
Londra, il giorno dopo il vertice anti-crisi del G-20, è tornata al lavoro, i bancari si sono rimessi la divisa e i manifestanti sono tornati a casa. Quello che resta dei no-new global e degli stuoli di cops che in questi ultimi due giorni hanno invaso la City sono pochi ragazzi seduti sui gradini della Vecchia Borsa e sparuti gruppetti di poliziotti a passeggio per il centro. Uno commenta visibilmente soddisfatti: “Giornata tranquilla, sono rimasti solo quattro gatti con la chitarra, ma starsene seduti a cantare è un loro diritto”. Nessun poliziotto aveva osato un commento del genere il giorno prima, segno che il clima è davvero tornato alla normalità.
All’uscita dagli uffici gli impiegati si fermano normalmente al bar, molti sono ancora in tenuta casual, ma più per comodità che per paura. “Paura di che, del resto?” chiede uno. “Ieri mi sono dovuto portare il cambio in una borsa e oggi mi sono vestito normalmente, del resto se devi incontrare un cliente mica ci puoi andare in jeans. I manifestanti hanno manifestato: hanno fatto un po’ di rumore e ci hanno fatto spendere un sacco di soldi in polizia e in pulizia delle strade: fine della storia”, taglia corto. In generale la protesta è stata vissuta come una scocciatura: una cosa è manifestare le proprie posizioni un’altra darsi ad atti di vandalismo. “La massa è sempre pericolosa” dice una signora in tailleur gessato “perché è sempre un’ottima occasione per fare danni”.
Nella City il 95% degli impiegati lavora nella finanza (in una banca o in un fondo o in assicurazione) e dopo i tafferugli e le frasi di rabbia lanciate contro i bankers viene da chiedersi se questa élite non si senta oggi presa di mira dalle nuove misure, come i tagli ai superbonus, prese a livello governativo. Molti di loro non commentano: non hanno voglia di parlare o non gliene importa o “devo ancora leggere il giornale, del resto ho iniziato a lavorare alle 7 e sono uscito dall’ufficio 11 ore dopo, non ho avuto tempo per sfogliare le notizie”. Non è vero: chi lavora in una banca sa come vanno le cose sia dentro che fuori da quelle quattro mura.
“Vedremo cosa succederà ora” commenta un trader di Commerzbank “ma è ovvio che ci sentiamo presi di mira, perché lo siamo: la gente ci vede come i colpevoli di tutto questo, e non capisce che all’interno di ogni banca bisogna fare una netta distinzione tra bancari e dirigenti. I primi hanno studiato e lavorato seguendo gli ordini, mai secondi hanno fatto tutto quello che hanno voluto per accumulare quantità esorbitanti di soldi. E quando dico fare tutto, voglio dire fare tutto, compreso vendere merda”. “Tutti qui sanno che generi di prodotti sono sul mercato, qualcuno li crea, qualcuno li vende, un po’ tutti se li trovano in casa, solo che nessuno sa che conseguenze possano avere sulla lunga distanza”, ci tiene a specificare un altro.
“Ogni giorno i giornali” dice un altro “lanciano nuovi allarmanti bollettini sul numero dei disoccupati, sui crolli dei mercati, sulla fame e sulla sete, e in questo modo non fanno altro che peggiorare la situazione. Ora è tutta una questione psicologica: se continui a ripetere che le cose vanno male le cose andranno anche peggio, ma se dai un barlume di speranza ecco che la gente riprenderà ad aver fiducia e a spendere, a investire”. “Se le misure prese durante il G20 sono buone? Se riesco a trovare un lavoro di nuovo vuol dire che Obama e Sarkò stanno facendo un buon lavoro, altrimenti no”.
“Limitare stipendi e bonus? E perché? Il bonus fa parte del mio stipendio, è il mio premio produzione: faccio il lavoro più stressante che si possa fare in una banca, il trader, se faccio soldi per la mia azienda non vedo perché non debba guadagnarci anch’io. Se invece non ne faccio, è giustissimo che non abbia alcun bonus. Puoi fare il trader fino ai quarant’anni, poi devi smettere perché è troppo dura, io lo faccio perché mi piace e perché voglio guadagnarci. Per prendere come un consulente, vado a fare il consulente e mi tolgo ogni problema”.
“Vogliono regolare stipendi e bonus? Benissimo” esclama un altro banker. “Si ricordino che ogni regola ha un rovescio della medaglia. E che ogni regola nasconde diversi modi per aggirarla: se una banca vuole assumere qualcuno perché vale troverà sicuramente il modo per pagarlo”. “Che tolgano pure il bonus: quei soldi faranno parte del mio stipendio base”. Ormai siamo alla terza pinta di birra e le lingue di questi giovani rampanti non hanno più freni. “Lo sai cosa pensa di fare la Bank of America? Eliminare i bonus e aumentare del 40% gli stipendi. Eccoti così eliminato il problema: fatto bene o fatto male mi becco i soldi! E sai che cosa succederà se Bank of America mette in pratica quest’idea? Tutte le altre banche si adegueranno. E una volta passata la crisi ecco che verranno ripristinati i bonus e noi potremo brindare alla faccia di chi ha bruciato il manichino in giacca e cravatta”. “La gente ha la memoria corta” conclude un ragazzo con l’aria del professionista consumato. “Quando le cose andavano bene qui tutti erano fieri della City, ora si lamentano perché le cose vanno male, ma il mercato va su e giù e le cose cambieranno di nuovo”.
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Da Londra
Oggi iniziano ufficialmente i lavori del G20 a Londra, e l’attesa è alta. I grandi del Pianeta si riuniranno nella zona dei Docklands e fuori dalla porta resteranno cittadini, manifestanti e polizia in speranzosa, o rabbiosa, attesa.
Ieri, oltre ai rappresentanti politici di tutte le nazioni partecipanti, sono arrivati i manifestanti. E come tutti hanno potuto vedere dalle immagini trasmesse da BBC, CNN e SKY, non sono mancati i tafferugli, conclusi in serata con una ventina di arresti, qualche graffio e delle vetrine della Royal Bank of Scotland rotte. Si parla anche di un morto collassato, ma nessuno commenta l’episodio, perchè secondo i testimoni, si sarebbe accasciato per cause naturali. E poteva andare peggio visto lo spiegamento di forze dell’ordine e le terribili descrizioni che le TV planetarie hanno mandato in onda. Come oggi, anche ieri mattina le strade della City erano stranamente spopolate. Solo a mezzogiorno hanno fatto il loro ingresso i manifestanti: appuntamento alle 12,30 per 24 ore di Climate Camp alla City. La polizia li stava aspettando.
Alla fine dell’orario di ufficio molti passano un po’ per caso, un po’ per curiosità attraverso i luoghi della protesta. Alcuni negozi e bar sono chiusi, ma non tutti. In un negozio di vestiti da uomo con fuori le insegne di grandi saldi, il commesso racconta che “la situazione è calma, forse da qualche parte son volate le bottiglie, ma potessi andrei pure io lì, ora che mi hanno tagliato orario e stipendio”. La situazione a Londra è difficile e non c’è nessuno che non senta il peso della crisi, ma le reazioni sono diverse. “Che cosa vuoi che facciano questi mocciosi zozzi seduti sulla strada?” mi chiede un tizio in camicia inamidata, camminando spedito verso la più vicina stazione della metropolitana aperta. “Danno solo fastidio”. La pensa diversamente un altro passante, anche lui forse impiegato nella City: “Hanno tutto il diritto di manifestare!” E perché lui non va? L’uomo sorride e si affretta, tenendo più stretta la sua ventiquattrore.
Non c’è grande differenza tra bankers, passanti e manifestanti: in questi giorni tutti vestono uguale. “Abbiamo ricevuto una mail che ci invita a vestire casual questa settimana” - spiega un broker di Merill Lynch, o meglio di Bank of America - “per evitare di essere un bersaglio facile”. C’è davvero tensione e un po’ di paura nella zona tra Bank e Liverpool. E qualcuno è anche rimasto a casa per evitare di essere coinvolto nei possibili scontri. “Non da noi - continua il broker - da noi si lavora forte perché ancora non si sa chi va e chi resta!” Le due banche infatti sono state fuse e i dipendenti non conoscono ancora che la loro sorte.
La gente è arrabbiata, stanca, stressata e incanala spesso la sua rabbia sulla figura del banker (alcuni dei quali hanno avuto la brillante idea di gettare banconote da 10 sterline sui manifestanti per prendersi gioco di loro). Un altro banker non risponde a nessuna domanda, ma cerca di spiegare le ragioni della crisi: “I bankers non hanno colpa, la colpa è ai vertici e ha origini profonde. Sul fatto che tutti siano coinvolti non ci sono dubbi: ho 29 anni, il mio ultimo stipendio era 80 mila sterline l’anno e mi trovo a cercare lavoro da settembre. Ma a che serve stare per strada e rischiare di prenderle dalla polizia? A nulla. Tutto tempo sprecato”.
Al Climate Camp a Bishopgate i ragazzi chiacchierano, fumano, cantano. Arrivano da Liverpool, Bristol, Brighton, Manchester, Leed, ma anche da Barcellona, Parigi e Amsterdam. Perché sono qui? “Perché bisogna fare qualcosa! - dice una ragazzina con un fiore fra i capelli - questo pianeta sta morendo e noi con lui”. “Perché tutti siamo colpiti dalla crisi - continua un ragazzo di origini spagnole arrivato qui con la sua scuola di danza - e siamo qui per chiedere a chi può di fare qualcosa.” “Non facciamo niente di male - commenta una signora inglese vestita in modo eccentrico - siamo qua perché siamo pieni di problemi: niente soldi, niente lavoro, un pianeta inquinato e Stati che continuano a investire in armamenti e guerre”.
Tutt’intorno i poliziotti vigilano attenti. Inutile provare a chiedere informazioni su cosa succede: nessuno dice nulla, il massimo che si può ottenere sono indicazioni stradali. Al calare del sole il numero dei cops aumenta: stanno per liberare le strade “perché i manifestanti sono stati seduti abbastanza”.
La manifestazione, nonostante siano volate alcune lattine, si propone di essere una manifestazione pacifica. Anche quando i cops in tenuta anti sommossa si schierano e iniziano a spingere, i manifestanti si limitano ad alzare le mani sopra la testa e la musica al massimo volume. Dalla folla salgono verso il cielo dei palloncini rossi a forma di cuore. I cops continuano a spingere e a spingere: vogliono liberare le strade prima che faccia buio per evitare che orde di ubriachi vadano a spasso per il vero cuore della città.
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Un muro contro gli immigrati clandestini. Solido, doppio, elettrificato e illuminato, dotato di telecamere e sensori a raggi infrarossi per individuare la presenza umana attraverso il calore emesso dai corpi. Qui negli Stati Uniti vivono oltre 33 milioni di stranieri (l’11,5 per cento della popolazione totale). 8 milioni sono entrati illegalmente e ne arriva ogni anno un altro milione mentre se ne vanno solo 350 mila. Di questo passo, nel 2060, gli stranieri saranno la metà della popolazione, avverte il Cis, il Center for Immigration Studies, un’associazione no profit fondata nel 1985.
Per fermare la crescente immigrazione clandestina, il governo Usa ha deciso di rinforzare i confini con il Messico. Con la speranza di rendere impenetrabili California, Texas e Arizona. I messicani (e non solo loro) ci provano ancora a passare, ma il muro è solido e continua a crescere. Il ministro della Sicurezza interna Chertoff ha annunciato nelle scorse settimane che il muro ora misura 233 km di lunghezza e non si limita più solo alle zone urbane, come quelle di El Paso e Tijuana, ma attraversa aree di deserto e presto entrerà fin dentro nel mare. L’obiettivo è portarlo a oltre 3 mila chilometri, intanto molti latinos riescono ancora a passare, i più vengono fermati, a volte dalla polizia americana, a volte da quella messicana. In modo anche violento: ogni anno su quel confine muoiono circa 500 persone secondo le stime ufficiali.
Il problema della sicurezza delle zone di confine e dell’immigrazione è statorecentemente affrontato nel corso di un incontro fra governo messicano e statunitense. Un incontro non facile, in cui il presidente messicano Felipe Calderon ha sottolineato come la costruzione di un muro non possa essere la soluzione al problema dell’immigrazione, rivendicando libertà e diritto al lavoro per tutti i cittadini del centro e sud America. Ma gli Stati Uniti pensano anche ai vari problemi di traffici illeciti, e per questo hanno erogato fondi per contribuire alla lotta alla droga e per sradicare una volta per tutte il crimine organizzato, che nel commercio di mariuna ed eroina ha un giro d’affari di oltre 23 billioni di dollari l’anno.

Il primo ministro svedese, il conservatore Fredrick Reinfeldt
La chiamano la porta dell’Europa e il motivo è semplice: la civilissima e ordinata Svezia è uno dei paesi più generosi al mondo nei confronti degli immigrati e dei rifugiati politici. Al 31 maggio il numero delle domande di asilo (2007) era di 14853, di cui circa metà avanzate da cittadini iracheni e quasi 1300 da somali. Negli ultimi vent’anni le richieste sono state più di 523 mila, gran parte delle quali sono state accolte. Numeri enormi per un paese che conta meno di 10 milioni di abitanti disposti in modo non uniforme su 450 mila chilometri quadrati di territorio. Numeri a confronti dei quali - per fare un esempio - il nostro Paese non può far altro che impallidire: in Italia i rifugiati sono solo 20 mila e le domande di asilo presentate nel 2006 sono state circa 10 mila.
La Svezia è una delle mete preferite dei migranti per un’infinità di ragioni. Quella più importante è che lo Stato fornisce assistenza (ottima e veloce) a tutti. Anche agli stranieri, cui il welfare svedese garantisce un alloggio e un sussidio di disoccupazione che rimane in vigore finché non trovano lavoro. Conoscere le regole di entrata inoltre è semplicissimo e i tempi di svolgimento delle pratiche sono rapidi.
C’è però un rovescio della medaglia di questa politica dell’accoglienza. Ai nuovi cittadini viene assegnato un comune di residenza ma non essendoci l’obbligo di rimanerci, i gruppi di immigrati si riuniscono in quartieri più o meno centrali andando a creare veri e propri ghetti mal tollerati dalla popolazione locale. I problemi dell’integrazione sono particolarmente evidenti a Malmö, città in cui il numero di immigrati (soprattutto arabi e turchi) è elevatissimo e provoca tensioni con gli svedesi. Per ridurre la disoccupazione tra gli immigrati c’è chi pensa a liberalizzare il mercato interno, permettendo alle aziende di assumere chi vogliono senza più tutelare i cittadini scandinavi. Si tratta però di una soluzione che farebbe accrescere il malcontento fra i locali, sempre più preoccupati per le conseguenze che una politica migratoria considerata da molti troppo generosa. E che il clima culturale stia cambiando lo si è visto anche nelle recenti elezioni politiche: dopo decenni di governo socialdemocratico, il paese ha scelto di svoltare a destra nel 2006, affidando la maggioranza dei seggi all’Alleanza per la Svezia guidata dal leader del Partito Moderato Fredrick Reinfeldt. Un nuovo piccolo partito, Sverigedemokraterna, nazionalista e xenofobo, è poi in continua crescita. Di fronte ai problemi dell’immigrazione la Svezia, l’Olanda e gli altri Paese scandinavi, hanno finora puntato tutto sul multiculturalismo anziché sull’integrazione e sull’assimilazione.

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