tv iraniana
Guarda la GALLERY delle proteste. Tutti i post sull’Iran
Confessioni estorte nella tv iraniana (2 luglio)
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1 luglio 2009: squadracce in azione
Polizia in assetto antisommossa - squadrone della morte - si aggira per le strade della città compiendo atti di vandalismo contro automobili parcheggiate e altre proprietà private.
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1 luglio 2009: protesta dei tetti
Ripresa notturna, si sentono solamente le voci di molte persone urlare “Allah o Akbar” - che è divenuto un grido di libertà da quando Mousavi ha invitato a protestare in questo modo dai tetti delle case - e “morte al dittatore”.
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Torture su un ragazzo (24 giugno)
I miliziani Basji malmenano un ragazzo nelle strade di Teheran, quartiere di
Khommarrabad.
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Per la Cnn è in corso un “massacro”: la polizia spara sulla folla (24 giugno)
Ecco due video amatoriali girati a Teheran. Secondo la tv americana i cecchini del regime stanno caricando e sparando sulla folla. Notizie conferate da molti blogger iraniani.
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Nuove proteste a Teheran: barricate nelle strade (23 giugno)
Mirdamad St, sei mezza del mattino, 23 Khordad 88. Nuove proteste contro l’elezione di Ahmadinejad
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Neda, la ragazza martire, simbolo della protesta (20 giugno)
Karekar Avenue, all’angolo tra Khosravi Street e Salehi Street, a Teheran: cade con un colpo al cuore sparato da un tiratore scelto delle milizie Basji, il 20 giugno, Neda, in un video che ha fatto il giro del mondo su Youtube. Stava partecipando con suo padre alle proteste contro Ahmadinejad. “La vittima - ha dichiarato il medico che l’ha soccorsa - è morta in meno di due minuti”.
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Un ragazzo ucciso dalle milizie (20 giugno)
Rimbalzano da Teheran le immagini di un altro manifestante cui gli uomini di Ahmadinejad avrebbero sparato a morte. Queste immagini, riprese tra Shadmehr Street e Azadi Street a Teheran, stanno viaggiando su tutti i siti di social network e anche sul blog di opposizione di Saeed Valadbaygi Revolutionary Road (anche su Fb)
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I brogli? Nessun broglio (guardate questo video) - 20 giugno
Eccome come si fa a far risultare 24 milioni di voti per Ahmadinejad e spacciare come una grande vittoria della democrazia quella che, per l’opposizione, è solo una gigantesca manipolazione dei risultati elettorali. Secondo i riformisti questa è la pistola fumante contro il regime.
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18 giugno, impiccagioni di dissidenti
Impiccagione di studenti curdi a Kermanshan accusati di aver fatto attività politica
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Sparano i cecchini delle milizie (16-17 giugno)
I tiratori scelti delle famigerate milizie Basji sparano per le strade di Teheran, davanti a una stazione di polizia, per far terminare le proteste.
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Cecchini delle milizie Basji sparano sulla folla (15 giugno)
Un operatore della Bbc persiana, nascosto sui tetti, riprende i cecchini delle milizie Basji mentre sparano sulla folla, forse con Ak-47, sotto una stazione di polizia di Teheran.
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La rabbia dei manifestanti (14 giugno)
Esplode a Teheran la rabbia degli oppositori che tentano di malmenare due poliziotti delle famigerate milizie Basji in motocicletta.
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Il servizio dell’inviato Cnn tra i manifestanti (14 giugno)
Scene di inusitata violenza nel servizio dell’inviato americano che mostra la folla che protesta e le violenze commesse dalla polizia sugli oppositori.
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13 giugno, divampa la protesta dopo le elezioni (13 giugno)
Uno dei primi video pubblicati sui siti di social network da parte dei militanti delle opposizione a Teheran, in occasione delle proteste contro l’elezione truccata del presidente Ahmadinejad. Si notano molti ragazzi, sostenitori di Mousavi, che riprendono coi videofonini le immagini nelle strade. Il giorno dopo il presidente oscura i siti di social network e rende inaccessibili i servizi di videofonia.
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Le prime immagini della rivolta (13 giugno)
Immagini, riprese dall’alto, di una delle prime manifestazioni dei sostenitori del candidato riformisti all’indomani della proclamazione della vittoria di Mahmoud Ahmadinejad.

Un’immagine del profilo su FB del blogger Saeed Valadbaygi
Si è dato alla macchia Saeed Valadbaygi, il giovane blogger iraniano che su Revolutionary Road ha contribuito nei giorni scorsi, con foto, testi e video, a tenerci informati su quanto sta avvenendo a Teheran, rompendo la cappa del silenzio calata sui media iraniani dopo l’elezione farsa di Ahmadinejad.
L’ultima volta che lo abbiamo sentito, su Facebook, è stato il 22 giugno. Ci eravamo promessi che ci saremmo sentiti per un’intervista. Poi, più nulla, salvo qualche sporadico messaggio, come questo, postato il 23 giugno su Fb: Gli agenti iraniani hanno fatto irruzione in casa nostra e continuano a darmi la caccia in tutto il Paese. Oggi Ana Darvish, un membro del suo staff, aggiunge: Hanno arrestato suo fratello. La sua vita è in pericolo (…). Non possiamo più aggiornare il suo blog né la sua pagina su Fb.
Il crimine di Saed è stato quello di voler informare, in un Paese dove la tv di Stato sta cercando di far passare i giovani che sono scesi in piazza come dei criminali comuni. Su Twitter, nella sua stanza, prosegue il tam tam dei blogger per non lasciare solo Saed e quelli come lui che già sono stati arrestati. Come Vahid o Ali Mosleh, redattore di The Mailman ring twice, per citare i più noti. Ma sarebbero almeno trenta i giornalisti di opposizionee i cyber dissidenti di cui non si sa più nulla, rinchiusi chissà dove, secondo Reporters sans frontier: da Mohammad Ghochani, sostenitore di Karoubi, all’attivista Shiva Nazar Ahari fino Ali Mazroui, il presidente dell’Associazione dei Giornalisti iraniani. Quando un regime arriva a tappare la bocca ai giornalisti e ai dissidenti ci attendono tempi bui.
Prima innalzano a sei (pari al massimo dell’emergenza) il livello d’allerta per l’influenza suina nel mondo. Poi ti spiegano, i dirigenti dell’Oms, che, in realtà, il famigerato virus A-H1N1 (che ha provocato la morte di 141 persone in tutto il pianeta, si è diffuso in 74 Paesi e ha finora contagiato 27 mila persone) equivale più o meno, per gravità, a un raffreddore (finché non si modifica). O a una banale influenza. Anzi la banale influenza - ammesso che un’influenza possa essere mai tale - uccide molto di più dell’attuale ceppo di influenza suina: cinquecentomila persone ogni anno, come risulta da questa recente inchiesta dell’Economist. La differenza, forse, è che l’influenza, giornalisticamente parlando, è terribilmente noiosa. E non merita nemmeno, come l’aborto della Piccola Storia Ignobile di Guccini, “due colonne su un giornale”. Figurarsi un titolo sparato in prima pagina.
Hans Rosling, statistico svedese: ne uccide di più la Tbc
Sindrome di Stoccolma, pragmatismo o, più semplicemente, desiderio di non mettersi contro i poteri forti di Teheran? Sta di fatto che, quando uno legge che la maggioranza dei 25mila ebrei iraniani voterà per Ahmadinejad nelle presidenziali di venerdì, un brivido gli corre lungo la schiena. E pensa ai fetentissimi kapò al servizio dei carcerieri hitleriani: cittadini ebrei normalissimi che nei lager si trasformavano in aguzzini per assecondare i diktat dei loro padroni e avere salva la vita. Poi ci riflette sopra e capisce che le cose, in realtà, sono un po’ più complesse. Anche perché la fonte di questo sondaggio casereccio tra i sefarditi iraniani non è l’ufficio stampa dei Guardiani della Rivoluzione, ma un quotidiano israeliano, Ynet, che ha passato gli ultimi giorni a intervistare alcuni esperti super-partes dello Stato d’Israele.
Uno di questi, il portavoce dell’Organizzazione centrale degli immigrati iraniani in Israele, David Mutai, sostiene che Ahmadinejad è un cane che abbaia ma non morde, mentre il suo principale rivale, Mir Hosein Mousavi, molto amato tra i giovani e i riformisti iraniani, è “imprevedibile” e per questo realmente più pericoloso per gli ebrei. “Sarà un voto per il male minore. In questi quattro anni - ha spiegato Mutai - il presidente iraniano ha infiammato la sua gente e reso furibonde le nazioni del mondo. Ma si conosce ciò che dice e ciò che poi in effetti fa, mentre Mousavi rappresenta l’ignoto e la preoccupazione è che invece di parlare possa agire”.
Dello stesso parere di Mutai, è anche David Menashri, direttore del centro di studi iraniani dell’università di Tel Aviv secondo il quale il motivo di questa scelta, da parte degli ebrei iraniani, è un altro. Ovvero: mai mettersi contro l’establishment politico, come ha insegnato (agli ebrei) la storia secolare delle persecuzioni. “Preferiscono mantenere un profilo basso e non avere a che fare con la politica interna e le lotte di potere. Per questo sostengono chi vince”. Come dire: non svegliare il cane che dorme (o abbaia). E tenersi buono chi comanda. Anche questa, in fondo, è saggezza yiddish.
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