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A una settimana dalle elezioni legislative spagnole, José Luis Zapatero e Mariano Rajoy si sono affrontati di nuovo in un dibattito dal ritmo serrato.
Dopo il primo faccia a faccia, che probabilmente non era riuscito a spostare voti, Mariano Rajoy , il candidato del Pp, si è presentato di fronte alla città di Leòn tirando fuori una carta a sorpresa: José Maria Aznar, che gli ha dato il suo appoggio incondizionato.
Nel frattempo Gabriel Elorriaga, il segretario della comunicazione del PP, in un’intervista al Financial Times ha dichiarato che, poiché è difficile per la destra accaparrarsi nuovi voti, la strategia del Pp è quella di seminare dubbi negli elettori socialisti affinché non vadano a votare.
Il secondo dibattito televisivo, identico per struttura al precedente, è stato più intenso ma ripetitivo.
Zapatero è apparso più battagliero, pronto ad attaccare l’avversario e non solo a difendersi, mentre Rajoy ha mantenuto il piglio del primo incontro, ma con più stanchezza.
I risultati dei sondaggi incoronano vincitore, stavolta in modo unanime, José Luis Zapatero. Nel sondaggio di Metroscopia per il quotidiano El Pais, il capo del governo vince per il 53%, mentre per il 38% è uscito vincitore Mariano Rajoy. Sigma dos consegna numeri diversi a El Mundo: il 49% per Zapatero e il 40,2% per Rajoy.
Per le reti televisive Cuatro e La Sexta Zapatero è stato il migliore rispettivamente per il 50,8% e per il 49,2% degli intervistati, mentre Rajoy è piaciuto di più al 29,0% e al 29,8%.
Tra i temi più caldi: l’immigrazione, tasto su cui preme con forza Rajoy, secondo il quale in questi anni è stata incontrollata.
Il terrorismo è stato occasione di pesanti accuse da entrambe le parti: mentre Zapatero si è compromesso ad appoggiare la lotta al terrorismo senza condizioni, chiunque vinca, Rajoy ha continuato a sottolineare che non appoggerà nessun negoziato con l’Eta. D’altra parte Zapatero accusa l’avversario di usare il terrorismo in modo strumentale, come quando, per giustificare l’entrata nella guerra all’Iraq, il Pp aveva detto che gli Stati Uniti avrebbero aiutato la Spagna nella lotta contro l’Eta.
Ma a spostare l’ago della bilancia a favore di Zapatero è stata l’economia, campo in cui Rajoy ha accusato l’avversario di non muovere un dito contro l’inflazione dei beni di prima necessità ma non ha fatto proposte, se non quella di abbassare le tasse. Zapatero ha dichiarato che il suo obiettivo primario per la prossima legislatura è il pieno impiego e ha elencato una serie di misure puntuali cui arrivare a breve, come dei piani di ricollocamento per i disoccupati del settore delle costruzioni e un accordo con il settore della distribuzione per un autocontrollo sui prezzi degli alimenti.
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Le conclusioni del dibattito
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Mundotoons, la parodia del faccia a faccia secondo El Mundo

Il mare d’Azov è malato da tempo e rischia di diventare come il Mar Morto: è l’allarme lanciato in Russia da alcuni ambientalisti all’indomani della tempesta che nel Mar Nero, collegato al Mar d’Azov dallo stretto di Kerch, ha affondato cinque navi, tra cui una petroliera che ha perso oltre 1000 tonnellate di nafta, ed altre tre imbarcazioni con un carico complessivo di circa sei mila tonnellate di zolfo. Nella furia della bufera sono finite in acqua tra le 1300 e le 2mila tonnellate di gasolio dalla petroliera russa Volganeft 139, che si è spezzata in due, migliaia di tonnellate di zolfo trasportate dai mercantili russi Nakhitchev, Volgonorsk e Kovel, schiantatisi l’uno contro l’altro, e ancora tonnellate di materiali ferrosi. Pesante il primo bilancio della sciagura: tre morti, una ventina di dispersi, oltre 30 mila uccelli già morti ed altrettanti contaminati. Con la minaccia di una vera e propria catastrofe ambientale tra il mar d’Azov e il Mar Nero.
Si è iniziato a raccogliere il petrolio versato, ma il forte vento e la tempesta persistenti rendono difficile ogni intervento. Per le autorità russe l’entità del disastro non è ancora stata quantificata con esattezza, ma la costa russa sarebbe stata invasa dal petrolio già per 12 chilometri. Sarebbero almeno 30mila gli uccelli morti. Questo è quanto riferisce il Wwf, il cui responsabile russo per il Programma petrolio e gas Alexey Knizhnikov spiega: “L’incidente è una conseguenza naturale quando navi costruite per i fiumi vengono fatte navigare in mare. Le navi da mare, infatti, non possono entrare nei fiumi Don e Volga a causa della scarsa portata d’acqua, e nello stretto di Kerch trasferiscono i loro carichi su navi da fiume. Queste ultime, però, non sono in grado di sostenere la forza delle tempeste marine”. E Oleg Tsaruk, responsabile del WWF Russia/Caucaso, aggiunge che “per minimizzare le conseguenze della fuoriuscita di petrolio nel mare è importante istituire un comitato permanente Russa-Ucraina che coordini i servizi d’emergenza dei due paesi, non solo per ripulire le dispersioni di petrolio, ma soprattutto per prevenire potenziali incidenti. Tutti erano stati avvertiti del sopraggiungere di una tempesta entro l’11 novembre, ma nessuno ha dato l’ordine di portare in posti sicuri le navi con carichi velenosi.”
Disastri ecologici a San Francisco e nel Mar Nero: GUARDA LA GALLERY
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Non li vedrete mai indossare le polo di marca o i maglioncini con il collo a V e la fantasia a rombi. Quelli che si divertono con l’urban golf sono l’antitesi dei golfisti come ve li immaginate. Lo si nota subito, aprendo la pagina del sito Natural born golfers (Nbg), associazione nata ad Amburgo che riunisce i golfisti di strada provenienti da varie città della Germania, Parigi, Varsavia, Kuala Lumpur e San Francisco. A formare il logo dell’Associazione sono due mazze con un teschio al centro. Quando decidono di giocare tappezzano il quartiere prescelto di poster: in genere basta il simbolo e la scritta “state alla larga” per avere campo libero. E poi via, sui tetti dei palazzi, negli edifici industriali, allo stadio (come i giapponesi, nel documentario di Wim Wenders Tokyo Ga, già nel 1985), perfino sulle navi. Giocare per giocare: ognuno si sceglie il bersaglio che vuole e non si contano i punti.

Sono aggressivi, ma anche egualitari. Soprattutto i loro omologhi statunitensi, con cui il Nbg si contende il primato dell’invenzione dello sport.
Per Urbangolf.org ci sono poche regole ma stringenti: peggio giochi, più ti diverti. Non c’è nessun leader: se ti senti un dio, puoi pure andare in cima a una montagna a fondare il tuo culto, basta che ti levi di mezzo. E poi rispetta la proprietà privata, cerca di non disturbare la privacy di nessuno ed evita risse con la polizia.

Crossgolf, urban golf, offgolf. C’è anche chi l’ha battezzato almost golf. In Europa, all’inizio era hotel golf. Torsten e Nikola, durante i viaggi di lavoro, invece di annoiarsi al bar dell’albergo, giocavano per i corridoi. Ma ci stavano un po’ stretti. Così, hanno portato ferri e palline per strada. Era il 1992. Tornati in città hanno fondato il NBG e organizzato il primo torneo. Adesso, sono 150mila gli iscritti in tutto il mondo e una decina gli istruttori. E il loro slogan “questo non è uno sport, è rock and roll” (anzi Rock and Hole, “rock e buca”, come si chiamava l’ultimo torneo di Amburgo) risuona in tutto il mondo. L’avreste mai detto del golf?
Un frammento di “Ferro 3. La casa vuota” del regista sudcoreano Kim Ki-Duk

“Qualsiasi cosa tu compri al supermercato, io la trovo nel cassonetto tre ore dopo”. Filosofia freegan, nel suo lato più spicciolo. Il leader del movimento Adam Weissman (intervistato in un programma di costume statunitense) sa bene che la gente è più colpita dall’aspetto pratico della faccenda e lancia la battuta come una sfida.
Per far sentire almeno un po’ stupidi noi che facciamo la spesa al supermercato, per farci riflettere.
Perché i freegan non rovistano nella spazzatura per necessità, ma per la scelta di non aggiungere sprechi all’enorme sperpero di una società consumista. Cibo, libri, vestiti, mobili: tutto si butta quando è ancora in grado di funzionare perfettamente. E allora loro decidono di non comprare. Disertano il consumo. E’ dai primi anni novanta che a Manhattan ogni mercoledì un gruppetto di integralisti dell’anti-spreco fa le sue ronde notturne, privilegiando i cassonetti vicini ai supermercati e alle panetterie, perché è lì che si fa la spesa più consistente. Si trovano tali quantità di cibo (ancora confezionato e in scadenza, o semplicemente appena ammaccato) da farci cenoni natalizi.
Il New York Times ha appena pubblicato un reportage che descrive l’allegro saccheggio ai cassonetti di fronte al dormitorio della New York University dopo che gli studenti l’hanno lasciato per la fine dell’anno accademico. L’enorme trasloco collettivo è un evento imperdibile per i freegan, che infatti recuperano di tutto: quadri, lampade, detersivi e un i-pod funzionante. Tra i rovistatori c’è anche una donna di 51 anni, Madeline Nelson, che aveva un ottimo lavoro: doveva motivare i venditori a vendere di più. A un certo punto si è stancata, convinta che “la maggior parte delle persone lavora più di 40 ore a settimana in un impiego che non le piace per poter comprare cose di cui non ha bisogno”. Si è licenziata e ha comprato una casa più piccola. E si è unita alle ronde. Ha ridimensionato la sua vita a misura di freegan. Il massimo della frugalità. Gli amici di sempre dicono che la capiscono ma non riuscirebbero mai a vivere come lei.
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“Quando avevo cinque anni, ho iniziato a tessere tappeti per aiutare la mia famiglia”. Khadija oggi è una bambina marocchina di dieci anni che racconta, come fosse adulta, gli anni passati a lavorare undici ore al giorno, per l’equivalente di otto dollari al mese. Il 12 giugno 2007 si festeggia il bicentenario dell’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. Da cinque anni il 12 giugno è anche la giornata internazionale contro il lavoro minorile: una schiavitù a cui ancora non si è messo fine. I minori tra i 5 e i 17 anni che lavorano sono 218 milioni, di cui 126 milioni coinvolti in lavori pericolosi . Per la stragrande maggioranza si trovano in Asia e nell’area del Pacifico (122 milioni), poi nell’Africa Sub-Sahariana (quasi 50 milioni) e in America Latina (5,7 milioni). Milioni di bambini sono costretti a lavorare per ripagare un debito contratto dalla famiglia: solo in India si stima che 15 milioni di bambini debbano lavorare per saldare un debito e molti di essi sono coinvolti in lavori illegali e ad alto rischio, in miniera o nei campi, dove devono maneggiare macchinari pesanti. La povertà è, evidentemente, la causa principale del lavoro dei minori. Ma a volte bambini e ragazzi vanno a lavorare perché la scuola non c’è o non è adeguata, o perché sono discriminati per motivi di genere, appartenenza etnica o disabilità. Tutti questi casi fuoriescono dalla distinzione tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. Anche in Italia ci sono livelli elevati di povertà minorile, famiglie numerose con titoli di studio medio-bassi, un’alta dispersione scolastica soprattutto tra gli stranieri e una grande diffusione del lavoro nero. E i bambini o adolescenti che lavorano sono tra i 400 e i 500mila. Se a Roma, secondo un’indagine Ires, il lavoro minorile riguarda più che altro le comunità immigrate, come i rom costretti all’accattonaggio o i piccoli cinesi coinvolti nelle attività di ristorazione o commerciali dei genitori, a Napoli ragazzi tra i 12 e i 16 anni lavorano in ogni settore e a volte hanno paghe salariali vere e proprie, che alimentano il fascino della conoscenza di un mestiere e il mito della vita di strada.
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Negli Usa fioriscono cliniche per “disintossicarsi” che promettono terapie di conversione. “Queste terapie” sostiene la dottoressa Pizzi, psicologa del Terzo centro di psicoterapia cognitiva di Roma “sviluppano tutta una serie di sintomi negativi”. In pratica, generalmente se ne esce più depressi di prima. Zach è un ragazzo del Tennessee che a 16 anni ha rivelato ai genitori la propria omosessualità. Sul suo blog scrive: “Mi hanno annunciato di avermi iscritto a un programma organizzato dagli integralisti cristiani per i gay”. Le regole
della “clinica” Refuge non sono poi così diverse dalle norme “moralizzatrici” appena introdotte nell’Iran fondamentalista.
Si passa dal divieto di ascoltare Madonna, Britney Spears, Bach e Beethoven a quello di dormire in maniche corte. E’ vietato ogni genere di contatto fisico. Non si può chiudere nessuna porta e non si può restare in bagno più di 15 minuti. Divieto assoluto di parlare delle regole del Campo con gli altri ragazzi e ragazze e di instaurare rapporti d’amicizia. Proibiti Internet e la Tv. Ogni mattina tutti i ragazzi devono sottoporsi ad una ispezione di quella che viene definita “falsa immagine” (l’immagine di sé gay), nel corso della quale vengono esaminati libri, borse, appunti. Se si è in possesso di oggetti definiti “irregolari” (che riconducono a un’immagine gay), il materiale viene sequestrato.
L’Apa, l’Associazione degli psicologi americani, che dal 1973 non considera più l’omosessualità una malattia, ha anche chiarito che le terapie di conversione non hanno alcun fondamento scientifico.
Brock racconta di essersi trovato coinvolto in una relazione con un uomo sposato, con figli, conservatore. “Ero pieno di sensi di colpa, ma entrambi eravamo convinti che essere gay apertamente fosse sbagliato. Ho scoperto presto un mondo desolante. Non riuscivo a credere che potessero esserci così tanti uomini sposati, intrappolati in un desiderio omosessuale”. Brock ha deciso di entrare a far parte di un piccolo gruppo a Dallas che praticava l’astinenza sessuale e inalava ammoniaca ogni volta che sopraggiungeva un impulso omosessuale. “Non ho mai visto nessun progresso da parte dei partecipanti al corso” ripensa Brock “è triste: molti sono stati lì per cinque anni, o più, e hanno pagato migliaia di dollari sperando in un cambiamento. In quanto a me, la mia lotta personale mi ha portato a parlare, pregare, guardarmi dentro. E ho capito che non sono uno sbaglio, che sono stato creato in un modo meraviglioso da un Dio amorevole. Ho incontrato molti gay che hanno scelto di sposare una donna. Sono convinti che stanno facendo un servizio all’umanità negando il proprio orientamento. Ironicamente accade l’esatto opposto, perché introducono la frustrazione nelle loro case, nel lavoro e nelle relazioni”.
Gli effetti più devastanti dell’omofobia sono quelli che penetrano nell’animo umano. La chiamano “omofobia interiorizzata”. “Quello che può verificarsi, in concreto, è che i gay temano il giudizio degli altri. Questo può portare all’autoesclusione sociale. Se si evita di sviluppare una autoaccettazione si va incontro a un pesante abbassamento della qualità della vita, che può portare a depressione” spiega Elisabetta Pizzi.

Chi ha provato la terapia, ne è rimasto segnato. Ma c’è chi, col senno di poi, ne ride e racconta ciò che ha passato in uno spettacolo teatrale (“come sono sopravvissuto al movimento ex gay”).

Otto ore di lavoro al giorno, più il tempo degli spostamenti nelle ore di punta. Poi, la sera, si esce per rilassarsi, ma in fondo ci si chiede chi ce lo fa fare, con il parcheggio che è ormai lotta per la sopravvivenza e l’aria irrespirabile. Così nei week-end, spesso, si fugge in campagna.
È davvero inevitabile tutto questo stress? La città e la campagna devono necessariamente rappresentare stili di vita, modi di relazionarsi con la natura e qualità dell’aria diametralmente opposte? C’è una città nel sud della Germania che si chiama Tubinga e sembra distruggere questa dicotomia. Ne ha parlato l’11 maggio di fronte alla platea dell’Università Lumsa di Roma Joachim Eble, considerato il più raffinato architetto ecologista. Era il primo dei Colloqui di bioarchitettura che si terranno ogni venerdì (tranne il primo giugno) fino al 15 giugno in Via di Porta Castello 44, a due passi da San Pietro.
Tubinga è una cittadina universitaria con un sindaco verde. Il quartiere sud, il Südstadt, ha vinto tutti i premi di urbanistica degli ultimi anni. Il maggior punto di forza sono le brevi distanze: si tratta di una città nella città dove tutto è a misura di pedone. Gli spazi aperti sono dei cittadini e non possono essere colonizzati dalle automobili, che devono essere lasciate in appositi silos. Ogni casa deve avere una funzione mista: non deve essere destinata solo all’abitare ma anche al commercio e al terziario. In questo modo in un quartiere di 4000 abitanti sono stati creati 1500 posti di lavoro, tutti a portata di passeggiata. Le cooperative private gareggiano tra loro per accaparrarsi gli spazi edificabili. Vince la più ecologica. Gli urbanisti europei sono affascinati dal Südstadt, mentre gli architetti lo trovano orribile perché non si sottomette a nessuna regola estetica, ma solo sociale ed ecologica. Così le case che già esistevano non sono state abbattute e gli stili più diversi coesistono in modo buffo.
Vista la riuscita del quartiere sud, la città non si è fermata, ma ha partecipato anche al concorso Ecocity per la progettazione della città sostenibile, a zero emissioni, con la purificazione dell’acqua piovana, case solari, automobili organizzate in car-sharing (meno di un’automobile per unità abitativa) e il “cibo su rotaia”: la spesa si potrà ordinare da casa. E naturalmente l’acqua e le piante devono essere parte integrante dell’abitare, come ben sapevano tutti i popoli antichi e il nostro impulso edilizio scriteriato ha dimenticato. Sono sette le realtà europee che hanno preso parte alla grande scommessa di Ecocity, tra queste anche Barcellona, una è italiana: Umbertide in Umbria. Se la città è di chi la vive deve essere anche progettata dagli abitanti. La parte più stupefacente del progetto Ecocity è che gli esperti pensano per mesi alla soluzione migliore per il quartiere e poi, in un fine settimana, tutti sono invitati a mettere in discussione il progetto. Enormi tavoli riempiono le strade e bambini, anziani, commesse e imprenditori disegnano il luogo in cui vorrebbero vivere. È dalla scrematura di questo enorme calderone di idee e proposte che nasce la città sostenibile, per l’ambiente e per il lavoratore stressato.

Nel 1960 Tom Monaghan ha fondato quella che è oggi la più importante catena di consegna di pizze a domicilio, con più di 8mila sedi in tutto il mondo: Domino’s pizza. Poi, gli è venuta un’idea ancora più ambiziosa. Presidente della Fondazione Ave Maria, sognava di creare una grande Università cattolica ma ha fatto ancora di più. Ha finanziato la costruzione di una intera città cattolica: Ave Maria, in Florida, che aprirà le porte quest’estate.
Avrà 30mila abitanti, di cui almeno 5mila andranno a riempire il campus universitario. Il progetto ha subito dato luogo a polemiche: una città basata sui precetti cattolici viola le leggi sulla separazione tra Stato e Chiesa, si è detto. E si temeva la discriminazione di minoranze acattoliche che avessero voluto trasferirsi nell’amena cittadina. Non è ancora così chiaro quali regole governeranno la città. Il sogno di Monaghan è forse una città senza omosessuali, senza divorzio e senza aborto, dove è proibita la vendita di preservativi e di materiale pornografico? Così pare. Sembra che il re della pizza stia spendendo un patrimonio per costruire quella che per lui sarebbe una vera e propria città Utopia che si erga nel bel mezzo della Florida come un baluardo in difesa dei valori morali ormai perduti. “Sarà una vera comunità, dove i vicini si interessano dei propri vicini, l’amicizia attraversa le generazioni e ogni cittadino, studente e lavoratore prova un autentico senso di orgoglio”. Basterà tutto questo a scongiurare stragi come quella del Virgina Tech , così drammaticamente ripetitive negli Stati Uniti? Alla fine, però, sarà per le critiche che sono piovute, sarà che la notizia dell’inaugurazione di Ave Maria rimbalza con dileggio da un sito gay all’altro, la deriva della cittadina verso una chiusura bigotta e intollerante comincia ad essere temuta perfino da chi l’ha progettata. Ora, nel sito ufficiale , è apparso uno slogan di benvenuto che recita: “per ogni famiglia, per ogni stile di vita, per ogni sogno”. Rimane solo da capire cosa si intenda per sogno, per stile di vita e anche per famiglia. Davvero un’utopia.
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