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Il luglio del 2009 è stato il mese più sanguinoso in Afghanistan dall’ottobre 2001. Quest’anno sono morti 39 soldati statunitensi e 22 inglesi. Per il ministro degli esteri, David Miliband, è giunta l’ora, per isolare le fazioni più radicali, di aprire un dialogo con i “talebani moderati” e trovare così una via d’uscita politica a una guerra che, a otto anni dal lancio di Enduring Freedom, continua a dilaniare il Paese, a infiacchire il morale delle truppe della coalizione, a lasciare aperto qualsiasi scenario futuro. E lo scetticismo dell’opinione pubblica, anche europea, rispetto ai destini della guerra è lì a dimostrarlo: un sondaggio del quotidiano Independent ha rivelato per esempio che il 58 per cento degli inglesi, infatti, vede la guerra come una “causa persa”. 
La scelta di Miliband di lanciare un’offerta ai cosiddetti talebani moderati non è in contrasto con le decisioni del presidente Usa, Barack Obama: aumentare l’impegno militare fino a 68mila soldati entro l’anno e, contemporaneamente, addestrare truppe locali. Negli Stati Uniti il 54 per cento delle persone sono favorevoli alla missione in Afghanistan: il 36 per cento, invece, pensa che sia stato un errore fin dall’inizio. E la crisi economica fa lievitare i costi dell’impegno militare. Spiragli per l’apertura di colloqui sono stati aperti anche dai talebani. Fanno discutere le “Regole dell’emirato islamico di Afghanistan per i mujaheddin“: una sorta di codice etico voluto dal Mullah Omar che dovrebbe segnare una svolta nelle regole del conflitto, vietando di “attaccare o di recare danno a funzionari, soldati, guardie o lavoratori”. Ma, secondo gli analisti del Pentagono, bisogna essere cauti.
Newsweek è riuscito a contattare attraverso la posta elettronica il braccio destro del mullah Omar, il mullah Abdul Ghani Baradar. E gli ha chiesto se sarebbero disposti ad accettare la rottura dei legami con Al Qaeda come condizione per l’accordo di pace: Baradar ha risposto, sibillino, che “le nostre decisioni sono prese sulla base dei nostri interessi nazionali”. La prossima data decisiva è il 20 luglio, il giorno delle elezioni presidenziali. Amid Kharzai, l’attuale capo di Stato, è favorito per un secondo mandato. Ma 500 sezioni elettorali su 7mila sono a rischio per attacchi dei talebani.
Washington punta il dito contro i flussi di denaro che arrivano dall’area del Golfo: secondo Richard Holbrooke, inviato speciale Usa per Afghanistan e Pakistan, i talebani guadagnano dai 60 ai 100 milioni di dollari dalle piantagioni di oppio. Soltanto una frazione del tesoro che finanzia il conflitto. La maggior parte del denaro arriverebbe da facoltosi sostenitori in Medio Oriente.

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È dalla guerra del Vietnam che non accade di vedere così tanti marines scendere in campo per un’azione militare: per vincere la battaglia contro il terrorismo islamico in Afghanistan e Pakistan Obama dispiega un numero di forze - 68mila entro la fine dell’anno, il doppio rispetto al 2008 - che nemmeno il suo predecessore, il bellicista Bush, aveva osato schierare. Puntando anche sull’addestramento delle truppe afghane: ora sono 65mila, il piano del presidente vuole arrivare, con la collaborazione di Kabul, a 134mila (a questo scopo sono appena atterrati in Afghanistan 4mila istruttori militari dagli Stati Uniti). Il risultato è che il costo economico della guerra lieviterà a dismisura: i due miliardi spesi ogni mese in quest’area aumenteranno, secondo la stampa Usa, del 60 per cento grazie al piano Obama.
Certo, la strategia del presidente Usa, che ha messo in discussione l’ideologia sottostante alla war on terror dell’Amministrazione repubblicana, è tutta diversa nello stile rispetto ai quattro anni del duo Cheney-Bush. Il dialogo con l’Iran, dopo le tensioni delle proteste di piazza a Teheran, è ripreso. I rapporti con il Pakistan sono intensi. Ma è prematuro dire se siano stati fatti passi avanti verso la pace. Perché a leggere i bilanci governativi per la Difesa americana sembra che le cose non sia così semplici. Anzi: oggi, come ai tempi di Bush, sono sempre le società della sicurezza privata le più beneficiate del fiume di denaro che proviene dal Dipartimento di Stato.
Un fiume di denaro e finanziamenti che non accennano a diminuire: secondo il Pentagono i contractors della sicurezza privata impegnati in Afghanistan sono aumentati del 29 per cento negli ultimi mesi. E ad accaparrarsi il boccone più ghiotto della torta, un quarto del denaro versato dalla Casa Bianca ai contractors, sono un pugno di multinazionali: tre specializzate nel settore dell’aviazione (Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman), una in ingegneria navale (General Dynamics) e una in sistemi elettronici per la difesa (Raytheon). I dati arrivano dal sito Usaspending.gov, una banca dati online da pochi giorni, che segna un indubbio passo in avanti nella battagia della trasparenza dopo gli scandali finanziari degli ultimi anni inauguarata da Obama. Che mostra in dettaglio persino i prestiti per le istituzioni locali (ospedali, banche, piccole e medie imprese) con puntuali informazioni sul luogo di produzione, sul tipo di contratto e sulla caratteristiche della ditta privata specializzata nella sicurezza.
Nelle pieghe della banca dati si scopre, però, anche che le commesse più sostanziose alle prime tre aziende sono state affidate non ora, ma durante l’interregno tra Bush e Obama, cioè all’indomani delle elezioni e prima del giuramento alla Casa Bianca. Valore complessivo di cinque contratti firmati tra novembre e dicembre? Cinque miliardi di dollari. E tanti altri sono stati sottoscritti negli ultimi sette mesi. Obama insomma, che come John F. Kennedy incarna il sogno americano e l’ideologia della frontiera, rischia di seguire il suo leggendario predecessore anche nello crescita dell’impegno militare. A ben vedere non è una novità assoluta: all’inizio degli anni Sessanta non fu un repubblicano, ma il democratico Kennedy a intensificare prima l’attenzione sul Vietnam e poi a decidere un attacco a Cuba (la cosiddetta operazione della “Baia dei porci”) che si è rivelato come uno dei più micidiali flop della storia militare della guerra fredda.

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L’attesa per il voto. Lo sconcerto per i risultati. La rabbia delle proteste nelle strade e sui tetti. La settimana che ha cambiato la nazione degli ayatollah è stata raccontata con un fumetto. Anzi, il remake di un fumetto. Le vignette sono state prese da Persepolis, l’opera di una disegnatrice, Marjane Satrapi, fuggita dall’Iran dopo la rivoluzione del 1979 che portò al potere gli sciiti musulmani guidati da Khomeini. Sorprende vedere come le immagini disegnate dalla Satrapi per il suo libro autobiografico si adattino alle ultime elezioni vinte da Ahmadinejad. Gli autori del remake hanno cambiato i testi dei fumetti e montato le scene per narrare la storia di queste settimane. Come a dire, i tempi cambiano, le parole anche, ma le immagini che si imprimono negli occhi dei testimoni restano simili.
Una vignetta, in particolare, è dedicata a twitter: un uccellino cinguetta (”tweet”, da cui il nome del microblog) e, in basso, si legge la didascalia “le persone si affidano ai social media”. Un modo per riconoscere il valore di social network e blog nella comunicazione della protesta, soprattutto verso l’estero: per giorni i mass media hanno seguito le manifestazioni nelle strade di Teheran attraverso foto, video e notizie sul web. E adesso le autorità sono a caccia per scovare gli animatori delle proteste grazie ai filmati pubblicati su YouTube.
Il fumetto (ma gli esperti lo chiamano “graphic novel”) della Satrapi è diventato anche un film, distribuito un anno fa nelle sale italiane. Si tratta di una storia autobiografica: la famiglia della disegnatrice non era favorevole agli integralisti religiosi che nel 1979 misero in fuga lo Shah Palevi, sostenuto dagli Stati Uniti. Marjane Satrapi fu costretta a emigrare in Germania, scontrandosi con la difficoltà dell’adattamento e dell’adolescenza. Riesce a tornare a casa soltanto alcuni anni fa.
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Il lungometraggio Persepolis
Dopo la vittoria nelle elezioni europee in Svezia, il partito dei pirati del web conquista un seggio in Germania tra le fila del Parlamento federale. Ma non sono stati gli elettori a deciderlo. E, soprattutto, il nuovo rappresentante del Pirat Partei è indagato. Si tratta di una vicenda complessa piena di ombre. Joerg Tauss è un deputato del partito al governo, la Spd: ha scelto di abbandonare il suo gruppo parlamentare e di schierarsi sotto il vessillo dei bucanieri informatici, sostenitori di una revisione delle leggi per abolire il diritto d’autore e la proprietà intellettuale su Internet. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una legge approvata pochi giorni fa. La nuova norma prevede di impedire l’accesso ai siti pedopornografici (elencati in una lista) attraverso un blocco imposto dalle società che forniscono le connessioni a internet.
Tauss, però, è stato trovato in possesso di immagini che raffigurano minori: si è difeso affermando che le ha raccolte durante le sue indagini. Nelle prossime settimane gli investigatori renderanno noti gli esiti dell’inchiesta. I membri del Pirate Partei, però, non hanno atteso di sapere se il deputato tedesco sia colpevole o innocente: lo hanno accolto a braccia aperte come “uno dei politici più esperti nelle aree dell’istruzione, della ricerca e dei nuovi media”. Nominandolo primo rappresentante del Pirate Party in Germania, dove la formazione politica ha raccolto 230mila voti alle ultime consultazioni elettorali. Ma, vista l’indagine giudiziaria in corso, i blogger non hanno esultato o hanno quasi ignorato l’avvenimento, aspettando la sentenza.
Barack Obama e il Vice Presidente Joe Biden giocano a golf alla Casa Bianca
“Trasparenza” è stata la parola d’ordine del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Almeno finora. Perché nello scontro con le domande di un giornalista investigativo e di un’organizzazione non profit (sic) è venuta alla luce la continuità con il precedente inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. La contesa è legata agli elenchi delle persone che visitano ogni giorno la residenza presidenziale: lobbisti, uomini d’affari, consiglieri, ambasciatori. Un cronista del network Msnbc ha chiesto di potere leggere la lista dei nomi. Il rifiuto è stato deciso. Un diniego che era stato opposto anche, in precedenti occasioni, dallo staff di Bush. Il motivo? Gli elenchi non sono redatti dal Dipartimento per la sicurezza nazionale: in tal caso, infatti, il reporter potrebbe appellarsi a un legge (Freedom of information act) per venire a conoscenza del contenuto. Le liste, invece, sono considerate come documenti privati del presidente degli Stati Uniti. E, pertanto, secretate.
Peccato, però, che il tribunale distrettuale abbia già dato torto alla Casa Bianca. Per due volte. Ma bisogna fare un passo indietro. Durante la presidenza Bush, un’organizzazione non profit che ha come obiettivo la trasparenza nella pubblica amministrazione, Crew (”Cittadini per la responsabilità e l’etica a Washington”: il nome è tutto un programma), aveva chiesto di venire a conoscenza dell’arrivo negli uffici presidenziali di esponenti delle organizzazioni per i diritti religiosi. Dopo il rifiuto, l’associazione si è rivolta al tribunale. E i giudici hanno riconosciuto che aveva diritto di accedere alle informazioni. Il Crew, allora, ha chiesto allo staff di Obama di rivelare se imprenditori dell’industria energetica alimentata da carbone avevano varcato la soglia presidenziale. Visite che avrebbero potuto influenzare le politiche governative, così sensibili allo sviluppo sotenibile. Nessun cambiamento di rotta, però, da parte della Casa Bianca: i documenti non possono essere divulgati. Il servizio di sicurezza ha, infatti, chiarito in una lettera: “E’ posizione del governo (leggi: Obama) che gran parte (se non tutte) le registrazioni (…) non sono registrazioni dei servizi segreti soggette al Freedom of information act. Sono invece soggette al Presidential records act (…) e restano sotto l’esclusiva custodia legale e il controllo dell?ufficio della Casa Bianca e dell’ufficio del Vicepresidente” (qui il link). In breve: niente da fare. Alla faccia della trasparenza.
Gallery - Il pugno di ferro del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, appena rieletto, si è abbattuto sull’opposizione. Più di cento persone sono state arrestate negli ultimi due giorni: sostengono che le elezioni siano state vinte con brogli. Il ministero dell’Interno ha impedito altre manifestazioni dei sostenitori di Houssein Mousavi, sconfitto alle urne. E Ahmadinejad punta il dito contro quelli che paragona ai tifosi di una squadra che non accettano di aver appena perso una partita. Il suo rivale aveva puntato tutto sull’immagine di un rinnovamento e sull’apertura all’estero: dopo mesi di un’accesa campagna elettorale, pesa una delusione inattesa. Ma la protesta non si ferma e, adesso, corre sul web: secondo alcuni dati pubblicati da blog e siti internet, il vincitore delle elezioni è proprio Mousavi con 19 milioni di voti: Ahmadinejad, invece, non ha superato i 5,7 milioni di preferenze. I dati sarebbero trapelati dal ministero dell’Interno.
Le comunicazioni sono state bloccate o rallentate: televisioni straniere oscurate, siti congelati, cellulari muti in alcune aree. Eppure alcuni spazi web sono ancora attivi. Se l’accesso alle strade e alle piazze è stato bloccato, in poche ore un appello diffuso attraverso i microblog di twitter ha portato i dissidenti sui tetti della capitale per cantare in segno di sfida. Anzi, è possibile seguire in diretta l’evoluzione delle proteste attraverso i messaggi lanciati online dai giovani iraniani intitolati #IranElection. Una blogger, Nina, sta pubblicando immagini da Teheran.
Al fronte dei contestatori si è aggiunto anche l’ayatollah Khamenei, massima autorità religiosa del Paese: ha ordinato un’inchiesta sull’accusa di brogli avanzata dall’opposizione (una prima risposta dovrebbe arrivare dal Consiglio dei guardiani entro una decina di giorni) mentre centinaia di migliaia di persone, c’è chi parla di due milioni, hanno sfidato il divieto imposto dal governo e sono scese in piazza per sostenere Moussavi che chiede nuove elezioni. Le immagini delle proteste sono state diffuse dall’Iran attraverso twitter e circolano già su Facebook.
Il regime degli ayatollah controlla televisione, radio e giornali: il web, però, resta uno spazio di espressione a libertà vigilata. I ragazzi di Teheran, infatti, sono un’incognita per Ahmadinejad, in una nazione dove l’età media è di 27 anni (in Italia è di 43 anni). E allora: internet è solo una valvola di sfogo in più per una tifoseria amareggiata? O sta cambiando tutto e rivela una tensione strisciante? La diffidenza delle autorità verso il web, comunque, non è una novità: alcuni mesi fa il social network Facebook era stato chiuso, poi riaperto durante la campagna elettorale. Poco prima del voto, è arrivata la decisione di censurarlo. Ma Teheran ha messo in campo anche strategie più raffinate: un’orda di blog, promossi dalle milizie Basij fedeli agli ayatollah, ha invaso internet con l’obiettivo di “annegare” le voci critiche sul web.
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Le proteste a Teheran
Festeggiamenti per la vittoria del Bnp alle elezioni europee. Sulla destra, Nick Griffin
C’è un po’ di Calabria nel British national party, la formazione politica inglese che ha conquistato due seggi al Parlamento europeo con le sue dichiarazioni ultranazionaliste e anti-islamiche. Il catanzarese Giuseppe de Santis, infatti, ne è un membro dal 2006. Panorama.it lo ha intervistato.
Con chi si potrebbe alleare il Bnp a Strasburgo?
Serve un numero minimo per formare un gruppo: siamo aperti al dialogo. Abbiamo contatti con gli ungheresi di Jobbik e, di recente, anche con gli olandesi di Geert Wilders. Ma dobbiamo vedere se avremo i numeri per farlo.
Quali saranno i temi forti al Parlamento europeo?
Siamo contro l’immigrazione e sosteniamo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Useremo l’Assemblea per mostrare la corruzione e la natura autoritaria del Parlamento europeo. Gli altri Paesi dell’Ue hanno svenduto la sovranità inglese: l’80 per cento delle leggi, ormai, viene deciso a Strasburgo. E poi tenteremo di opporci alle decisioni dell’Ue.
C’è spazio per una convivenza con l’islam?
Vogliamo difendere l’identità cristiana della Gran Bretagna. Per il Corano, però, esiste una sola legge, la legge di Dio. Non c’è alcuna possibilità di integrazione.
In Italia a chi vi sentite vicini?
Per esempio, a Roberto Fiore (segretario nazionale di Forza Nuova, ndr), un amico di Nick Griffin (leader del Bnp). Si sono conosciuti quando Fiore è venuto in Gran Bretagna. Ma Forza nuova non è al Parlamento europeo.
Perché ha scelto di entrare nel Bnp?
Nel 2006 Griffin, durante un discorso in un pub, aveva definito l’islam “una religione malefica”. La Bbc ha ripreso la notizia. E la polizia lo ha arrestato per incitamento all’odio razziale. Negando la libertà di espressione come in una dittatura sudamericana. Allora, ho deciso di entrare nel Bnp.
Un’immagine degli attentati a Mumbai
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Il processo contro l’unico imputato per l’attacco a Mumbai, il pachistano Ajmal Amir Kasab, è appena iniziato. A novembre un commando di dieci persone ha uccise 160 persone, distruggendo una stazione ferroviaria, due hotel, un caffè e un centro ebraico: Kasab è l’unico terrorista sopravvissuto al massacro. Dopo gli attentati è sceso il gelo con i musulmani: i fedeli islamici rappresentano il 14 per cento della popolazione. Restano tensioni latenti alimentate dalla storica accusa di aver favorito la secessione del Pakistan nel 1947, all’indomani dell’indipendenza nazionale. I loro voti - in vista delle elezioni della Camera bassa del 16 aprile - sono decisivi da subito in due Stati chiave, nell’area settentrionale dell’Uttar Pradesh e nei territori meridionali del Kerala. Come nel 2004, nessuna delle due formazioni politiche principali, il partito del Congresso e il Bjp, sembra avere le possibilità per governare da solo. Hanno acceso un dibattito infuocato le recenti dichiarazioni di un leader del conservatore Bjp: ha minacciato di tagliare le mani ai musulmani che mettono in pericolo gli indù. Ma le questioni aperte per la lunga maratona elettorale che porterà alle urne 700 milioni di persone non sono poche.
Generazione Bollywood. L’India è una nazione giovanissima: l’età media è di 25 anni. In una nazione che ha affrontato trasformazioni profonde, soprattutto nelle aree urbane, la locomotiva dell’economia ha iniziato a rallentare e, contemporaneamente, i prezzi dei generi alimentari sono saliti. A differenza degli elettori, i candidati premier dei due principali partiti arrivano insieme a 157 anni: l’attuale primo ministro, Manmohan Singh, ha 76 anni e il rivale Lal Advani del Bjp ne ha 81. Molti si interrogano sull’ascesa di Rahul Gandhi, 38 anni, che si propone come interprete delle esigenze di un Paese giovane e dinamico.
Coalizioni estreme. Saranno eletti nella camera bassa del Parlamento indiano (Lok Sabha) 543 candidati: sono circa 90 i seggi in meno rispetto a Palazzo Madama. Ma dalle precedenti elezioni la frammentazione politica è aumentata: secondo le previsioni, i partiti minori potrebbero superare il 50 per cento dei seggi disponibili. Il Lok Sabha ha maggiori poteri rispetto all’altro ramo del Parlamento, il Rajya Sabha (una sorta di assemblea federale): può, infatti, sfiduciare il governo e approvare la legge finanziaria. Per la stampa indiana, il primo ministro Singh starebbe ipotizzando una coalizione con l’estrema sinistra: il partito comunista indiano è già state decisivo nel garantire la maggioranza dopo le elezioni del 2004, ma ha frenato le privatizzazioni. L’accodo sul nucleare civile con gli Stati Uniti, però, è ancora un nodo da sciogliere.
Paura di attentati. Linea dura contro il terrorismo del premier Singh: ha dichiarato di essere “favorevole ai colloqui con il Pakistan, ma il Pakistan deve provare la sua sincerità catturando i responsabili degli attacchi di Mumbai”. E nuove minacce di attentati arrivano dai separatisti del Tamil Nadu: chiedono a Nuova Delhi di intervenire per fermare la repressione contro i ribelli nello Sri Lanka. I leader tamil non si sono ancora schierati: Jayalalithaa Jayaram ha annunciato che il suo partito negozierà il candidato da sostenere dopo le elezioni.
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