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Era una delle sue grandi priorità durante la campagna elettorale del 2007, ora per Sarkozy è giunto il tempo di passare dalla parola ai fatti. Oggi, il presidente francese presenterà un progetto attesissimo tra i 12 milioni di cittadini che risiedono nella regione parigina. L’operazione si chiama Grand Paris, un progetto per decongestionare una metropoli divorata dal centralismo giacobino dello Stato francese e riassettare una rete di trasporti che vede le popolazioni periferiche emarginate dalla capitale. Come François Mitterand con la Piramide del Louvre o il quartiere affaristico della Défense, Sarkozy vuole lasciare un’impronta napoleonica sulla capitale.
In occasione della presentazione di dieci progetti architettonici sul Grand Paris, presso la Cité de l’architecure et du patrimoine, il presidente francese esporrà la sua visione del futuro urbanistico dell’Ile-de-France elaborata assieme al sottosegretario con delega allo sviluppo della regione parigina, Christian Leblanc. Per oltre un anno, gli studi di architettura sollecitati dall’Eliseo hanno avuto come missione quella di riflettere sui trasporti e il disequilibrio socio-economico e spaziale tra Parigi e le sue periferie.
tra gli architetti chiamati a raccolta ci sono l’ultimo vincitore del Premio Pritzker Jean Nouvel, l’architetto delle banlieue Roland Castro, il britannico Richard Rogers, l’olandese Winy Maas e Christian de Portzamparc.
Il oro lavoro deciderà sul futuro di 11,4 milioni di abitanti, i quali ora rischiano di ritrovarsi schiacciati nello scontro frontale che oppone il governo di Sarkozy (centrodestra) e i sindaci del centrosinistra, maggioritari nell’Ile-de-France.
A un anno delle elezioni regionali, la tensione è già alle stelle. Dal canto suo, Christian Blanc ha annunciato nel marzo scorso la creazione di una nuova linea metropolitana automotica con l’obiettivo di connettere i vari poli economici che circondano la capitale, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie TGV. Questa rete, di una lunghezza pari a 130 chilometri, prevede dai 10 ai 12 anni di lavori per un costo cmplessivo di 15-20 miliardi di euro. E poi c’è l’idea del presidente della Regione Ile-de-France, Jean-Paul Huchon, che punta invece su una rete metropolitana più ravvicinata alle porte della capitale. “Oggi le periferie della Seine-Saint-Denis o del Val-de-Marne sono ancora emarginate” sostiene Huchon. “Sebbene la distanza che separa la città di Saint-Denis da La Courneuve è di pochi chilometri, per recarsi da un centro urbano all’altro è più conveniente passare per il centro di Parigi”. Un’assurdità che Bertrand Delanoé intende combattere a modo suo. In una lettera aperta pubblicata su Le Figaro, il sindaco di Parigi propone di guidare un’iniziativa intercomunale battezzata “Paris Metropole” con l’incarico di federare i comuni dell’Ile-de-France attraverso “la concertazione”. Nel concreto, significa creare “un atelier degli spostamenti metropolitani” capeggiato da un “comitato di pilotaggio politico” coadiuvato da dieci studi di architetti del Grand Paris, le agenzie urbanistiche, il sindacato dei trasporti della regione e le grandi imprese.
Al di là degli scontri politici, i parigini chiedono gesti concreti. In un recente sondaggio, 81 per cento dei residenti dell’Ile-de-France mette l’organizzazione dei trasporti in cima delle loro priorità, seguito dallo sviluppo economico della regione (77 per cento). Per il 55 per cento delle persone interrogate il progetto Grand Paris deve essere pilotato dai comuni chiamati in causa.
Qui la foto gallery di Le Monde con i progetti per il Grand Paris.
LA GALLERY
Il presidente uscente, Abdelaziz Bouteflika, 72 anni, è stato rieletto trionfalmente alla guida dell’Algeria per un terzo mandato fino al 2013. In una conferenza stampa tenutasi stamane, il ministro degli Interni, Yazid Zerhouni ha dichiarato che “Abdelaziz Bouteflika ha ottenuto 12.911.707 voti”, cioè il “90,24% delle preferenze”. Cifre bulgare quindi che mettono a distanza siderale la sua concorrente più ‘temibile’, la comunista Louisa Hanoune, ferma al 4,22%, con a ruota Moussa Touati (2,31%), il nazionalista Fawzi Rebaine (0,93%) e l’islamista moderato Mohamed Said (0,92%). Dati che le opposizioni contestano duramente, accusando il regime algerino di aver organizzato una “gigantesca frode” a causa di migliaia di “voti falsi”.
Se alla vigilia del voto il trionfo di Bouteflika sembrava scontato, c’era il rischio per il regime una massiccia diserzione delle urne. Eletto due volte nel 1999 e nel 2004, il presidente algerino voleva a tutti costi avvalersi di una “maggioranza schiacciante” per consolidare il suo potere e trionfare sul suo peggior nemico: l’astensionismo. I dati diffusi ieri sera dal ministro degli Interni parlano di un tasso di affluenza record pari 74,11%, una cifra nettamente superiore rispetto al 59% registrato nelle ultime presidenziali del 2004. “Segnali rivelatori di tensioni e malcontento però” sottolinea l’agenzia di stampa missionaria internazionale Misna, “sono arrivati da alcuni incidenti che hanno accompagnato lo scrutinio soprattutto nella regione della Cabilia dove si concentra la minoranza berbera”, nota per la sua opposizione al potere centrale di Algeri.
Oggi circa 25 milioni di algerini sono chiamati alle urne per eleggere il prossimo presidente della repubblica. Con ogni probabilità, il presidente uscente Abdelaziz Bouteflika sarà riconfermato alla guida del paese per altri cinque anni. Già eletto nel 1999 e nel 2004, il presidente algerino intende avvalersi di una “maggioranza schiacciante” per consolidare il suo potere e soprattutto trionfare sul suo peggior nemico: l’astensionismo.
Di fronte alla disparità di mezzi tra l’attuale presidente e i suoi cinque concorrenti diretti, l’opposizione ha chiesto ai cittadini algerini di non andare alle urne. La Lega algerina per i diritti umani (Laddh) ha accusato i media ma anche governo, istituzioni ufficiali ed amministrazione di aver “favorito in maniera flagrante” Bouteflika durante tutta la campagna elettorale. Secondo uno studio della Laddh sulla stampa algerina il presidente uscente ha occupato il 27,63% dello spazio mediatico, seguito dal governo a lui favorevole col 14,91%. “In un paese immenso come l’Algeria (due milioni di chilometri quadrati, 48 province e 1.600 comuni, ndr)”
ricorda Jeune Afrique, “la presenza di uno staff efficiente e fortemente decentralizzato è essenziale” per la vittoria finale. Ora, “sin dai primi meeting, la differenza di mezzi tra i candidati è evidente. Le uscite di Bouteflika sono state organizzate con una precisione svizzera. Quelle dei suoi concorrenti molto meno”.
Se Mohamed Said (Partito per la libertà e la giustizia), Louisa Hanoune (Partito dei lavoratori), Moussa Touati (Fronte nazionale algerino), Djahid Younsi (leader islamista di El-Isah) e Ali Fawzi Rebaine (candidato di una piccola formazione nazionalista) non possono minimamente mettere in dubbio l’esito del voto, ben altra storia è invece il rischio di vedere gli algerini disertare le urne, con la conseguenza di minare la credibilità del presidente uscente. I timori dell’astensionismo sono tali che a più riprese, durante la campagna elettorale, Bouteflika ha trasformato il diritto civico di votare in un obbligo religioso. Lo scopo era duplice sottolinea Jeune Afrique: “Scongiurare gli appelli al boicottaggio dell’opposizione e rispondere ad Al Qaeda nel Maghreb islamico, che ha emesso una fatwa decretando il voto come eretico”. Ancora attivo in alcune aree del paese (la Cabilia, a Tebessa, lungo la frontiera algero-tunisina, e tra i monti del Zaccar, nel centro), lo Stato ha rafforzato con successo il suo dispositivo di sicurezza. Molto più incerta è invece la “battaglia” che Bouteflika deve vincere sul fronte più insidioso, quello di una gioventù algerina disillusa, rimasta ai margini del boom economico registratosi in Algeria dopo la guerra civile degli anni ‘90. Nonostante una crescita economica costante (+2,2% nel 2009 e + 3,5% nel 2010 secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca Mondiale), riserve di cambio pari a 140 miliardi di dollari e la valanga di soldi spesi per il rilancio delle infrastrutture (160 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni), la stragrande maggioranza della popolazione algerina - composta da giovani che alimentano
l’esercito degli harraga (ragazzi che “bruciano” le frontiere per sbarcare il lunario in Europa ndr) - deve ancora fare i conti con un tasso di disoccupazione che sfiora il 30% e un salario minimo mensile di 120 euro assolutamente irrisorio di fronte al carovita.
Molti esperti si chiedono se un terzo mandato basterà a Bouteflika per superare almeno tre sfide: consegnare un alloggio decente a 4 milioni di famiglie; combattere la disoccupazione giovanile; tagliare il cordone ombelicale tra l’economia nazionale e una produzione di idrocarburi che rappresenta il 98% delle esportazioni algerine. “Con la fine annunciata delle riserve di gas e di petrolio nel 2040″ ricorda Radio France Internationale, “il paese farà fatica a soddisfare le richieste della popolazione. L’Algeria non produce praticamente nulla, le importazioni di beni e servizi sono cresciuti del 300% tra il 2002 e il 2008″. In altre parole, se nulla verrà fatto per diversificare l’economia algerina, difficilmente il regime riuscirà a contenere le frustrazioni dei suoi figli.

Si chiama “terza onda” e, come uno tsunami, sta per abbatersi sul continente più flagellato del pianeta. Per l’Africa, il 2009 sarà un anno da dimenticare. E dopo un 2008 segnato dalla crisi alimentare, i paesi africani devono ormai fare i conti con gli effetti devastanti che sta provocando il crollo dell’economia mondiale. Il ruolo marginale del continente africano nel sistema finanziario internazionale aveva finora consentito all’Africa di rimanere al riparo della crisi dilagatasi nel settembre scorso nelle principali piazze borsistiche occidentali (la “prima onda”), ma dopo che il tonfo di Wall Street ha contaminato l’economia reale (”seconda onda”), i paesi africani non possono più ora chiamarsi fuori dalla mischia.
Un rapporto pubblicato dal Fondo monetario internazionale (FMI) nel marzo scorso rivela che il tasso di crescita del PIL africano passerà dal 5,5% registrato nel 2008 al 3% nel 2009. Secondo l’istituzione finanziaria, questa diminuzione costerà 18 miliardi di dollari ai 390 milioni di africani più poveri, ovvero 46 dollari pro capite e la perdita per ogni abitante del 20% dei propri introiti. “Con il rallentamento degli scambi commerciali e il crollo del valore di alcuni prodotti di esportazione sui mercati mondiali” spiega a Panorama.it Adama Wade, direttore della redazione del settimanale finanziario panafricano Les Afriques, “molti governi si ritrovano con le casse pubbliche vuote. Alcuni paesi hanno riserve di cambio pari a un mese, massimo due. Ancora una volta, questa crisi dimostra la fragilità del mondo economico panafricano”.
A quale fragilità si riferisce?
I settori attualmente più colpiti dalla crisi sono il tessile, il cotone e il turismo, quei settori considerati dagli esperti i principali ‘veicoli di trasmissione della globalizzazione’. Ora, gli unici legami che consentono all’Africa di non essere totalmente disconnessa dal mondo sono le esportazioni. Certo, il crollo degli scambi commerciali sta colpendo tutti i continenti, ma quello che rende più fragile gli africani rispetto agli europei o agli americani, è l’assenza di un mercato economico interafricano. Gli scambi tra regioni africane sono ancora troppo deboli, e questo limita fortemente la possibilità per i paesi fortemente vincolati alle esportazioni internazionali di ripiegarsi sui mercati africani per fronteggiare la crisi. L’Europa si è ricostruita nel Secondo dopoguerra attorno all’acciaio e al ferro, un processo di questo genere in Africa non è mai esistito. Ecco le ragioni della nostra fragilità.
Con quali le conseguenze sul piano sociale?
Contrariamente a quanto sta accadendo nei paesi occidentali o emergenti, in Africa non sono previsti licenziamenti di massa. Sebbene non possiamo avvalerci di stime sulla tendenza degli investimenti stranieri diretti, penso che gli investitori non abbandoneranno il continente. Certo, alcuni progetti come quello di Renault in Marocco rischiano di slittare, così come alcune iniziative portate avanti dai paesi del Golfo arabo in Tunisia, ma complessivamente i governi africani faranno molte pressioni affinché non ci sia una fuga di capitali. Detto questo, il vero problema è la spesa pubblica. Durante la crisi alimentare del 2008 i governi sono stati costretti ad attingere alle casse dello Stato con il risultato che oggi c’è un problema di liquidità. Non tutti però sono colpiti allo stesso modo. I paesi esportatori di petrolio come l’Angola, il Gabon o l’Algeria non sono ancora a rischio - il loro destino dipenderà dal crollo o meno del prezzo del barile nei prossimi mesi -, per altri invece, e mi riferisco ai paesi della fascia saheliana, si prospettano tempi molto duri. E in questi casi si sa che dovranno procedere a tagli pesanti nella spesa pubblica che andranno a colpire in primis i programmi socio-sanitari, con i rischi di malcontento sociale e di destabilizzazione politica che ne conseguono.
Il G20 ha promesso 25 milliardi di dollari da destinare a 27 paesi poveri, in maggioranza africani. Basterà?
Non credo. Ma quella del G20 rimane comunque una buona notizia.
Eppure alla vigilia del Summit i governi africani avevano chiesti 50 miliardi…
In realtà l’Africa si è di nuovo presentata in ordine disperso. Da un lato il Sudafrica, dall’altro il Nepad, poi l’Unione africana… A dire il vero, l’unico piano africano presentato a Londra è stato quello del Fondo monetario internazionale.
Che negli anni ‘80 ha invitato a politiche di aggiustamento strutturale che spesso hanno avuto effetti devastanti per l’Africa. E oggi molte Ong temono che la decisione del G20 di attribuire molto potere al FMI possa rendere più difficile la soluzione del problema.
Gli anni ‘80 sono lontani. Da allora, il Fondo è cambiato. Nell’ultima riunione che ha riunito a Dar-es-Salaam nel marzo scorso i responsabili del FMI, i ministri delle finanze africani e il settore privato, il direttore Dominique Strauss-Kahn ha fatto il mea culpa per il modo con cui l’istituzione finanziaria si era comportata nel passato. E il fatto che i nuovi prestiti abbiano tassi favorevoli è un buon segnale.

I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’ultimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega a Panorama.it Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.
Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere a Panorama.it. “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a Panorama.it sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari che ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.
La stessa Eternit, in base all’accusa del Procuratore della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, dovrà rispondere del reato gravissimo di disastro ambientale doloso e inosservanza dolosa delle norme di sicurezza. In vista della prima udienza preliminare fissata il prossimo 6 aprile, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis Marie Ghislain de Cartier (ex proprietari dell’Eternit) dovranno spiegare alla giustizia italiana decenni di indifferenza per la salute dei lavoratori di Eternit e confrontarsi con i parenti delle centinaia di vittime uccise dal mesotelioma. In tutto, 3.000 persone a cui il miliardario svizzero Schmidheiny è pronto a dare 60.000 euro a testa con la condizione che le famiglie non si costituiscano parte offesa.
Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel, “la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.
Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo.
Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.
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Sono stati assolti i quattro imputati sospettati di complicità nell’omicidio di Anna Politkovskaya, la giornalista russa resa celebre per le sue inchieste sulla guerra cecena e uccisa a colpi di arma da fuoco il 7 ottobre 2006 nell’ingresso della sua abitazione, a Mosca. Assieme a due fratelli ceceni, Djabral e Ibragim Makhmudov (accusati di complicità nell’esecuzione del crimine), sono stati assolti dal Tribunale di Mosca l’ex ufficiale di polizia, Serghei Khadzhikurbanov, indicato come mandante, e il colonnello Pavel Riaguzov, membro dei servizi segreti centrali russi (Fsb), scagionato dalle accuse di abuso d’ufficio e di estorsione.
Anna Politkovskaya era diventata famosa per i reportage pubblicati sul quotidiano russo ‘Novaya Gazeta’ in cui denunciava le atrocità perpetrate dai soldati federali durante la guerra in Cecenia. Mediatrice con i miliziani ceceni nel drammatico assalto al Teatro Dubrovka dell’ottobre 2002, Anna Politovskaya aveva anche subito un tentativo di avvelenamento mentre, sull’aereo, cercava di recarsi nella scuola di Beslan presa d’assalto dai separatisti islamici con centinaia di bambini al suo interno. La notorietà delle sue inchieste era diventata tale da irritare profondamente il Cremlino, il quale però ha sempre negato qualsiasi implicazione nell’omicidio. Politkovskaya aveva 48 anni quando è stata uccisa e madre di due figli. Dopo la sentenza del Tribunale moscovita, la pubblica accusa ha immediatamente fatto appello. I difensori della giornalista uccisa hanno sempre definito i tre imputati dei meri capri espiatori, sistemando che i veri colpevoli potevano contare su ottime protezioni ai livelli più alti del potere politico.

Sta calando la luna di miele tra Nicolas Sarkozy e i francesi. Dopo i successi eclatanti registrati in politica estera durante l’ultima presidenza europea, il presidente francese è tornato a confrontarsi con la dura realtà sociale d’Oltralpe. Tutta colpa della crisi, che ha costretto l’inquilino dell’Eliseo a rivedere totalmente il suo programma di rilancio economico incarnato dallo slogan elettorale di due anni fa “Lavorare di più per guadagnare di più”. Frastornati dall’ondata di licenziamenti che si sta abbattendo in Francia e un potere d’acquisto nuovamente in flessione, il 60% dei francesi ha finito per dare un giudizio negativo alla politica economica del governo. L’ultimo sondaggio BVA-BPI-Les Echos-France Info pubblicato ieri rivela che sei francesi su dieci giudicano inadatte le misure adottate dalla coppia Sarkozy-Fillon (Primo ministro). Di fronte alle prime ondate di protesta esplose nella scuola, nell’università e nelle realtà ospedaliere, il presidente francese è stato costretto ad accantonare il suo vasto di programma di riforme per concentrarsi su misure socio-economiche d’emergenza con lo scopo di arginare il malcontento sociale.
Dopo un’apparizione televisiva a reti unificate in cui aveva annunciato un incontro con sindacati e imprese, ieri Nicolas Sarkozy ha presentato ai partner sociali un pacchetto di misure finanziarie e fiscali per affrontare la crisi economica. Di un costo complessivo tra 1,65 e 2,65 miliardi di euro, il piano intende sostenere i consumi (col taglio all’imposta sul primo scaglione di reddito) e coordinare gli sforzi per proteggere gli impieghi (col varo di un Fondo per gli investimenti sociali”). Sul tavolo delle discussioni Sarkozy ha proposto un contributo una tantum di 400-500 euro ai disoccupati e l’aumento dell’indennità per i lavoratori in cassa integrazione dal 60 al 75% dell’ultimo stipendio lordo. Definendo queste misure “insufficienti”, i sindacati hanno confermato la loro giornata di mobilitazione prevista il 19 marzo. Il malcontento si è verificato anche nei ranghi del Medef (l’equivalente in Francia della Confidustria), poco soddisfatto dalle pressioni esercitate da Sarkozy sugli imprenditori per spartire i profitti sulla base della ‘regola di ripartizione dei tre terzi’ (un terzo ai dipendenti, un terzo agli azionisti e il resto agli investimenti). La presidente del Medef, Laurence Parisot, si è dichiarata contraria al desiderio del capo di stato transalpino di affrontare questo tema attraverso discussioni di livello nazionale con i sindacati. “Ogni anno” ha dichiarato la Parisot, “imprenditori e salariati si confrontano sulla spartizione del valore aggiunto, ma questo dialogo avviene all’interno delle imprese e non sul piano nazionale con i sindacati”. La Parisot non si è invece pronunciata sul taglio che Sarkò intende dare ai bonus degli imprenditori.
Per l’Eliseo, l’adozione di questo pacchetto fiscale e finanziario è importante per contrastare il malessere sociale che sta dilagando in Francia. E si sa, in uno Stato ipercentralizzato come quello francese le rivolte scoppiano sempre in periferia. Nicolas Sarkozy ne ha già fatto la triste esperienza nel 2005 quando in veste di ministro degli Interni dovette affrontare le rivolte giovanili scoppiate nelle banlieues. In veste di primo cittadino, deve ormai fare i conti con un’ondata di proteste del tutto inaspettate che stanno infiammando i territori d’Oltremare situati nei pressi dell’America centrale. Prima la Guadalupe, poi la Martinica e da ieri la Guyana, quelle che vengono definite ‘le periferie delle periferie’ sono in rotta di collisione con lo Stato centrale. All’origine del malcontento espresso con ripetuti atti di saccheggio nei negozi e di scontri violentissimi contro le forze dell’ordine, è la richiesta fatta dai sindacati locali di aumentare di 200 euro i salari dei lavoratori più poveri. Su sfondo di risentimento razziale (questi territori erano ex colonie francesi), le frangi più disperate della gioventù locale sono protagonisti di violenze che hanno già fatto una vittima. Secondo la testimonianza di una fonte della polizia di Point-à-Pitre (Guadalupe) raccolta ieri sera da Panorama.it “la situazione è esplosiva, siamo a due passi dalla guerriglia. Purtroppo, le forze dell’ordine, prive di mezzi adeguati, sono totalmente sorpassate dagli eventi”. Di fronte all’emergenza, Sarkozy ha annunciato per stasera un intervento televisivo su RFO (rete francese d’Oltremare) che seguirà il suo incontro all’Eliso con i rappresentanti locali. Da parte sua, il primo ministro François Fillon ha rivelato stamane che il governo è sul punto di accettare le richieste dei sindacati.
E Liliam Thuram disse no. No al presidente Nicolas Sarkozy e al suo consigliere numero uno, Claude Guéant, che gli avevano chiesto di entrare nel nuovo governo Sarko II per diventare Ministro della Diversità. L’ex calciatore della Juventus e della nazionale trionfatrice ai Mondiali di calcio del 1998, rivela in un’intervista rilasciata a Le Monde di “aver discusso a lungo” con Sarkozy, “ma per motivi evidenti, non avevo altra scelta se non quella di rifiutare…”.
Noto per le sue dichiarazioni pubbliche contro il razzismo e le politiche discriminatorie nei confronti degli immigrati, Thuram, membro tra l’altro dell’Alto consiglio all’Integrazione (un’istituzione con ruolo consultivo riallacciata ai servizi del Primo ministro francese), non è mai stato tenero nei confronti di Sarkozy. Già nel novembre 2005, durante le rivolte giovanili nelle
periferie d’Oltralpe, era stato tra i primi a criticare le dichiarazioni di Sarkò, allora ministro degli Interni, pronto a “ripulire le banlieues” con il “karcher” (l’idrante utilizzato per il lavaggio delle auto).
Passano due anni. Nel corso di una campagna presidenziale segnata dalla volontà di Sarkozy di voler soffiare voti al leader ultranazionalista Jean-Marie Le Pen, Thuram accusa il candidato di centrodestra di tenere “un discorso razzista” e di “banalizzanire” le idee dell’estrema destra francese. L’ex stella del Barcellona vede come fumo negli occhi la volontà del futuro presidente della repubblica di creare di un ministero dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale. “Adesso sostiene che l’immigrazione è un pericolo per l’identità francese” disse all’epoca Thuram. “Ma non mi sorprende, ormai lo conosco”.
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