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Di professione Christine Knaevelsrud fa la psichiatria. Ma ciò che la distingue da molti suoi colleghi sono le terapie che effettua a distanza. Via Internet. Il suo principio è piuttosto semplice: meglio esorcizzare i fantasmi della psiche in rete che reprimere il dolore nel silenzio. Per i trecento iracheni che hanno accettato di affrontare i loro demoni partecipando al programma Interapy lanciato in primavera 2008 dalla dottoressa Knaevelsrud, direttrice del Centro di trattamento delle vittime di tortura (BZFO) di Berlino, la web-terapia è stata salutare. Ideata nei Paesi Bassi alla fine degli anni ‘90, la “web-terapia” (o terapia scritta via web) si è diffusa in Scandinavia, Stati Uniti, Australia, ma a raggio limitato (le spese mediche non sono coperte dallo Stato).
“Signore, che cosa mi sta accadendo? Potrò rivedere la mia famiglia, anche solo per un giorno? Sogno il mio cadavere gettato in mezzo al nulla. Temo il dolore che posso provocare ai miei parenti. E piango… umiliato, terrorizzato, senza speranza”. Le parole indirizzate da N. valgono più di mille immagini diffuse dai media sulla guerra in Iraq. “All’epoca dei fatti N. aveva 24 anni - scrive Le Monde - “lavorava come consulente per una società di trasporti a Baghdad, quando una gang di uomini armati hanno fatto irruzione nei locali dell’impresa… Il seguito, N., non è mai riuscito a raccontarlo a nessuno. Fino a che, seduto davanti a un computer in un internet café, teleguidato da una “web-terapeuta”, il giovane iracheno decide di lanciarsi. La violenza dei colpi subiti durante il rapimento, la pistola puntata sulla sua tempia, le esecuzioni sommarie di cui è stato testimone oculare”, tutte queste violenze “sono già state descritte in due precedenti email. Ora si tratta di focalizzarsi sul vissuto” e i traumi lasciati dal sequestro.
Knaevelsrud non ha dubbi: “È la tappa più delicata del programma. I pazienti si sforzano di descrivere nei dettagli i loro ricordi senza crollare. A questo stadio, molti di loro non si sentono in grado di andare avanti. A coloro che crollano diciamo che questo confronto è necessario, affinché possano riprendere il controllo del loro trauma”. In mancanza di psicoterapeuti iracheni (“Sono tutti fuggiti all’estero” assicura la Knaevelsurd), le vittime del conflitto non hanno altra scelta se non quella di affidarsi a uno psichiatria di cui non conosceranno probabilmente mai il volto, ma la cui voce, professionalità e conoscenza dell’arabo sono gli unici appigli per tornare a una vita ‘normale’.
Nel caos di una guerra che ha distrutto infrastrutture e mezzi di comunicazione, BZFO decide di promuovere il suo servizio attraverso appelli lanciati sui media arabi. Al-Arabiya, CNN o BBC in arabo accettano di aiutare il centro di ricerca tedesco nella sua strenua volontà di assistere on line e gratuitamente le vittime del conflitto. A convincere gli iracheni sin qui coinvolti è la dimensione anonima della terapia. “Dopo un questionario che consente di diagnosticare la natura dei traumi, la terapia, che dura in media cinque mesi, prevede la redazione di una decina di email, ciascuna delle quali deve essere redatta in 45 minuti, secondo un calendario fissato dagli web-terapeuti (una dozzina in tutto quelli coinvolti nel programma iracheno, ndr)”. Per Christine Knaevelsrud, “i pazienti iracheni sono più efficienti nella progressione della terapia: i segni di miglioramento dei loro sintomi sono due volte superiori rispetto alla media”.
Un “miracolo” che Le Monde giustifica con la grande libertà di parola concessa alle vittime in una società, quella araba, “dove il sentimento di perdita di dignità da parte di un individuo si ripercuote immediatamente sulla sua famiglia o la sua collettività – il che rende ogni confidenza impossibile, per paura di essere stigmatizzato – o dove i pensieri di suicidio, condannati dalla religione, sono inammissibili”. Tra i limiti della ‘web-terapia’ c’è l’enorme difficoltà di accesso degli iracheni alla Rete. Appena il 2% della popolazione è in misura di navigare sul Web. Una miseria che giustifica il numero dei partecipanti al programma lanciato un anno fa da BZFO. “Ma è sempre meglio di nulla” conclude la dottoressa Knaevelsrud.

Ormai è ufficiale. Yves Leterme “non è candidato né alla sua successione, né per esercitare altre funzioni in un nuovo governo”. A rivelarlo è stato ieri sera il portavoce dell’ex Primo ministro cristiano-democratico belga, dimessosi venerdì scorso in seguito all’ennesima débacle politica di un paese ormai totalmente allo sbando e a rischio dissoluzione.
Laboratorio del federalismo in Europa, il Belgio è in preda dal 2007 a una crisi di politico-identitaria gravissima che oppone leader fiamminghi e valloni. A questo si aggiunge la crisi economica, che ha fatto di Leterme la prima vittima politica europea dello tsunami finanziario. All’origine delle dimissioni del premier belga c’è la rivolta di duemila azionisti della Banca Fortis. Travolto dalla valanga dei mutui subprime, due mesi fa Fortis viene salvata dal governo belga che decide di rivendere il 75% del capitale alla banca francese BNP-Paribas. Ma le condizioni di vendita non convincono molti piccoli azionisti. Il loro ricorso è accolto dalla Corte d’appello che congela la fusione tra l’istituto di credito belga e BNP-Paribas. Il “Fortisgate”, come viene soprannominato in Belgio, esplode il 18 dicembre scorso quando il presidente della cassazione scrive una lettera di fuoco al presidente della Camera dei deputati in cui rivela le pressioni esercitate dall’entourage di Leterme per ottenere una sentenza diversa da quella poi emessa dalla Corte d’appello di Bruxelles. I contenuti finiscono sui giornali. La carriera politica di Leterme, giunta al suo apice quando era ministro-presidente della Regione Fiamminga, si chiude in modo disastroso sul piano federale con le dimissioni rassegnate per la quarta volta in meno dei sedici mesi.
Manco a dirlo, la stampa belga si è scatenata: “Il fallimento di Leterme” titola il quotidiano fiammingo De Morgen, mentre nella sua edizione di venerdi’ Le Soir () non esitava a parlare di “Caos totale”. Come ricorda il cugino francese Le Monde, “l’ex primo ministro se ne va senza aver realizzato nemmeno uno degli obiettivi che si era fissato: un budget in equilibrio, la scissione del comune di Bruxelles-Hal-Vilvorde o, soprattutto, il progetto di ridare “credibilità” alla classe politica”.
“Purtroppo il calendario gioca in nostro sfavore” spiega stamane a Panorama.it la redattrice di De Morgen, Liesbeth Van Impe. “Di fronte alla crisi economica, è necessario formare al più presto un nuovo governo in grado di traghettare il paese fino alle elezioni politiche di giugno prossimo. Tuttavia, sono pochi i leader disposti a sostituire Leterme: il rischio di fallire è troppo alto”. Da anni, le Fiandre, la regione più ricca del Regno, chiede più autonomia nei confronti di un governo federale a cui i Valloni si aggrappano disperatamente per non sprofondare in una crisi economica irreversibile. Oltre alla possibilità di legiferare autonomamente sulla politica fiscale o la previdenza sociale, la richiesta fatta dai fiamminghi di separare il comune bilingue di Bruxelles-Hal-Vilvorde (BHV) dalla Regione mista di Bruxelles ha spinto i francofoni in trincea. Leterme, di origine fiamminga, sperava di ammorbidire le posizioni della sua comunità convincendo la parte franconfono a seguirlo in un percorso di riforme istituzionali decisivo per salvare l’unità del paese.
Con le dimissioni della massima carica dello Stato, la patata bollente passa ora tra le mani di Alberto II. Dal suo cilindro il sovrano dovrà tirare fuori un nome. E presto. Ieri notte, il sovrano ha ricevuto la presidente del CD&V, il partito fiammingo di Leterme, vincitore alle ultime elezioni del 2007. Ma la candidatura di Marianne Thyssen, nota per la sua inesperienza e la sua scarsa presa sul partito, non convince nessuno. Gli sguardi sono comunque tutti orientati verso il CD&V: alla guida di un cartello composto da liberali e cristiano-democratici, spetta al partito di Leterme la priorità di proporre il prossimo Primo ministro. Oltre la Thyssen, le ultime ore vedono tra i favoriti Jean-Luc Dehaene. Soprannominato “l’idraulico” per la sua capacità a tappare i buchi, l’ex premier non gode i favori dei liberali francofoni e fiamminghi. Lo stesso discorso vale per un altro liberale, Didier Reynders, ministro delle finanze brillante e rispettatissimo a livello europeo, ma odiatissimo dal partito socialista. Per scongiurare il peggio, il re Alberto II sarebbe addirittura pronto a richiamare ‘in patria’ l’attuale Commissario europeo agli Affari umanitari, l’esplosivo Louis Michel. Un jolly dell’ultimo minuto che riflette lo stato di disperazione in cui versa il Paese.
Dopo il sì dei 27 Stati membri dell’Unione Europea al pacchetto clima-energia, si apprende il fallimento della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico che si è chiusa a Poznan (Polonia). Per capire l’impatto delle scelte adottate dai capi di Stato e di governo Ue sul destino della lotta mondiale ai cambiamenti climatici e le sfide che attendono il mondo nel 2009, Panorama.it si è rivolto a uno dei maggiori esperti europei di ambiente, Christian Egenhofer, responsabile del programma ‘Clima e ambiente’ presso il Centre for European Policy Studies.
Alcuni parlano di una giornata storica, le ong sostengono invece che si tratta di un accordo molto deludente, se non dannoso per il clima. Qual è la sua opinione?
Il consenso raggiunto oggi dai 27 Stati membri dell’Unione Europea sarebbe stato impensabile due anni fa. Da questo punto di vista, penso che si tratti di un accordo positivo.
Perché?
La Commissione europea ha dovuto fare i conti con delle lobby industriali estremamente agguerrite. La prova più lampante di queste pressioni è la decisione presa dai capi di Stato e di governo di consentire alle industrie più energivore di ricevere gratuitamente delle quote di CO2, consentendo loro di continuare ad emettere gas a effetto serra senza dover pagare nelle aste di CO2 ulteriori diritti di emissione di anidride carbonica rispetto a quelli attuali.Quali i paesi favoriti da questo accordo?
Più che di paesi parlerei di industrie. E questo è forse l’aspetto più negativo dell’accordo, o meglio è il prezzo che la Commissione Ue ha dovuto pagare per convincere i paesi membri a sottoscrivere il pacchetto.Ma non è stato facile. Stati importanti come l’Italia e la Germania hanno dimostrato grandi reticenze, giustificando le loro posisizioni con la necessità di dover difendere industrie nazionali già minacciate dalla crisi economica. Possiamo parlare di timori giustificati?
Sì e no. Direi che gli obiettivi fissati dalla Commissione europea mettevano a rischio circa il 20% delle industrie. Penso ad esempio al settore dell’alluminio o dell’acciaio. Ma anche in questi casi, non tutti prodotti sono esposti agli stessi rischi. Dalle ricerche e testimonianze che ho raccolto in Germania, alcuni aziende attive nell’acciaio agiscono sul mercato in regime di monopolio. A breve termine, queste aziende non sono minacciate. Per rispondere alla sua domanda, direi che le paure agitate dai paesi cosidddetti più a rischio erano esagerate. Per l’Italia, l’unico pericolo che intravedo è per il settore dell’elettricità. In realtà, la minaccia più grave che pesa sull’Italia non è tanto il CO2, ma la mancanza di competitività dell’industria italiana.
Quale impatto potrebbe avere l’accordo di Bruxelles sulla lotta mondiale contro i cambiamenti climatici?
So che le ong parlano di impatto devastante. Ma bisogna ammettere che senza un accordo, e parlo di qualsiasi accordo, l’Unione Europea avrebbe dato un pessimo segnale. Negli ultimi anni, Bruxelles si è posta all’avanguardia delle battaglie ambientaliste cercando in tutti i modi di convincere i propri partner sulla necessità di fare qualcosa per il clima. Basti pensare agli obiettivi che erano stati patuiti un anno fa quando la Commissione Ue proponeva di ridurre di oltre il 30% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. Poi la crisi finanziaria si è messa di mezzo e alcuni paesi hanno approfitatto della situazione attuale per ridimensionare le ambizioni del passato. Detto questo, con l’adozione del pacchetto clima, l’Unione Europea continua a stimolare il resto del mondo a proseguire gli sforzi necessari per salvare il pianeta. Certo, la strada è ancora molto lunga, ma oggi Bruxelles ha lanciato un segnale molto importante. In caso di fallimento, si sarebbe corso il rischio di vedere alcuni paesi approfittare del passo falso commesso dall’Ue per sospendere le loro azioni a favore dell’ambiente.
Prendiamo il Messico: nel febbraio prossimo, il parlamento messicano è chiamato a pronunciarsi su un programma ambientale estremamente ambizioso che prevede una riduzione delle emissioni di CO2 di oltre 50% da qui al 2050. Come il Messico, ci sono tanti altri paesi emergenti decisi a seguire l’Unione Europea, il che dovrebbe facilitare le discussioni attorno alle scelte che il mondo dovrà assumere alla Conferenza internazionale sul clima prevista a Copenhagen nel 2009.
Intanto la Conferenza preparatoria di Poznan non ha dato i frutti sperati. Perché?
In Polonia erano in corso ben cinque negoziati. Quello più problematico ha opposto i paesi ricchi a quelli poveri sui compensi finanziari che l’Occidente dovrebbe versare al Sud del mondo. Secondo i scienziati, i danni ambientali provocati da Europa e Stati Uniti rischiano di compromettere il futuro di molti paesi in via di sviluppo. Tanto per dare un esempio, l’Africa, che emette circa il 7% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, sarà uno dei continenti più colpiti dal degrado ambientale. Nel quadro del protocollo di Kyoto, è stato creato una tassa del 2% sui progetti di “meccanismo di sviluppo pulito” che consente di investire in tecnologie senza CO2 nei paesi poveri per acuistare diritti di emissioni di CO2 nei paesi benestanti. Ora, questo 2% deve alimentare un “fondo di adattamento al cambiamento climatico” destinato a compensare i danni provocati dai paesi più inquinanti su quelli che inquinano di meno. Purtroppo, le centinaia di milioni di euro messi sul piatto a Poznan sono poca cosa rispetto alle decine di miliardi annui necessari per alimentare il fondo.
Insomma la strada per salvare il pianeta è ancora molto lunga…
Direi proprio di sì. Basti pensare che se anche il mondo decidesse di seguire l’Unione Europea e abbassasse del 20% le emissioni di gas a effetto sera entro il 2020, il pianeta rimarrebbe sottoposto a un degrado ambientale irreversibile. Ma sono ottimista e voglio sperare che la decisione presa dal Consiglio europeo sul pacchetto clima sia soltanto un nuovo passo avanti verso una presa di coscienza reale da parte delle nostre leadership dei rischi che stiamo correndo. Per fortuna ci sono segnali positivi: la Cina sta facendo sforzi importanti, mentre con Obama gli Stati Uniti dovrebbero tornare ad essere un alleato solido sul fronte ambientale.
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Le emissioni inquinanti al centro dei negoziati a Bruxelles
Da Bruxelles
Berlusconi l’aveva promesso: “esamineremo le proposte e io avro’ la responsabilità di dire si’ o no: se gli interessi degli italiani saranno colpiti, io opporro’ il diritto di veto e non avro’ nesssuna esitazione a farlo”. Per ora la carta del veto il premier italiano se l’è tenuta in tasca, ma in una notte che si annuncia molto lunga, nessuno a Bruxelles esclude la possibilità che l’Italia, assieme a Germania e ai paesi dell’ex blocco socialista, si opponga al ‘pacchetto energia e clima’ attualmente in discussione dal Consiglio europeo. I capi di Stato e di governo Ue sono chiamati a pronunciarsi sul cosiddetta ‘direttiva 20-20-20′ i cui obiettivi, definiti dalla Commissione europea nel marzo 2007, prevedono di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas a effetto serra del 20% e contemporaneamente aumentare della stessa percentuale l’efficienza energetica e la quota di energia rinnovabile.
Alla vigilia di un Summit definito dal presidente della Commissione Ue, José Manuel Barosso, “tra i più importanti degli ultimi anni”, Silvio Berlusconi si era dichiarato contrario al pacchetto clima proposto da Bruxelles per i danni che avrebbe provocato all’industria italiana in un periodo di grave crisi economica. Di che cosa si tratta? Per ridurre del 20% le emissioni di anidride carbonica rispetto ai livelli raggiunti nel 1990, la Commissione Ue vuole imporre alle grandi industrie di pagare i diritti di emettere CO2 (oggi gratuiti) a partire del 2013 per raggiungere il 100% dei diritti di emissione a pagamento nel 2020. L’ultima bozza preparata dalla presidenza francese prevedeva che il 90% dei diritti di inquinare fossero attribuiti sulla base delle emissioni registrate nel 2005 (e non nel 1990) e il 10% restante in funzione del Prodotto interno lordo.
Di fronte alle pressioni esercitate da Italia, Germania e Polonia (tutti paesi economicamente dipendenti da un settore industriale inquinante, in particolar modo Varsavia), la presidenza di turno francese dell’Ue ha provato a soddisfare la richiesta dei governi italiano e tedesco di non penalizzare le loro industrie (tra cui acciao, alluminio, cemento e chimica), esentando la maggioranza dei comparti industriali dall’obbligo di pagare dei diritti di inquinamento dal 2013 (inizialmente il presidente francese aveva proposto una quota di pagamento limitata al 20% nel 2013 e al 70% nel 2020). Secondo fonti raccolte dall’Ansa, la delegazione italiana sostiene che i “passi avanti” compiuti “non sono sufficienti”. Per ora, le industrie manifatturiere dell’Italia sarebbero garantite da esenzioni per l’85-90%. “Si sta trattando sulla fetta mancante per portare le esenzioni al 100%”, e includere cosi’ i settori della carta, del vetro, della ceramica e della siderurgia (tondino per cemento armato).
Ma la reticenze dell’Italia non si fermano qui. In serata, i rappresentanti italiani hanno presentato un emendamento che, oltre alla richiesta di una maggior tutela dell’industria manifatturiera, chiede di migliorare l’ulilizzo dei meccanismi di flessibilità consentiti dai crediti derivanti dai progetti di sviluppo realizzati in altri paesi, di migliorare la distribuzione dei fondi per i progetti di stoccaggio del carbone, e di ottenere una clausola di revisione generale del pacchetto che tenga conto dei risultati della Conferenza mondiale sul clima prevista a Copenhagen a fine 2009. Su quest’ultimo punto, l’Italia chiede che la Commissione Ue verifichi la disponibilità di paesi super-inquinanti come Cina e Stati Uniti a ridurre le loro emissioni di CO2. Per il governo Berlusconi, la lotta contro i cambiamenti climatici deve essere collettiva, da sola l’Ue corre il rischio di portare avanti una battaglia persa in partenza. Chi contesta la posizione dell’Italia sostiene invece che, in caso di mancato accordo, l’Unione Europea, sin qui all’avanguardia sul fronte ecologico, rischia di presentarsi all’appuntamento decisivo di Copenhagen con posizioni estremamente deboli, al punto di farsi rubare la scena dagli Stati Uniti. Al contrario di Bush, il futuro inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, intende infatti porre il clima in cima alla sua agenda politica. Prova ne è la decisione del suo staff di affidare le redini del sistema energetico statunitense a Steven Chu, vero e proprio guru dell’energia rinnovabile.
E proprio sulle rinnovabili domani i 27 Stati membri dovrebbero trovare un accordo che sottoscrive la decisione assunta il 9 dicembre sera durante il negoziato a tre (il cosiddetto ‘trilogo’) tra rappresentanti del Parlamento Ue, la presidenza di turno francese del Consiglio europeo e la Commissione Barroso. In attesa del si’ definitivo previsto durante la Plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo (15-18 dicembre), il ‘trilogo’ ha confermato l’obiettivo di portare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020 attraverso ‘target nazionali vincolanti’. Ma al pari dei due altri obiettivi iscritti nel pacchetto 20-20-20, non tutti paesi membri Ue possono garantire il raggiungimento di questa quota nei tempi previsti. Da cui la richiesta espressa dall’Italia di fissare tale quota al 17% con una ‘clausola di revisione’ nel 2014. A Bruxelles le deroghe richieste dall’Italia sul ‘pacchetto 20-20-20′ non sorprendono nessuno. L’ultimo rapporto del German Watch sul Climate Change Performance Index, cioè lo studio internazionale che valuta la qualità degli interventi per la riduzione dei gas serra nei Paesi industrializzati ed emergenti realizzato con la collaborazione di Legambiente, colloca il nostro paese al 44° posto sui 57 paesi a maggiori emissioni di CO2. “Una performance disastrosa” tuona Legambiente, “che rispecchia il cronico ritardo dell’Italia nel raggiungimento degli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto”. A undici anni di distanza dalla sua firma, “l’Italia è uno dei Paesi europei dove i gas serra sono cresciuti rispetto ai livelli del 1990 (+9,9%), nonostante il trattato internazione imponga un taglio del 6,5%”.
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“La Cina minaccia Parigi” (Liberation), “Cina: il dilemma di Sarkozy” (Le Nouvel Observateur), “Dalai-Lama: Pechino fa pressione su Sarkozy” (Le Parisien), “Il Dalai-Lama con Sarkozy: Pechino vede rosso” (Ouest France). Questi i titoli con cui la stampa d’oltralpe ha deciso di commentare l’incontro previsto domani in Polonia tra il presidente francese Nicolas Sarkozy e il Dalai-Lama. E non poteva essere diversamente. La scelta di Sarko’ di voler incontrare personalmente il leader tibetano continua a mandare in bestia delle autorità cinesi ormai completamente disorientate dai rapporti diplomatici che la Francia intende portare avanti con la Cina. Questo almeno è il parere di Le Monde, secondo il quale dopo un inizio incoraggiante contrassegnato da accordi commerciali importanti siglati nel novembre 2007 “la relazione con la Cina è progressivamente sprofondata in un abisso di incomprensione e di acrimonia”. Il peggioramento delle relazioni sino-francesi coincide con le rivolte esplose nel marzo scorso in Tibet. “Prima silenzioso, il capo di Stato ha modificato la sua posizione in seguito allo choc che aveva provocato la repressione cinese sull’opinione pubblica francese”. Da cui la sua decisione, poi rivista, di non partecipare all’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Il resto è una questione di forma: “annunciando in pubblico, e in maniera improvvisata, il suo incontro con il Dalai-Lama, Sarkozy ha ravvivato tensioni” che si erano dissipate durante l’estate scorsa. Le conseguenze sono state pesantissime: con un gesto senza precendenti nelle relazioni diplomatiche tra Ue e Cina, Pechino ha deciso di cancellare il Summit sino-europeo previsto a Lione il 1 dicembre scorso imputando alla Francia la colpa di questa decisione. Per Vincent Jauvert, editorialista del settimanale di centro-sinistra Le Nouvel Observateur, “la Cina rimane un dilemma per Sarkozy”, troppo attaccato ai giudizi di un’opinione pubblica francese estremamente sensibile al caso tibetano, e nel contempo conscio che “la Francia ha più che mai bisogno della Cina: al Consiglio di sicurezza Onu per i dossier iraniano, libanese, africani; al G20 per costruire un sistema finanziario internazionale. Ma Sarkozy ha anche un bisogno ernome del mercato cinese per strappare punti di crescita indispensabili all’economia francese”.
Ma davvero i rapporti tra Cina e Francia sono così a rischio? No sostiene Le Figaro, quotidiano vicino a Sarkozy, che preferisce parlare di “minaccia sapientemente distillata“. Il parametro con cui Arnaud de La Grange misura l’ira dei cinesi è Internet: “a differenza della crisi della primavera scorsa”, periodo in cui i prodotti francesi furono oggetti di una pesante campagna di boicottaggio, “le autorità non sembrano voler aizzare la collera cinese su Internet”. Del resto, “il tema ‘Francia’ non è molto all’ordine del giorno nei forum. E le visite sulle discussioni anti-francesi si contano in decine di migliaia, e non in millioni come nell’aprile scorso”. Certo, conclude Le Figaro, bisogna aspettare domani. “Sia le immagini in provenienza di Gdansk che il modo con cui l’incontro verrà presentato possono provocare un escalation negli attacchi” di Pechino. Intanto, Sarkozy può consolarsi leggendo i risultati del sondaggio lanciato dal Nouvel Observateur sul suo sito: alla domanda “Sarkozy deve incontrare il Dalai-Lama?”, il 72% ha risposto sì.
Da Bruxelles
Fino a quando i migranti continueranno ad essere percepiti come fonti di guai anziché una risorsa preziosa per sconfiggere la povertà nel mondo? Mentre scoppia il caso degli sbarchi record sulle coste italiane, c’è chi si interroga sulla necessità di mettere in pratica strategie globali in cui le migrazioni diventano uno strumento decisivo per lo sviluppo dei paesi del Sud del mondo. Con il sostegno della Commissione europea, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), in partenariato con altre quattro agenzie Onu (Iom, Iol, Unhcr e Unfpa), ha lanciato un’iniziativa congiunta per consentire alla società civile, ai migranti e alle Autorità locali (regioni, comuni) di diventare protagonisti efficienti nella lotta contro la miseria nei paesi poveri. L’iniziativa Ue-Onu, battezzata il 1 dicembre scorso a Bruxelles con l’organizzazione di una Fiera delle conoscenze che ha riunito oltre 300 partecipanti giunti da tutta l’Europa e da vari paesi del Sud del mondo, non nasce per caso. Come lo ha ricordato il vice-Presidente della Commissione Ue, Jacques Barrot, “questo progetto è un’ulteriore dimostrazione del fatto che il rapporto tra migrazioni e sviluppo fa parte delle priorità politiche dell’Unione europea”. Scavando nelle parole del Commissario Ue alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, si scopre in realtà una strategia complessa che, negli ultimi mesi, vede Bruxelles sempre più orientata a ’sfruttare’ le risorse offerte dai migranti e dalle Autorità locali nella lotta contro la povertà.
Con la recessione economica alle porte, molti paesi europei saranno infatti costretti a tagliare drasticamente i fondi destinati agli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps), allontanandosi cosi’ sempre di più agli impegni presi nel 2000 per favorire il raggiungimento gli Obiettivi del Millennio. Ora, a nessuno sfugge il fatto che nel 2007 le rimesse dei migranti hanno superato quota 240 miliardi di dollari, il doppio rispetto agli Aps. Non solo. Il know-how dei migranti rispetto ai loro paesi di origine è una risorsa preziosissima per sconfiggere la povertà. Sul versante delle Autorità locali, l’Ue è invece convinta che comuni e regioni, sia europei che quelli del Sud del mondo, siano gli attori più adatti a mettere in pratica le strategie di sviluppo escogitate a Bruxelles. Per Cécile Riallant, in forza all’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni (Iom) e cnsigliere dell’Iniziativa congiunta Ue-Onu, “la nostra volontà è quella di partire dal basso. Attraverso la serie di progetti che appoggeremo nei prossimi tre anni, cercheremo di individuare le pratiche migliori che ci consentiranno di definire strategie globali in grado di rafforzare il ruolo dei migranti, delle autorità locali, ma anche della società civile, nelle politiche di sviluppo”. Quattro gli assi su cui puntare: le rimesse, “che non possono sostituirsi agli aiuti pubblici dei paesi ricchi, ma che vanno maggiormente inquadrate”; i legami dei migranti con i loro paesi di origine; la possibilità di sfruttare al meglio le loro competenze (sia come cittadini del Sud del mondo che di migranti) e, infine, agevolare i progetti di rimpatrio. Una questione strategica quest’ultima su cui la presidenza di turno francese dell’Unione europea ha puntato molto sul tema dell’immigrazione (il)legale con, ad esempio, l’inaugurazione il 6 ottobre scorso a Bamako di un Centro di informazione e di gestione delle migrazioni per favorire progetti di reinserimento socio-professionale di emigranti maliani nella loro madrepatria.
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Lunga tavolata a Washington per i leader mondiali del G20 | Ansa
Tra pochissime ore, a Washington, le delegazioni di venti paesi ricchi ed emergenti daranno il via a un Summit del G20 attesissimo in cui le principali potenze del pianeta sono chiamate a dare risposte concrete e efficaci alla gravissima crisi finanziaria che sta colpendo l’economia mondiale. In appena cinque ore di discussioni, Stati Uniti, Unione Europea (rappresentata da Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Paesi Bassi), Cina, Russia, India, Giappone e Brasile, per citare solo i paesi più importanti, dovranno trovare un terreno d’intesa in grado di dissipare le divergenze messe in luce dalla stampa internazionale alla vigilia del Summit. Impresa non facile se si pensa alla fase di transizione politica delicatissima che sta attraversando il paese ospite. Ma il presidente uscente Bush non intende lasciare le chiavi della Casa Bianca a Barack Obama senza aver raggiunto risultati concreti. Più cauti invece Unione Europea e paesi emergenti che, nonostante la recessione economica sia ormai alle porte (ieri la zona Euro vi è entrata ufficialmente), preferiscono aspettare l’insediamento ufficiale di Obama il 20 gennaio 2009. “Un Bretton Woods II” ricorda Le Monde nel suo editoriale, “richiede un po’ di tempo. La mitica conferenza del dopo Guerra era durata tre settimane, con una fase preparatoria di oltre due anni”. Nel frattempo però, il G20 dovrà mandare segnali importati a un’opinione pubblica mondiale quanto meno irrequieta. A Washington si scontreranno due visioni opposte della crisi: da un lato, l’amministrazione Bush insiste sulla necessità di garantire autonomia e libertà al mercato; dall’altro, l’Unione Europea chiede all’unanimità una sorveglianza rafforzata sulla finanza. Fra loro si sono intromessi i paesi emergenti (Cina, India e Brasile in testa), protagonisti di pressioni diplomatiche senza precedenti per conquistare spazi all’interno delle principali istituzioni internazionali, tra cui l’FMI .
Una cosa è sicura: le decisioni del G20, sia quelle odierne che quelle future, avranno conseguenze determinanti per il destino della popolazione mondiale. Una risposta non adeguata rischierebbe di rendere ancor più precaria la vita di centinaia di milioni di esseri umani, soprattutto nel Sud del mondo. A richiamare l’attenzione sui rischi che incorrono i paesi poveri sono le Giornate europee dello sviluppo (Development Days), un forum di discussione lanciato nel 2006 dall’Unione Europea in cui si incontrano attori politici, capi di Stati, società civile e operatori dello sviluppo. La terza edizione che inizia oggi a Strasburgo e che prevede la presenza di oltre 3.000 partecipanti, è un’occasione per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla necessità di investire nelle politiche di aiuto allo sviluppo. “Pensare di affrontare questa crisi escludendo i più deboli è sbagliato, oltre che pericoloso. La costruzione di un nuovo sistema passa per gli investimenti in continenti esclusi come l’Africa e lo sviluppo dei paesi poveri”. Questa è la convinzione di Stefano Manservisi, dal 2004 a capo della Direzione Generale per lo Sviluppo e per la relazioni con i paesi ACP (Africa-Caraibi e Pacifico) presso la Commissione europea .
Direttore, qual è stato finora l’impatto della crisi finanziaria nei paesi in via di sviluppo?
Sul piano strettamente finanziario e bancario, l’impatto è stato abbastanza limitato. Questo perché il sistema finanziario e bancario dei paesi in via di sviluppo, e in particolar modo quelli africani, non è molto integrato nel sistema mondiale, quindi non potrà o non è nella situazione di correre gli stessi rischi dell’ondata finanziaria negativa che invece colpisce l’Europa e tante altre parti del mondo più sviluppato. Detto questo, l’Africa rischia di essere il continente più colpito dalla crisi economica.
Perché?
Per vari motivi. Intanto, gli africani dovranno fare i conti con una diminuzione degli investimenti stranieri diretti; secondo, è molto probabile che ci sia la tentazione da parte dei paesi ricchi di diminuire gli aiuti pubblici allo sviluppo; infine, una crisi economica europea provocherebbe un calo delle rimesse gli immigrati africani. Sul piano dell’economia reale, l’Africa è un continente che dipendente molto dalle esportazioni di materie prime. Ora l’estrema volatilità dei corsi di queste materie prime non aiuta.
Quali le soluzioni per uscire dalla crisi?
Sarà necessario investire di più nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. Appare più che mai necessario trovare dei meccanismi che consentono a questi paesi di partecipare attivamente alle decisioni che si stanno per assumere a livello mondiale.
Che tipo di risposte i paesi in via di sviluppo si possono aspettare dal Summit del G-20?
Più che aspettare delle risposte dal G-20, questi paesi dovrebbero aspettarsi di parteciparvi. Purtroppo non è andata così, almeno non in questa prima fase. Tuttavia, spero che a Washington ci si renda conto che la formulazione un po’ cosmetica di nuove regole di sorveglianza finanziaria non basta per costruire un nuovo sistema. In ballo qui è il modo con cui intendiamo regolare la globalizzazione. Di sicuro se si continua ad escludere i più poveri, le soluzioni non verranno fuori.
A cosa dobbiamo questa esclusione?
La dobbiamo al fatto che in casi come questi si ragiona in base al peso finanziario e non in termini di peso delle risorse umane. Ora, è difficile poter pensare che questa crisi è una crisi finanziaria a cui si danno delle risposte strettamente finanziarie. Qui abbiamo a che fare con una crisi finanziaria e umana che colpirà i più poveri, inclusi quelli nei paesi più sviluppati. Investimento e sviluppo devono quindi far parte della soluzione. Ma non sarà facile. Finora è prevalsa la logica secondo la quale chi ha il Pil più forte prende le decisioni.
Che contributo potrebbe dare l’Unione Europea?
Intanto speriamo che l’Unione Europea continui a muoversi unita perché molti di questi temi non sono necessariamente di competenza dell’Unione, ma bensì di competenza degli Stati membri. Grazie al forte impulso della presidenza francese e del presidente Sarkozy, sinora questa unità è stata preservata. In seconda battuta, sia Sarkozy che il presidente della Commissione Barroso hanno espresso la volontà politica di voler includere i paesi poveri [nel processo di riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, ndr]. Bisognerà vedere fin dove si riuscirà ad andare.
Di sicuro Bruxelles dovrà vedersela con Obama…
E’ chiaro che la posizione del prossimo presidente americano sarà molto importante. E’ altrettanto chiaro che questo Summit del G20 si tiene con un’amministrazione americana che non è in grado di prendere delle decisioni forti. Washington è un punto di partenza importante, poi si dovrà aspettare l’investitura di Barack Obama.
E l’Italia che ruolo può coprire?
L’Italia assume la prossima presidenza del G8, il che significa che può giocare un ruolo estremamente importante per consentire ai paesi in via di sviluppo di avere una voce in capitolo sull’attuale crisi.
Che cosa si aspetta dal governo Berlusconi?
Tre cose: investire nello sviluppo; implicare i paesi poveri nei processi decisionali; capire di non avere a che fare unicamente con una crisi finanziaria, ma bensì con una crisi di uomini. Spero a riguardo che il suo governo riesca a invertire la rotta sul piano degli aiuti pubblici italiani allo sviluppo che purtroppo stanno scendendo a un livello molto basso. Posso capire tutti i problemi economici e sociali che un paese europeo sta attraversando, lungi da me poi la volontà di dare giudizi su scelte di politica nazionale di qualsiasi paese dell’Unione, perché la povertà cresce anche in Europa, ma ritengo opportuno un forte dibattito nazionale in Italia su cosa vuol dire oggi investire nello sviluppo. Che non significa tanto investire in una carità generica, ma bensì sul nostro futuro. Basti pensare alle ripercussioni dei fenomeni migratori e dei cambiamenti climatici. Non trovando soluzioni ai problemi che colpiscono il Sud del mondo, questi problemi diventano nostri. E’ una logica impietosa, da cui non si sfugge.
Intanto però molti paesi ricchi stanno rivedendo a ribasso i fondi da destinare alla lotta contro la povertà. Non solo l’Italia…
Guardi, la volontà politica contenuta nei testi sulla lotta contro la povertà impegna l’Europa a fare quello che ha promesso, cioè raggiungere lo 0,56% del Pil in aiuti pubblici allo sviluppo (APS) nel 2010 e lo 0,7% nel 2015. Con oltre 47 miliardi di euro spesi nel 2007, oggi l’Europa è il più grande donatore al mondo. Le conclusioni dell’ultimo consiglio dei ministri dicono poi chiaramente che l’Europa manterrà i suoi impegni. Spero che ognuno farà la sua parte.
Che impatto avrebbe una risposta non adeguata della Comunità internazionale sui paesi poveri e sull’Europa?
Difficile dirlo. Di sicuro i più poveri rischiano di rimanere sempre più confinati ai margini del sistema economico mondiale. L’aumento della forbice già drammatica delle disuguaglianze sociali rischia di intensificare i fenomeni migratori dal Sud verso il Nord del mondo, così come rischiano di intensificarsi gli scontri ideologici che danneggiano il dialogo a favore della violenza. E questi scontri creeranno delle situazioni in cui la povertà estrema genera delle pandemie che arriveranno anche da noi. Per non parlare dei disastri climatici e ambientali. Tutto questo non è fantascienza, è quasi matematica.
Che segnale intendete mandare da Strasburgo con i DevDays?
I Development Days sono un forum di discussione dove attori politici, capi di Stati, società civile e operatori dello sviluppo si incontrano privilegiando il punto di vista europeo. Essendo l’Europa il più grande donatore internazionale, è giusto che i DevDays riportino l’attenzione dei media su tematiche cruciali come la lotta alla povertà. Su questo fronte, il ruolo delle Autorità Locali sarà sempre più importante. Oggi gli aiuti pubblici europei che passano attraverso i comuni, le province, le regioni, è quantitativamente molto importante. In Spagna rappresenta il 15% degli aiuti spagnoli, in Germania è del 10%. In un contesto di possibile riduzione degli aiuti pubblici nazionali, vediamo che quelli degli Enti locali invece aumentano. Questo fenomeno è tanto più positivo che nell’ambito della cooperazione decentrata le Autorità locali esportano più facilmente “buon governo”. Tra comuni o regioni del Nord e del Sud del mondo ci si capisce presto. Su questo piano, l’Italia è all’avanguardia.
Guarda la GALLERY sui festeggiamenti in Kenya
“La politica estera americana è una sola: difendere i suoi interessi vitali e l’Africa non è in cima all’agenda statunitense”. Steven Ekovich, professore di Scienze politiche presso l’American University di Parigi taglia corto: l’entusiasmo che ha contagiato milioni di africani scesi in strada per festeggiare il primo presidente nero degli Stati Uniti d’America potrebbe essere fuori luogo. Alla faccia dei comitati pro-Obama che ormai pullulano nelle principali capitali del continente, Ekovich assicura che “l’agenda politica internazionale della Casa Bianca sarà dettata dalle tre aree geopolitiche che maggiormente interessano l’opinione pubblica americana: l’Irak, l’Afghanistan e il Medioriente”. Ospite illustre di un seminario organizzato poche settimane fa a Addis Abeba (Etiopia) dalla Commissione economica dell’Onu per l’Africa sulle possibili implicazioni dello scrutinio statunitense nel continente, Ekovich invitava gli ambasciatori e ufficiali africani presenti in sala a rimanere con i piedi per terra: “Conoscendo Obama e il modo con cui si è presentato di fronte all’elettorato nero degli Stati Uniti, un presidente africano-americano sarà molto più esigente nei vostri confronti rispetto a un presidente bianco”. Di esigenze, finora, il nuovo inquilino della Casa Bianca ne ha avute ben poche. In una campagna elettorale sopraffatta dalla crisi finanziaria, i rari discorsi che il senatore dell’Illinois ha dedicato all’Africa si sono riassunti a due, massimo tre punti: la fine dei massacri in Darfur, l’aumento delle pressioni diplomatiche sul dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe e lo sradicamento della povertà. Per il resto, scena muta. Una scelta sorprendente se, come scrive il giornale africanista Jeune Afrique “agli occhi degli Americani l’Africa è un vero e proprio campo di battaglia” in cui si contano almeno due fronti aperti: la lotta contro il terrorismo islamico e l’accesso alle risorse naturali, in primo luogo petrolifere.
L’eredità di G.W. Bush. Con la tragedia delle Torri Gemelle e la continua instabilità del Medioriente, “l’amministrazione Bush ha riservato al continente africano un’attenzione mai vista sotto l’era Clinton”. Parola di Nicolas Krystof, columnist del New York Times e nemico giurato del presidente uscente che, contro ogni pronostico, ha trovato un altro sorprendente sostenitore di alcune sue iniziative a favore dell’Africa: il cantante e attivista Bono Vox. “Durante il suo secondo mandato” ricorda da Parigi Jeune Afrique, “Bush ha raddoppiato gli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) destinati all’Africa con la previsione di raggiungere quota 8,7 miliardi di dollari nel 2010″. Sebbene assorbita in gran parte dalla cancellazione del debito, l’aumento degli Aps ha favorito la nascita di un Piano d’emergenza contro l’Aids, un programma ideato da Bush junior e grazie al quale circa 1,3 milioni di africani possono ormai accedere ai farmaci anti-retrovirali.
Un altro successo messo a segno dal presidente uscente degli Stati Uniti è stato l’African growth and Opportunity Act (Agoa), la legge sulla crescita e le opportunità economiche promulgata da Clinton, ma rafforzata a dismisura da Bush per consentire al 98 per cento dei prodotti made in Africa di penetrare sul mercato statunitense senza dover subire le “ritorsioni” dei dazi doganali. Risultato: nel 2007 il valore delle esportazioni africane si è molteplicato per sei rispetto al 2001 fino a superare i 50 miliardi di dollari. Nella lista della spesa dei prodotti importati dall’Africa, il petrolio occupa il primo posto. Di fronte alle tensioni che continuano ad agitare il mondo arabo, gli americani hanno deciso di diversificare le loro fonti di approvvigionamento del greggio buttandosi a capofitto nelle operazioni di trivellamento del sottosuolo africano. Tra accordi e strette di mano con i vari Dos Santos (presidente dell’Angola) o Teodoro Obiang Nguema (Guinea Equatoriale), oggi il 20 per cento del petrolio consumato dai cittadini statunitensi proviene dall’Africa. “Garantire la sicurezza delle installazioni petrolifere” sottolinea Jeune Afrique, “è quindi diventato una priorità assoluta” del Pentagono, che ormai può contare sul primo centro di comando militare americano per l’Africa (Africom) inaugurato il 1 ottobre scorso per monitorare le attività di Al Qaida e di altri gruppi militari sovversivi sul continente africano.
Le sfide di Barack. Per molti esperti, l’eredità lasciata da Bush in politica estera metterà a dura prova gli obiettivi geostrategici del suo successore. Nel caso di Obama, il terreno africano è tanto più fragile che il candidato democratico rischia di ritrovarsi schiacciato tra le aspirazioni di decine di milioni di cittadini convinti che le sue origini kenioti ne faranno un presidente filoafricano e la necessità di rimettere in sesto un paese la cui supremazia mondiale è ormai in billico. Nonostante i rimproveri fatti all’amministrazione Bush sul tema dello sviluppo, la crisi finanziaria costringerà Obama a rivedere i suoi piani per aiutare il continente africano a estirparsi dai conflitti e dalla povertà. A smussare i sogni degli africani è stato il presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, di ‘fede’ ultraliberale e noto per la sua vicinanza agli Stati Uniti. In un’intervista rilasciata al canale francofono TV5 Monde, Wade ha insistito sulla necessità “di non farsi troppe illusioni. Il futuro presidente americano avrà troppi problemi per pensare a noi”.
Per ora, il programma africano del senatore democratico rimane piuttosto vago. E quando si tratta di chiarirne le priorità, è il tema della sicurezza che prevale. Dal suo progetto di partenariato emerge la chiara volontà di sviluppare Africom per rafforzare la lotta contro il terrorismo e lo scambio di informazioni tra i servizi di intelligence. Sul fronte Darfur, gli impegni di George Cloney, suo grande sostenitore a Hollywood, non sembrano aver fatto breccia. Durante la campagna elettorale infatti, Obama si è limitato a parlare di “pressioni” per “porre fine al genocidio”. Come? Nessuno lo sa. Di sicuro, il senatore dell’Illinois intende rompere con le logiche di “agressione” dell’amministrazione Bush nei confronti delle Nazioni Unite. Un’apertura degli Stati Uniti al Palazzo di Vetro potrebbe consentire ai caschi blu di lavorare con maggiore serenità su terreni minati come il Darfur o il Congo. Ma alle parole dovranno seguire i fatti. Mr. President, we can, can’t we?
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