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Il Papa ad Amman: “Contrastare chi stronca vite innocenti”

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  • Tags: Benedetto XVI, Giordania, papa
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Papa ad Amman

Da Amman, Giordania

Ad Amman i musulmani vanno alla Messa del Papa. Tra le ventimila persone giunte nello stadio della capitale della Giordania per la celebrazione presieduta da Benedetto XVI, c’erano anche molti fedeli islamici mescolati tra la folla, come Nouma Sabil, 34 anni, accompagnata dal marito, dalla figlia di tre anni e dalla baby sitter filippina. “Ho voluto accompagnare la baby sitter della mia bambina perché è cattolica, ma anche mio marito non ha voluto perdere l’occasione per incontrare una personalità importante come il Papa che è venuto a trovarci”, spiega Nouma a Panorama. Alla Messa c’erano poi cristiani di diversi riti e confessioni giunti da tutto il Medio Oriente: melchiti, ortodossi, cattolici di rito siriano e armeno, moltissimi provenienti dal Libano, dalla Siria, dall’Iraq, dall’India, dall’Armenia, rifugiati della Palestina, emigrati giordani negli Stati Uniti tornati per l’occasione.

In più tanti cattolici filippini, indiani e cingalesi che lavorano nelle case giordane, giovani del cammino neocatecumenale e del movimento dei Focolari arrivati dalla Germania, dall’Argentina, dal Canada, dall’Italia. La Messa ad Amman ha reso tangibile il caleidoscopio di culture, tradizioni, riti e religioni che rappresenta la ricchezza ma anche la sfida per il Medio Oriente. Nel corso della celebrazione il Papa ha dato la prima comunione a duecento bambini, tra i quali anche 40 piccoli rifugiati iracheni che ha salutato al termine della Messa con le loro famiglie. Naturalmente erano molti anche i cattolici giordani presenti (il Re Abdullah ha dato persino una giornata di festa per consentire loro di partecipare alla Messa con il Papa), ma si tratta pur sempre di un “piccolo gregge”, (il due per cento della popolazione, pari a poco più di 100 mila su una popolazione 5,7 milioni di abitanti).

Ferial Hadat, cattolica di rito melchita, è emigrata in California con tutta la sua famiglia: “Apparentemente qui i nostri diritti sono garantiti e bisogna riconoscere che la famiglia reale giordana fa molto per questo, ma la vita concreta dei cristiani non è facile, soprattutto da quando è cresciuta l’influenza di alcuni movimenti islamici che si stanno diffondendo anche in Giordania”.
Nell’omelia della Messa il pontefice si è rivolto proprio ai cristiani raccomandando loro di “dare testimonianza della fede cristiana e di mantenere la presenza della Chiesa nel cambiamento del tessuto sociale di queste antiche terre. La fedeltà alle vostre radici cristiane, la fedeltà alla missione della Chiesa in Terra Santa, vi chiedono un particolare tipo di coraggio: il coraggio della convinzione nata da una fede personale, non semplicemente da una convenzione sociale o da una tradizione familiare”.

Ma soprattutto il Papa ha chiesto ai cristiani in Terra Santa l’impegno deciso a favore della pace e la forza di respingere la tentazione di farsi trascinare da gruppi e movimenti che giustificano il ricorso alla violenza: il riferimento, implicito, forse è ad Hamas, ma più in generale al terrorismo, alla guerra e a tutte le forme di attentato alla vita. Benedetto XVI ha raccomandato ai cristiani di “contrastare modi di pensare che giustificano lo ’stroncare’ vite innocenti”. E ha chiesto loro di trovare “il coraggio di impegnarvi nel dialogo e di lavorare fianco a fianco con gli altri cristiani nel servizio del vangelo e nella solidarietà con il povero, lo sfollato e le vittime di profonde tragedie umane; il coraggio di costruire nuovi ponti per rendere possibile un fecondo incontro di persone e diverse religioni e culture e così arricchire il tessuto della società”.

Nel giorno della festa della mamma il Papa dedica un pensiero anche alla famiglia e alle donne in Medio Oriente. Ricorda il prezioso contributo delle donne alla famiglia e alla società ma denuncia il fatto che non sempre la loro dignità e la loro missione “siano sufficientemente comprese e stimate”. Perciò afferma che “con la sua pubblica testimonianza di rispetto per le donne e con la sua difesa dell’innata dignità di ogni persona umana, la Chiesa in Terra Santa può dare un importante contributo allo sviluppo di una cultura di vera umanità e alla costruzione della civiltà dell’amore”.

Nel frattempo è scoppiato un giallo sulle traduzioni dei discorsi del Papa. Nel discorso del Papa al monte Nebo, la versione originale, in inglese, del testo letto dal pontefice parla di “inseparabile bond between the Church and the Jewish people”, che tradotto suonerebbe come “inseparabile legame tra la Chiesa e il popolo ebraico”. Ma nella versione ufficiale in arabo del discorso, il legame è divenuto “patto” e in quella italiana “vincolo”. Mentre alcuni giornalisti arabi lamentano che nella versione del testo che avevano ricevuto mancava la frase sugli ebrei. Incidenti di percorso in una terra dove anche le sfumature nelle traduzioni contano.

  • ignazio.ingrao
  • Domenica 10 Maggio 2009

Il Papa in moschea: “La religione non sia manipolata dall’ideologia”

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  • Tags: Benedetto XVI, Giordania, papa, re-abdallah-ii
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Benedetto XVI in Giordania

da Amman, Giordania
Una «religione sfigurata», «costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso». Una religione manipolata dall’ideologia, strumentalizzata a «scopi politici», presa a pretesto per violenze e divisioni. Il secondo giorno del viaggio del Papa in Medio Oriente è il giorno della denuncia. Visita tre luoghi simbolo e si rivolge a ebrei, musulmani e cristiani: il Monte Nebo, dove il Signore mostrò a Mosé la Terra Promessa, la grande moschea Al-Hussein Bin Talal di Amman e la cattedrale greco-melkita di san Giorgio.
Il momento più intenso è la visita della grande moschea di Amman, il secondo luogo di culto islamico visitato da Benedetto XVI nel corso del suo pontificato, dopo la moschea Blu di Istanbul. Con coraggio il Papa riprende il tema del contestato discorso di Ratisbona nel 2006, cioè la denuncia della violenza commessa in nome della religione e il richiamo ad allargare gli orizzonti della fede con la forza della ragione. «Il contrasto di tensioni e divisioni fra seguaci di differenti tradizioni religiose purtroppo non può essere negato», ammette il Papa. Ma chiede, provocatoriamente: «Tuttavia, non si dà anche il caso che spesso sia la manipolazione ideologica della religione, talvolta a scopi politici, il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e non di rado anche delle violenze nella società?».
Di fronte al pontefice ci sono i capi religiosi musulmani, il corpo diplomatico e il principe Ghazi Bin Talal, cugino del re Abdallah II, suo principale consigliere per le questioni religiose. Fu proprio il principe Ghazi a guidare i 138 intellettuali musulmani che scrissero al papa dopo Ratisbona. Oggi il principe ringrazia il Vaticano per aver chiarito che le parole del Papa sono state «semplificate» e una «citazione accademica» è stata «malintesa». Benedetto XVI riallaccia il filo di quel discorso, ma stavolta con parole che non si prestano a strumentalizzazioni: il Papa sollecita cristiani e musulmani ad assumersi il compito di «coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana».
Ratzinger invita perciò a cristiani e musulmani, accompagnati dalla forza della ragione, «a cercare tutto ciò che è giusto e retto», a «oltrepassare i nostri interessi particolari e a incoraggiare gli altri, particolarmente gli amministratori e i leader sociali, a fare lo stesso al fine di assaporare la soddisfazione profonda di servire il bene comune, anche a spese personali». Ma, in nome della comune ragione illuminata dalla fede nel Dio unico, il Papa raccomanda pure a cristiani e musulmani di collaborare per difendere i «diritti umani universali», primo fra questo «il diritto alla libertà religiosa». E a combattere non soltanto la «perversione della religione», ma anche «la corruzione della libertà umana, il restringersi e l’obnubilarsi della mente».
Lo stesso invito viene rivolto agli ebrei. Sul Monte Nebo, il monte di Mosè, dove anche Giovanni Paolo II nel 2000 si affacciò per contemplare la vallata che si apre fino a Gerusalemme, Benedetto XVI ribadisce «l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo» e riafferma con forza «il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio della pace».
Il Papa ha ricordato anche il dramma dell’Iraq. La Giordania infatti, dallo scoppio del conflitto iracheno, ha dovuto far fronte all’arrivo di almeno 700mila profughi tra cui oltre 70mila cristiani. Per questo Ratzinger è stato raggiunto ad Amman dal patriarca di Baghdad, Emmanuel III Delly accompagnato da un gruppo di rifugiati. Il pontefice ha fatto appello alla comunità internazionale affinché, insieme con i leader politici e religiosi locali, prosegua nello sforzo di «promuovere la pace e la riconciliazione» e compia «tutto ciò che è possibile per assicurare all’antica comunità cristiana di quella nobile terra il fondamentale diritto di pacifica coesistenza con i propri concittadini».

LEGGI ANCHE: Il Papa è in Giordania - BenedettoXVI chiede “alleanza di civiltà” tra Islam e Occidente

  • ignazio.ingrao
  • Sabato 9 Maggio 2009

Benedetto XVI in Giordania chiede un’alleanza di civiltà tra Occidente e Islam

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  • Tags: Benedetto XVI, Giordania, papa, re-abdallah-ii
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papa

papa

da Amman, Giordania

E’ prudente il Papa quando, conversando in aereo con i giornalisti, passa in rassegna i temi della visita in Terra Santa . Un viaggio, tre Paesi (Giordania, Israele, Territori palestinesi) e tre religioni (musulmana, ebraica e cristiana) in appena una settimana (dall’8 al 15 maggio). Ma appena tocca terra ad Amman (scortato dagli F16 dell’aviazione giordana), il Papa lancia subito l’appello per una «alleanza di civiltà tra il mondo occidentale e il mondo musulmano» per smentire le «predizioni di coloro che considerano inevitabili la violenza e il conflitto». Le parole del Papa sono anche un modo per rafforzare il ruolo di Re Abdallah II che, sulla scia di suo padre Hussein I, è decisamente impegnato nel dialogo con i cristiani e nello sforzo di dare stabilità alla regione. Non è un caso infatti che il consigliere del re, il principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, all’indomani della crisi provocata dal discorso del Papa a Ratisbona è stato promotore della Lettera intitolata “Una parola comune tra noi e voi”, firmata da 138 intellettuali musulmani, che ha contribuito a riportare il sereno nei rapporti islamo-cristiani.
La prima tappa della visita ad Amman porta il Papa direttamente in contatto con la gente. Benedetto XVI si reca infatti al Centro Regina Pacis che accoglie handicappati ed è sostenuto da cristiani e musulmani. Un piccolo bagno di folla nel vasto cortile del centro: canti, slogan, musica. Il Papa, anche se stanco del viaggio, non si sottrae a fare il giro della folla che lo attende per stringergli la mano. Un accoglienza festante e rumorosa da parte della piccola comunità cristiana di Amman (i cristiani sono appena il 2% della popolazione della Giordania) che fuga ogni perplessità che aveva accompagnato la preparazione di questo viaggio.
Poi il corteo papale si sposta al palazzo reale. Qui al contrario l’atmosfera è quasi surreale: il Palazzo, che si affaccia sulla valle che guarda a Gerusalemme, è silenzioso, circondato dall’esercito e dalle forze speciali, la gente è tenuta lontana. Nell’ampio cortile vuoto, il Papa, alla presenza della sola guardia d’onore, viene accolto dalla famiglia reale al completo: re Abdallah II, la bella regina Rania e i loro quattro figli. Poi però l’atmosfera si fa più intima quando il pontefice e tutta la famiglia si trasferiscono nel salotto interno dove conversano per circa mezz’ora. Il Papa domanda ai reali dei loro studi compiuti all’estero e parla con i figli. Un colloquio informale che, in questo contesto, vale più di qualsiasi gesto diplomatico.

  • ignazio.ingrao
  • Venerdì 8 Maggio 2009

Il Papa è arrivato in Giordania: “Sono qui per la pace, in nome della Chiesa”

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  • Tags: Benedetto XVI, Israele, papa
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Il Papa in Medio Oriente
Da Amman

Contribuire al progresso di pace in Medio Oriente, liberare dai malintesi il dialogo con gli ebrei e con i musulmani, incoraggiare la minoranza cristiana a non abbandonare i Luoghi Santi. Così Benedetto XVI, incontrando i giornalisti in aereo, ha riassunto i tre obiettivi del difficile viaggio che, dall’8 al 15 maggio, lo porta in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi. Un viaggio che ha rischiato di saltare dopo il conflitto di Gaza a Gennaio, ma che il Papa ha fortemente voluto nonostante le incognite diplomatiche e le resistenze degli stessi cristiani che vivono in Terra Santa. Ecco il testo integrale del colloquio del pontefice con i giornalisti.

Santità, questo viaggio avviene in un periodo molto delicato per il MedioOriente. Vi sono forti tensioni. In occasione della crisi di Gaza si eraanche pensato che Lei forse vi rinunciasse. Allo stesso tempo, pochigiorni dopo il suo viaggio, i principali responsabili politici di Israelee dell’Autorità Nazionale Palestinese incontreranno anche il presidenteObama. Lei pensa di poter dare un contributo al processo di pace che ora sembra arenato?
Sicuramente, cerco di contribuire alla pace non come individuo ma in nome della Chiesa cattolica e della Santa sede. Noi non siamo un potere politico ma una forza spirituale e questa forza spirituale è una realtà che può contribuire a far progredire il processo di pace. Io vedo tre livelli. Il primo è che siamo convinti che la preghiera è una vera forza, apre il mondo a Dio e siamo convinti che Dio ascolta e puòagire nella storia. Se milioni di credenti pregano è realmente una forza che influisce e può contribuire a costruire la pace.
C’è poi un secondo punto: noi cerchiamo di aiutare nella formazione delle coscienze. Coscienza è la capacità dell’uomo di percepire la verità. Ma questa capacità è spesso ostacolata da interessi particolari. Liberare da questi interessi, aprire più alla verità per i veri valori è un impegno grande, un compito della Chiesa. Infine c’è un terzo livello di azione: parliamo alla ragione. Proprio perché non siamo una parte politica possiamo più facilmente, nella luce della fede, vedere i veri criteri, aiutare a capire quanto la fede contribuisce alla pace e appoggiare le posizioni realmente ragionevoli. Questo vogliamo fare anche adesso e in futuro.

Lei come teologo ha riflettuto in particolare sulla radice unica cheaccomuna cristiani ed ebrei. Come mai, nonostante sforzi di dialogo cisono stati malintesi? Come vede il futuro del dialogo tra le due comunità?
L’importante è che in realtà abbiamo la stessa radice, gli stessi libri dell’Antico Testamento, che sono sia per gli ebrei che per noi libri di rivelazione. Ma naturalmente dopo 2000 anni di storie distinte, anzi separate, non è da meravigliarsi che ci sono malintesi perché si sono formate tradizioni di interpretazione, di linguaggio e di pensiero molto diverse. Si è formato, per così dire, un “cosmo semantico” molto diverso cosicché le stesse parole significano cose diverse e dallo stesso uso di parole che nel corso di una storia hanno formato significati diversi nascono ovviamente malintesi. Dobbiamo fare di tutto per imparare l’uno il linguaggio dell’altro. Facciamo grandi progressi, oggi abbiamo la possibilità che i futuri insegnanti di teologia possono studiare a Gerusalemme nell’università ebraica e gli ebrei hanno rapporti accademici con noi. Così c’è un incontro di questi cosmi semantici diversi. Impariamo vicendevolmente e andiamo avanti nella strada del vero dialogo. Impariamo dunque dall’altro e sono sicuro e convinto che facciamo progressi e questo aiuterà anche alla pace anzi all’amore reciproco.

Ci sarà anche un messaggio comune che riguarda le tre religioni che sirichiamano ad Abramo?
Certo esiste anche un messaggio comune delle tre religioni e sarà occasione di ribadirlo nonostante la diversità delle origini. Abbiamo radici comuni perché come già detto il cristianesimo nasce dall’Antico Testamento e la scrittura del Nuovo Testamento senza l’Antico non esisterebbe, perché si riferisce in continuazione all’Antico. Ma anche l’Islam è nato in un ambiente dove era presente sia la legge dell’ebraismo sia diversi rami del cristianesimo, il giudeo-cristianesimo, il cristianesimo antiocheno e quello bizantino. Tutte queste circostanze si riflettono nella tradizione coranica. Perciò è importante avere da una parte i dialoghi bilaterali con gli ebrei e con l’Islam, dall’altra il dialogo trilaterale. Io stesso sono stato cofondatore di una Fondazione per il dialogo tra le tre religioni. Abbiamo anche fatto un’edizione dei libri delle tre religioni, il Corano, il Nuovo Testamento e l’Antico Testamento. Il dialogo trilaterale deve procedere: contribuisce alla pace e aiuta ciascuno a vivere bene la propria religione.

La diminuzione dei cristiani nel Medio Oriente e in particolare nella Terra Santa è un fenomeno preoccupante, con diverse ragioni di carattere politico, economico e sociale. Che cosa si può fare concretamente per aiutare la presenza cristiana nella regione? Ci sono speranze per questi cristiani nel futuro?
Certamente ci sono speranze. È un momento difficile, ma anche un momento di speranza di un nuovo inizio, di un nuovo slancio per la pace. Vogliamo soprattutto incoraggiare i cristiani in Terra Santa e in Medio Oriente a rimanere e contribuire a loro modo. Questi sono i Paesi delle loro origini e i cristiani sono componente importante della cultura e della vita della regione. In concreto la Chiesa oltre alla parola di incoraggiamento e la preghiera comune, promuove soprattutto scuole e ospedali. Sono realtà molto concrete. Le nostre scuole formano una generazione che avrà la possibilità di essere presente nella vita pubblica. In particolare stiamo creando un’università cattolica di Giordania. Questa università apre una grande prospettiva: giovani arabi musulmani e cristiani si incontrano e studiano insieme; si forma così un’élite cristiana preparata per lavorare per la pace. Le nostre scuole sono molto importanti per aprire il futuro ai cristiani. E gli ospedali per la salute offrono la loro presenza. Ci sono anche molte altre associazioni cristiane che aiutano in diversi modi i cristiani. Con aiuti concreti si incoraggiano i cristiani a rimanere. Spero che realmente i cristiani possano trovare il coraggio, l’umiltà e la pazienza di stare in questi Paesi, di offrire il loro contributo per il futuro del Medio Oriente.

LEGGI ANCHE: “Benedetto XVI inizia il viaggio di speranza” in Terra santa - Cronaca della prima giornata di viaggio

  • ignazio.ingrao
  • Venerdì 8 Maggio 2009

Benedetto XVI inizia il “viaggio di speranza” in Terra santa

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  • Tags: Benedetto XVI, Israele, papa
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Papa Benedetto XVI a Lourdes

«Ci possono essere state delle opinioni diverse in merito al momento più opportuno nel quale svolgere la visita ma non sulla visita in se stessa. Il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa è un viaggio di speranza». Con queste parole il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, cardinale Leonardo Sandri, replica alle obiezioni alla visita del Papa in Giordania, Israele e nei Territori Palestinesi, in programma dall’8 al 15 maggio. Le principali riserve al viaggio sono arrivate proprio dai cristiani che vivono in Terra Santa, ormai ridotti al lumicino (meno del 2% della popolazione) a causa delle continue emigrazioni. Il timore dei cristiani è di venire dimenticati o peggio strumentalizzati nel corso di un viaggio che rischia di essere monopolizzato dal tema delle relazioni tra Santa Sede e Israele (dopo la crisi provocata dal caso Williamson) e del dialogo con il mondo musulmano. Alla vigilia della partenza del Papa, Panorama ha intervistato il cardinale Sandri, che viaggerà accanto a Benedetto XVI.

Il delicato momento politico che attraversano sia il Governo israeliano sia l’Autorità Palestinese rischiano di condizionare pesantemente il viaggio del Papa?
«Al di là delle incertezze politiche del momento, la presenza del Papa è sempre portatrice di pace ed è stimolo al dialogo e alla riconciliazione. Purtroppo il processo di pace sarà ancora lungo e complesso: Benedetto XVI con la sua visita darà nuovo slancio a questi sforzi e sarà motivo di speranza per tutti i protagonisti di questo processo».

Il Papa non ha tenuto conto dei richiami alla prudenza avanzati dalla diplomazia e ha mantenuto fede al suo progetto di visitare la Terra Santa anche dopo il recente conflitto a Gaza. Come è nata questa sua forte determinazione?
«Posso testimoniare che Benedetto XVI fin dall’inizio del suo pontificato ha espresso il desiderio di visitare la Terra Santa. Anzi, se avesse potuto, avrebbe voluto che il suo primo viaggio del pontificato fosse nei luoghi di Gesù. Poi hanno avuto la precedenza visite in qualche modo già stabilite, per appuntamenti già fissati. E’ un viaggio che, nelle intenzioni di Benedetto XVI, può dare il tono a tutto il pontificato».

Gli israeliani hanno sollevato il problema della sicurezza. Il programma ha dovuto subire dei ridimensionamenti a seguito di questo allarme?
«Il programma è stato definito in precedenza, di concerto con le autorità del luogo. La sicurezza, come in ogni viaggio papale, è affidata al Paese che lo ospita. Il pontefice, infatti, non ha una sua guardia personale, se si eccettuano pochi gendarmi e qualche guardia svizzera. Perciò la responsabilità di garantire la sicurezza per lo svolgimento del programma grava su chi accoglie il Papa».

LEGGI ANCHE: Pio XII: le “ragioni della storia” per dimostrare che non fu il Papa di Hitler

  • ignazio.ingrao
  • Venerdì 8 Maggio 2009

La Chiesa e i preservativi in Africa: chiedete e vi sarà dato

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  • Tags: Benedetto XVI, joseph-ratzinger, preservativi
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Condom

da Luanda, Angola

Si fa ma non si dice. I missionari distribuiscono condom per prevenire l’aids anche se per la Chiesa resta un tabù. Mentre il Papa, in volo verso l’Angola, condannava il preservativo, religiosi e volontari salesiani (la stessa congregazione del segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone) distribuivano profilattici. Ottocento condom al giorno presso sei presidi e un centro salute del Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo, l’ong che fa capo ai salesiani) nella provincia di Moxico, 800 chilometri dalla capitale Luanda. Destinatari: le categorie a rischio, cioè prostitute, coppie con un coniuge sieropositivo, orfani e ragazzi di strada. Per l’attuazione di questo programma il Vis riceve 87.400 dollari l’anno dal Global fund, il programma delle Nazioni Unite per la lotta all’aids.

“Si tratta di un programma articolato di prevenzione dell’hiv-aids che non può assolutamente essere ridotto alla consegna dei condom” precisa a Panorama Paola Franchi, responsabile del Vis per l’Angola. “La distribuzione dei preservativi è circoscritta alle categorie ad alto rischio di contagio ma l’obiettivo principale del programma, svolto dai volontari in collaborazione con i religiosi, è l’educazione ai valori della famiglia, la fedeltà coniugale, il rispetto della persona. Puntiamo molto sui giovani per promuovere un cambiamento nei comportamenti sessuali. A tutti offriamo gratuitamente il test hiv”. I centri del Vis di Moxico non sono un’eccezione. Le suore francescane di San Josè distribuiscono condom a giovani e donne a rischio anche presso il centro sanitario Cefas nella capitale Luanda e presso i presidi di Santa Clara a Mabubas e di Sao Jeronimo a Boavista.
Finanziati con fondi dell’Unione Europea e della cooperazione italiana, questi tre centri sanitari fanno sempre capo ai salesiani, che si avvalgono inoltre dell’aiuto finanziario della società di costruzioni brasiliana Odebrecht, molto attiva in Angola. Per chi desidera, nei presidi c’è anche la dimostrazione pratica sull’uso del preservativo: con l’aiuto di una bottiglia le suore francescane mostrano come si infila e si sfila il condom.
In Angola l’Undp (il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo), attraverso il Global fund, finanzia con 2 milioni di dollari l’anno numerosi programmi di prevenzione dell’aids, gestiti da organismi cattolici, che prevedono anche la distribuzione dei preservativi. Fra i partner dell’Undp figurano, per esempio, l’ong Medicus mundi della Catalogna, di ispirazione cattolica, che riceve 162.455 dollari, e il Christian children fund, che ne ha ottenuti 127.500.
“Non serve distribuire profilattici come caramelle” avverte tuttavia Jorge Humberto Romero, pediatra argentino, da cinque anni responsabile dell’Undp per l’Angola. “I nostri programmi puntano a un’azione di prevenzione integrata dell’hiv-aids che passa anzitutto per una presa di coscienza del problema della popolazione e per un miglioramento dell’assistenza sanitaria. La distribuzione dei condom è utile, per alcune categorie a rischio, solo se si inserisce in questo quadro di interventi” aggiunge Romero.

I missionari e l’aids. Insomma, quello che in Vaticano fa ancora scalpore nella pratica non è più un problema: i missionari considerano il preservativo come un mezzo di prevenzione tra gli altri. Tanto che padre Bernard Joinet, missionario dei padri bianchi in Tanzania e docente presso la facoltà di medicina di Dar es Salaam, ha diffuso un manifesto che si ispira all’arca di Noé per propagandare l’uso del preservativo contro l’aids. Nel poster di padre Joinet si vedono tre barche sotto il diluvio universale: una si chiama astinenza, un’altra fedeltà e la terza è un gommone di salvataggio con la scritta “condom”. Il missionario invita le gerarchie della Chiesa a sostenere il modello di prevenzione riassunto nella formula Abc (abstinence, be faithful, condom), senza dimenticare nessuno dei tre elementi. “Per noi missionari la prevenzione primaria è complicata dal conflitto sul preservativo. Alcuni vescovi ne proibiscono l’uso persino alle persone sieropositive sposate” si rammarica padre Joinet. “L’uso del preservativo ha un duplice effetto: può impedire, nello stesso tempo, la vita e la morte. Trasmettere un virus mortale sembra infinitamente più grave dell’impedire l’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo, anche se protetto da un’enciclica”.

Tra i vescovi c’è chi ha raccolto l’allarme lanciato dai missionari. Come Eugène Lambert Adrien Rixen, di origine belga, vescovo di Goiás in Brasile, molto impegnato nella lotta all’aids e nella difesa dei diritti dei popoli indigeni: “Tra la camisinha (condom in portoghese, ndr) e l’espansione dell’hiv siamo obbligati a scegliere il male minore” ha dichiarato. Anche la rete contro l’aids dei missionari gesuiti in Africa (African Jesuit aids network) è sensibile a questo problema. Il gesuita Michael J. Kelly, docente all’università di Pretoria, in Sud Africa, include l’uso del preservativo fra gli elementi che devono costituire il programma di educazione preventiva all’aids. E riconosce che “le ragazze con più alto livello di scolarizzazione tendono a iniziare l’attività sessuale più tardi, più facilmente chiedono al partner di usare il condom e si sposano più adulte. Ciascuno di questi fattori contribuisce alla riduzione della trasmissione dell’hiv”.

Condom
Una suora distribuisce condom in Sudafrica

Il Vaticano. Tra i fautori del modello Abc (astinenza, fedeltà, condom) c’è fratel Daniele Giovanni Giusti, missionario comboniano, medico da 30 anni in Uganda. “Il preservativo ha funzionato in epidemie focalizzate e tra gruppi particolari: prostitute, omosessuali e drogati” riconosce il missionario. Perciò suggerisce “l’uso del preservativo come ripiego” per quanti non riescono a essere fedeli e ad astenersi dai rapporti sessuali a rischio. Consapevoli delle numerose “fughe in avanti” dei missionari, i vertici di religiosi e suore del mondo hanno promosso una mappatura degli interventi per l’assistenza, la cura e la prevenzione dell’aids. A livello personale, confida suor Maria Martinelli, comboniana, coordinatrice del progetto, “considerando che operiamo spesso con persone di diversa religione, cultura o etnia, certo non andiamo dicendo con il megafono di utilizzare il preservativo, ma ci rendiamo conto che serve”.
Dal Vaticano era giunto un timido segnale di apertura: i cardinali George Cottier e Carlo Maria Martini avevano sollecitato una revisione del magistero contro il condom, almeno nel caso di una coppia di coniugi del quale uno infetto. Il Pontificio consiglio per la salute e la Congregazione per la dottrina della fede avevano intrapreso un corposo studio della materia. Ma le parole di Joseph Ratzinger in Africa hanno chiuso l’argomento, almeno per ora.

Aids, condividete le parole del Papa contro l’uso dei preservativi in Africa?
  • ignazio.ingrao
  • Sabato 4 Aprile 2009

La radio della Chiesa, voce libera dell’Angola. Il Papa: “Africa reagisci”

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  • Tags: angola, papa, Radio-Ecclesia
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papa_angola
Nel generale silenzio dei mass media angolani, è stata Radio Ecclesia
l’unica voce libera del Paese che ha dato notizia della drammatica morte
di due ragazze
e del ferimento di 89 persone nella calca di fronte allo
stadio dos Coqueiros di Luanda, prima dell’incontro con il Papa. Di
proprietà della Conferenza episcopale angolana, con sede a Luanda in rua
Comandante Bula, Radio Ecclesia (www.radioecclesia.org) è una delle sole
tre radio private presenti nella capitale. Fondata nel 1954, venne
nazionalizzata nel 1978. Dopo vent’anni di trattative Radio Ecclesia è
tornata sotto il controllo della Chiesa angolana nel 1997, ma le è stato
vietato di continuare trasmettere su tutto il territorio nazionale. Così,
sulla frequenza Fm di 97,5 MHz la radio si può ascoltare solo a Luanda.
Invano i vescovi angolani, appoggiati dalla Santa Sede, in occasione della
visita del Papa, hanno chiesto al presidente della Repubblica, José
Eduardo Dos Santos (al potere da 30 anni), di liberalizzare le
trasmissioni della radio su tutto il territorio nazionale.

La voce libera dell’Angola
Per il Governo angolano è un’emittente scomoda: 40 giornalisti (tutti
giovani, alcuni anche cristiani non cattolici), altrettanti tecnici,
quattro studi con regia ricavati accanto alla sede della Conferenza
episcopale, Radio Ecclesia non si limita a trasmettere programmi di
interesse religioso. Anzi, il direttore, padre Maurizio Camuto, punta ad
una programmazione, 24 ore al giorno, a tutto campo: sette notiziari in
diretta, programmi di approfondimento, dibattiti politici, rubriche
economiche e reportage sulle principali emergenze sociali del Paese. “Ci
hanno soprannominato Radio Verdad” (Radio Verità), afferma con orgoglio
Cornelio Bento, giornalista dell’emittente e membro della Commissione
diocesana Giustizia e Pace. Cornelio cita gli ultimi reportage realizzati
Radio Ecclesia con i quali il presidente-padrone dell’Angola ha dovuto
fare i conti: il servizio sui numerosi bambini sbranati dai cani mentre
frugano tra i cumuli di rifiuti nelle discariche di Luanda; il reportage
sui profughi della guerra civile (terminata nel 2002) che ancora vivono
nella capitale ma sono rimasti senza casa perché sono stati cacciati per
far posto alle numerose costruzioni finanziate da cinesi e brasiliani; la
voce che è stata data dall’emittente all’opposizione e agli osservatori
dell’Unione Europea in occasione delle ultime elezioni del settembre
scorso, che hanno registrato la riconferma di Dos Santos. La prossima
battaglia dell’emittente, annuncia il giovane giornalista coraggioso, sarà
quella di fare propria l’azione TI (Transparency International) la
coalizione internazionale contro la corruzione (www.transparency.org)
impegnata a reclamare trasparenza negli investimenti e nella ripartizione
dei proventi dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi in Angola.

Cinque giornalisti arrestati
Non è da meno Emiliana Margareth Nangacovie Morais, 24 anni, incaricata di
viaggiare  con i giornalisti a seguito del Papa. Nelle scorse settimane ha
denunciato lo smantellamento di uno dei più antichi mercati di Luanda per
far posto alla costruzione di un centro commerciale, che ha lasciato sulla
strada centinaia di commercianti che avevano quel mercato come unica fonte
di sostentamento. Il coraggio di Radio Ecclesia è costato l’arresto di
cinque giornalisti nel 1998, rilasciati grazie all’intervento
dell’arcivescovo. “E’ duro lavorare in queste condizioni ma ci sentiamo
circondati dall’affetto e dall’ammirazione di tantissimi ascoltatori,
perciò andiamo avanti”, afferma Margareth. La speranza è che tra gli
impegni presi dal Presidente nei colloqui con Benedetto XVI, oltre alla
firma del Concordato, ci sia anche l’autorizzazione per Radio Ecclesia a
trasmettere in tutto l’Angola. Nel frattempo il divieto viene aggirato
grazie alla Radio Vaticana: l’emittente angolana invia a Roma i suoi
notiziari e i principali programmi e la Radio Vaticana li ritrasmette in
tutto l’Angola in onde corte. Oltre ad un po’ di pubblicità raccolta a
Luanda, la voce libera dell’Angola è finanziata grazie all’intervento di
tre organizzazioni internazionali cattoliche: la britannica Christian Aid,
l’irlandese Trocaire e l’olandese Niza. Ma per garantirne la sopravvivenza
servirebbero altri aiuti. Perciò il direttore, padre Maurizio fa appello
alla generosità di Chiese e organizzazioni di tutto il mondo.

Benedetto XVI torna in Vaticano
Con un deciso intervento per la difesa dei diritti della donna e per la
pace nella regione dei Grandi Laghi si è conclusa la visita del Papa in
Africa, l’11° viaggio internazionale di questo pontificato. Una visita
condizionata dalle polemiche sul no ribadito da Benedetto XVI all’uso del
condom per prevenire l’Aids e sul no all’inserimento dell’aborto nei
programmi di salute riproduttiva della donna in Africa. In realtà, il
viaggio del Papa è andato su due binari: la prima tappa, in Camerun, è
stata centrata sui problemi della Chiesa in Africa, con un forte appello a
promuovere una teologia africana, valorizzare i laici, evitare gli eccessi
nelle liturgie, salvaguardare la moralità dei sacerdoti. La seconda tappa,
in Angola, è stata focalizzata sui problemi economici e sociali del
continente: deciso l’invito di Ratzinger agli africani a farsi
protagonisti del proprio futuro. La denuncia della corruzione, della
discriminazione, dei conflitti etnici, si è accompagnata all’appello del
Papa alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace. Il pontefice ha
chiamato in causa i Paesi ricchi affinché smettano di fare dell’Africa
terra di conquista e l’aiutino a superare le pesanti conseguenze
dell’attuale crisi economica mondiale. Sullo sfondo l’Assemblea speciale
del Sinodo dei vescovi per l’Africa, in programma dal 4 al 25 ottobre in
Vaticano  che riporterà l’attenzione della Chiesa e del mondo sul futuro
di questo continente, con il tasso di crescita dei cattolici più alto del
mondo.

Ignazio Ingrao da Luanda - Angola

  • ignazio.ingrao
  • Domenica 22 Marzo 2009

Il Papa in Angola: “No alla stregoneria”. Nella calca muoiono due giovani

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  • Tags: angola, papa
  • Un commento

papa
Da Luanda - Angola
Un Papa affaticato dal caldo ma felice della straordinaria accoglienza che
gli sta riservando l’Angola, ha incontrato questa sera 30 mila giovani
nello stadio di Luanda. Momenti di festa, con danze e canti tradizionali
ma anche momenti di commozione con le testimonianze di giovani orfani,
mutilati e vittime della guerra civile durata 27 anni e conclusa nel 2002.
Solo diverse ore dopo il termine della cerimonia del Papa con i ragazzi,
la polizia angolana ha reso noto che due giovani sono morti e diverse
decine sono rimasti feriti o sono svenuti a causa del caldo e della calca
mentre tentavano di entrare nello stadio di Luanda e mentre aspettavano il
Papa sotto il sole.

Coraggio, il futuro è dentro di voi
«Vedo qui presenti alcuni delle migliaia di giovani angolani mutilati in
conseguenza della guerra e delle mine, penso alle innumerevoli lacrime che
tanti di voi hanno versato per la perdita dei familiari e non è difficile
immaginare le nubi grigie che coprono ancora il cielo dei vostri sogni
migliori», ha detto Benedetto XVI rivolgendosi ai giovani che lo
attendevano da ore sotto il sole, in un caldo soffocante. Il pontefice ha
voluto infondere fiducia ai ragazzi africani: «Il rinnovamento inizia
dentro; riceverete una forza dall’Alto. La forza dinamica del futuro si
trova dentro di voi». E ha voluto dare loro un nuovo slancio: «Coraggio!
Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non
distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di
andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. Non c’è
dubbio che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio
dell’avventura».

No alla stregoneria
Al mattino, nell’omelia della Messa celebrata con i vescovi, i sacerdoti e
i movimenti ecclesiali angolani Ratzinger ha affrontato un tema molto
avvertito in Africa: la stregoneria. «Tanti vivono nella paura degli
spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati,
arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più
anziani, perché - dicono - sono stregoni». Il problema, ha confermato a
Panorama padre Mario Candia, missionario salesiano da più di dieci anni in
Angola, «è molto sentito: soprattutto al nord, nell’enclave angolana di
Cabinda e al confine con il Congo e la Repubblica democratica del Congo.
Se accade qualche disgrazia in famiglia vengono incolpati bambini piccoli,
ammalati, o anziani. E spesso vengono isolati o fatti oggetto di torture».
Per superare la stregoneria e le superstizioni, profondamente radicate
nella cultura africana, secondo padre Mario «occorre fare una profonda
opera educativa, cominciando dai più piccoli, spiegando loro che la
stregoneria non esiste». Per questo la Conferenza episcopale dell’Angola e
Sao Tomé ha approvato un documento che condanna duramente il ricorso alla
stregoneria e vieta ai sacerdoti cattolici di prestarsi a compiere riti di
guarigione o di magia.

  • ignazio.ingrao
  • Domenica 22 Marzo 2009
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