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Un treno delle ferrovie indiane
“Io sono la democrazia” dice un ragazzo che lascia cadere la sua scheda elettorale nell’urna: è il manifesto di iVote, un’iniziativa per coinvolgere i giovani attraverso internet in vista delle elezioni - per la seconda volta interamente elettroniche - per il rinnovo della camera bassa (Lok Sabha) del Parlamento indiano, a partire dal 16 aprile. Chi ha scommesso sulla partecipazione dei ragazzi ha già vinto: 43 milioni si sono registrati per la prima volta. Un record. Complessivamente, sono giovani quattro persone su dieci che si recheranno alle urne. Duecento milioni di elettori hanno meno di 25 anni. È una massa tale da influenzare gli equilibri politici a Nuova Delhi. Ma quale ruolo potrebbe avere internet? Il web è diffuso soprattutto nelle grandi città protagoniste dello sviluppo economico degli ultimi anni: ai giovani del boom sono dirette iniziative come Voice of youth di Google, un forum di discussione utile per sondaggi immediati sugli umori verso la politica. Inoltre negli spazi online di Facebook e Orkut, i due principali social network frequentati in India, si moltiplicano i gruppi di attivisti.
I voti della giovane classe media fanno gola: Internet ha attirato l’attenzione anche del partito conservatore Bjp. Che ha deciso di lanciare una campagna online ispirandosi a Barack Obama con blog, video e pubblicità online per avvicinare i nuovi elettori. Pochi mesi fa alcuni esponenti del Bjp avevano annunciato anche l’arrivo di un computer low cost a 20 dollari per le aree rurali, sussidiato con fondi pubblici. Contemporaneamente, i forum online permettono anche ai cittadini di esprimere le loro proposte per i programmi politici, seguendo l’antica tradizione rurale di democrazia dal basso in India, aggiornata alle pratiche del web. A crederci è il principale quotidiano nazionale, The times of India, con le discussioni di Lead India.
Partecipazione al voto e campagne elettorali non sono l’unico terreno di sperimentazione per l’”effetto rete” sugli elettori, come racconta la blogger Ashni Mohnot. C’è chi ha scommesso sulla capacità di informare i cittadini e monitorare i brogli elettorali. La mappa di Votereport è già pronta per denunciare violenze, corruzioni e mistificazioni: è stata progettata dal gruppo Ushahidi, già attivo durante le votazioni in Kenya, in Congo e durante la recente crisi nella striscia di Gaza (in collaborazione con Al Jazeera), dove i testimoni hanno segnalato incidenti alle urne e dopo. La cartina online diventa un riflettore accesso che non si spegne alla fine di un telegiornale o dopo aver finito la lettura di un quotidiano.
L’ex presidente del partito Bjp, Lal Krishna Advani, cerca consensi tra i giovani sul web ( in inglese)
Il manifesto indiano per la democrazia
Cinquemila persone sono state uccise e carbonizzate nella chiesa di Ntrama, in Rwanda, durante il genocidio del 1994
Le prime immagini del documentario mostrano abitazioni adagiate in una valle: “Kigali, la capitale del Ruanda è una città con le sue storie” dice la voce narrante di un giornalista. Parla in inglese, ma l’inflessione è africana. Racconta il Ruanda a quindici anni dal genocidio del 1994, quando l’etnia hutu massacrò in un mese 800mila tutsi. Un bagno di sangue che passò quasi inosservato: i riflettori dei media occidentali erano puntati sulla fine dell’apartheid in Sudafrica e sull’elezione di Nelson Mandela. “Le parole hanno un potere terapeutico” ricorda il reporter durante il filmato, pubblicato dall’agenzia multimediale kenyota A24 (qui il video). Da qualche anno, però, la stampa internazionale non è l’unico canale per ricevere ascolto al di fuori del continente: blogger e attivisti hanno descrivono in diretta elezioni, conflitti e crisi attraverso il web. L’ultimo caso è il Madagascar: l’acquisizione di ingenti risorse naturali da parte di alcune multinazionali ha alimentato una crisi di governo. E alcuni blogger hanno denunciato le violenze attraverso i microblog di twitter.
La ferita del genocidio è ancora aperta. Di recente il Tribunale penale internazionale dell’Aja ha condannato Joseph Mpambara a 20 anni di carcere: è stato giudicato colpevole per lo stupro di quattro donne e l’uccisione di una vittima. Eppure il documentario di A24 sul Ruanda mostra anche una nazione che sta superando la crisi. Le immagini dei cadaveri ammassati lungo le strade lasciano il posto alle persone che stanno ricostruendo il Paese. Anzi, la rivista americana Time rivela un volto inedito di alcuni Stati africani: sono diventati meta d’investimenti. Secondo i consiglieri di Barack Obama, infatti, le nazioni del continente più povero garantiscono anche i margini di profitto più alti al mondo. E negli ultimi anni l’economia del Ruanda ha viaggiato raggiungendo una crescita dell’8 per cento del prodotto interno lordo.
Il film Hotel Ruanda: è la storia dello Schindler africano, Paul Rusesabagina, un direttore d’albergo che salva 1200 persone dal genocidio
Un campo profughi in Darfur
Darfur è ancora una parola oscura, lontana. Difficile da collocare su una mappa. Eppure nei villaggi in fiamme di questa regione del Sudan sono morte 300mila persone negli ultimi sei anni e più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire verso il Ciad e altri Stati. Ma a riaccendere i riflettori internazionali sul dramma umanitario è stato il rapimento di tre volontari di Medici senza forntiere, dopo l’espulsione decisa dal presidente sudanese Omar Al Bashir. Trascurato dai mass media, il Darfur può contare, però, sulla mobilitazione continua del popolo della rete. Dove, invece, la regione africana è diventata il simbolo delle tragedie dimenticate.
Ashok Gadgil è un fisico dell’università di Berkeley: con alcuni colleghi ha progettato gratuitamente una stufa che può essere costruita con materiali di scarto. Si tratta, soprattutto, di uno strumento in grado di alleviare il problema della scarsità dei rifornimenti nei campi profughi perché brucia metà della legna richiesta dal focolare rudimentale con tre pietre. Ma il gruppo di Gadgil non si è fermato a questa ricerca tecnologica da “cervelloni”: attraverso il sito Darfur Stove è possibile acquistare le stufe e inviarle in Africa. Singole persone, poi, hanno deciso di contribuire alla mobilitazione globale con iniziative originali. Attraverso un blog, per esempio, una ragazza canadese ha venduto borse fabbricate con materiale riciclato per raccogliere fondi da destinare ai profughi.
Anche musicisti e reporter si sono impegnati per accendere i riflettori su un angolo di mondo così lontano. Due milioni di persone hanno potuto vedere su YouTube il video di Living Darfur, una canzone del duo inglese Mattafix.
Living Darfur dei Mattafix
Dal web è partita una mobilitazione per convincere le televisioni italiane a dedicare più spazio alla guerra nello Stato Africano: la proposta è stata lanciata dal team di Italianblogsfordarfur, un gruppo che ha girato un documentario nelle aree del conflitto.
Andata e ritorno dall’inferno del Darfur, di Antonella Napoli
Sulle mappe di Google Earth bruciano ancora le fiamme che indicano i villaggi distrutti dalle milizie legate al presidente Omar Al Bashir. Ma gli sforzi del pubblico di internet continuano.
LEGGI ANCHE: Darfur, rapiti tre operatori di Medici senza frontiere
Pechino si allea con i blogger: un patto all’insegna del cybernazionalismo, la rivendicazione dell’identità nazionale che corre sul web, alimentando spirali di proteste, denunce, manifestazioni. Non soltanto virtuali. Durante una recente visita in Messico, il premier cinese Wen Jiabao ha detto: “Alcuni stranieri non hanno niente di meglio da fare che puntare il dito sui nostri affari”. Una dichiarazione accolta con entusiasmo da parte dalla popolazione che naviga sul web in Cina. Tanti giovani in passato hanno dimostrato di sostenere le scelte più controverse di Pechino: per esempio, durante la repressione della rivolta in Tibet alcuni blogger hanno lanciato il sito AntiCnn per denunciare la parzialità dei media occidentali troppo atteniti, a loro dire, sulle sofferenze della popolazione. Quella dei cybernazionalisti è una massa pronta a entrare in gioco per sostenere il governo anche a pagamento: è ormai famoso il “partito del 50%”, squadre di volontari che per cifre irrisorie monitorano le discussioni sui blog in Cina e intervengono a favore delle autorità di Pechino. Non si tratta di un fenomeno trascurabile: sarebbero almeno 280mila le persone arruolate nella propaganda politica “sponsorizzata”. Ma le nuova forme di manipolazione dell’opinione pubblica online che scartano la censura e preferiscono l’intervento diretto non sembrano emergere soltanto in Cina. Come ricorda Newsweek, internet è diventato un terreno di confronto politico anche in Iran: le milizie Basij, fedeli all’ayatollah Khomeini, stanno riversato online diecimila blog per sostenere la Repubblica islamica. Il web resta lo spazio più aperto per le discussioni politiche, in particolare nei regimi non democratici. E, soprattutto, è frequentato dai giovani. Nemmeno il Cremlino resta a guardare: si è affidato a una ditta privata, la New Media Stars per coinvolgere i navigatori del web con siti e videogiochi in sostegno del primo ministro Vladimir Putin.
Eppure il cybernazionalismo ha migliorato la vita di alcune minoranze etniche. Spesso, paradossalmente, prive di Stato. Foreign policy, per esempio, segnala il caso degli Assiri: divisi ai confini fra quattro Stati (Iraq, Iran, turchia e Siria), possono seguire le partite della loro squadra di calcio in Svezia e hanno un punto di incontro online, Assyrian voice. Un’esperienza simile a quella dei Curdi (circa 30 milioni nel mondo) che si incontrano, per esempio, su Other iraq. Se da un lato è difficile pensare agli Hakka come a una minoranza cinese (sono circa cento milioni nel mondo), dall’altro dopo decenni di diaspora anche loro si ritrovano in alcuni siti web come Hakkas.org.
Iran, una nazione di blogger
Tre donne in un centro commerciale di Ryhad, capitale dell’Arabia saudita
Sedersi in un’automobile e impugnare il volante resta un tabù per le donne in Arabia Saudita. Ma qualcosa sta cambiando. Re Abdullah ha nominato il nuovo ministro dell’Istruzione femminile. Ha un curriculum ineccepibile: docente con formazione internazionale e un dottorato negli Stati Uniti. Soprattutto, è una donna: si chiama Norah Al-Faiz. Finora soltanto agli uomini erano riservate incarichi prestigiosi. Come sottolinea il blog di Foreign policy, re Abdullah ha fatto anche un passo in più, licenziando il capo della “Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, Ibahim Al-Graith: la polizia religiosa ai suoi ordini aveva impedito a un gruppo di ragazze di abbandonare una scuola in fiamme perché non erano vestite “adeguatamente”.
La notizia della nomina al ministero dell’istruzione è stata accolta con entusiasmo sui blog. Soprattutto nel Golfo persico. “Questo è un giorno davvero felice” scrive Saudiwoman. E fuga ogni sospetto sul fatto che Nora Al-Faiz sia divorziata o straniera: “Sono orgogliosa di dire che in realtà appartiene a una delle più grandi famiglie in Arabia saudita, Bani Tameem di Al Nawayser e che proviene da Najd. Suo marito la supporta ed è molto orgoglioso”. Commenta un altro blog, Empty quarter: “In molti Paesi sarebbe ovvio che una donna avesse il posto di ministro dell’educazione femminile, nel Regno Saudita è diventato soltanto di recente ‘obbligatoio’”. Anche se non dovesse avere reale potere, è comunque un successo, osserva The woman on the web. Il Christian science monitor si spinge più in là e nota che i Paesi del Golfo persico hanno iniziano graduali riforme, anche se molto limitate agli occhi degli occidentali: nelle ultime elezioni, per esempio, il Kuwait ha permesso alle donne di votare.
Inferno di fuoco in Australia - Guarda la GALLERY
Non ha perso tempo il primo ministro australiano Kevin Rudd: con i suoi collaboratori sta informando i cittadini attraverso Twitter, un microblog, sull’avanzata delle fiamme che stanno devastando lo Stato di Vittoria, nei territori meridionali dell’isola. Rudd spiega ai cittadini come donare sangue per le vittime o fondi per i vigili del fuoco. Tutto in diretta su internet. È l’incendio più grave nella storia australiana: più di cento le vittime. E attraverso il web i cittadini cercano di far fronte all’emergenza. Ognuno con le sue capacità.
In poche ore è stato lanciato un gruppo su Facebook per lasciare un messaggio a chi vive l’angoscia dell’assedio degli incendi. Temendo che il vento possa spingere le fiamme verso i centri abitati. Scrive Lacey Richmond della Croce rossa canadese: “Le storie di eroismo e di coraggio che stiamo ascoltando sono una prova della bontà e dell’umanità in un momento di grande bisogno. Per quanto la situazione possa sembrare tragica, gli aiuti stanno arrivando”. Gli ingegneri di Google hanno pubblicato una mappa degli incendi che rivela la gravità i danni e permette ai soccorsi di coordinarsi. Le informazioni arrivano dai Vigili del fuoco dello Stato di Vittoria. E il quotidiano Australian aggiorna il bilancio delle vittime con in una cartina online. Alcuni testimoni, poi, hanno inviato fotografie degli incendi a Ninemsn: 22 immagini drammatiche che mostrano le devastazioni inferte dalle fiamme voraci ai terreni coltivati, alle strade, alle case.
Il primo ministro australiano, Kevin Rudd, parla di “omicidio di massa”
Sede Onu bombardata a Gaza City
Le fiamme consumano la sede dell’Unrwa, un’agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi palestinesi: sono fotografie scattate dopo i bombardamenti delle forze armate israeliane. L’occhio dei satelliti ha permesso di vedere le immagini degli scontri in dettaglio: scene che si sono diffuse rapidamente tra blog e social network. Generando commenti e polemiche. Come nel caso dei video su YouTube dell’esercito di Tel Aviv che mostrano strade e cortili dei territori occupati dove sono stati colpiti sostenitori di Hamas dai bombardamenti aerei.
Durante le fasi più acute dello scontro una mappa ha permesso di seguire, su internet, gli eventi più cruenti: quella di Al Jazeera, l’emittente araba che ha raccolto le informazioni arrivate dalle aree del conflitto in tempo reale: lanci di missili, attacchi aerei, vittime e feriti. Come mostra la cartina interattiva, le città costiere sono state colpite duramente: Gaza City, Ashdod, Holon, Tel Aviv. E ogni giorno i reporter di strada continuano a segnalare incidenti, anche attraverso sms. Ma c’è una nazione palestinese che non ha confini geografici contesi, protetti da posti di blocco e militari. A descriverla è stata l’analisi finanziata da un’associazione canadese, Idrc, pubblicata online di recente: ha mappato i siti internet palestinesi (il loro indirizzo internet finisce con .ps). E anche negli spazi virtuali emergono fratture, come quella tra i siti di Hamas (vicina ai sunniti) e Hezbollah (sciita), riuniti in gruppi separati sul web. Eppure vengono alla luce anche paradossi: più della metà dei siti internet censiti sono ospitati su banche dati negli Stati Uniti. Tra i più importanti (e più linkati) sono centrali nei territori palestinesi online il ministero delle Telecomunicazioni, la scuola per studenti musulmani Al-Iman e un sito per ottenere domini web, Olivetree (qui la mappa).
Armi in una moschea di Gaza colpita dall’aviazione israeliana
George W. Bush accoglie Barack Obama alla Casa Bianca
Le aspettative per il nuovo presidente, Barack Obama, sono alle stelle. “Change”, cambiamento, è stata la parola chiave della sua campagna elettorale. Un cambiamento che è iniziato poco dopo il suo giuramento, alle 12.01. Su internet. Il sito ufficiale della Casa Bianca si è trasformato: mandato via George W. Bush, è comparsa la biografia di Barack Obama. Ma il progetto del nuovo sito apre orizzonti differenti: diventerà “una finestra per tutti gli americani negli affari di governo”. Già, bell’idea. Ma come? I cittadini potranno commentare alcune scelte politiche del presidente Usa per cinque giorni, aggiungendo i loro punti di vista. Un modo per avvicinarsi al pubblico che può anche rivelarsi rischioso, generando valanghe di commenti negativi in rete. Negli ultimi tre mesi, poi, i sostenitori di Obama hanno avanzato proposte per definire l’agenda politica: idee che sono state accolte sul sito Change.gov, confluito adesso nella voce “agenda” di Whitehouse.gov. La galleria fotografica con i volti dei presidenti Usa è una delle curiosità più divertenti di Whitehouse.org: inizia con il primo capo di Stato americano, George Washington e arriva fino a Barack Hussein Obama. Un viaggio nel tempo attraverso i protagonisti della politica statunitense che rivela le trasformazioni profonde della nazione. E un video ripercorre in due minuti il percorso verso la nuova residenza di Obama, sulle orme di Abraham Lincoln.
Come spiega il blog della Casa Bianca, non è soltanto un mutamento nelle tecnologie, ma nel rapporto con le persone: trasparenza, comunicazione e partecipazione diventano valori esplicitamente sostenuti. Valori che suscitano attese e speranze, ma che rischiano anche di generare delusioni. Sembra però che lo staff presidenziale si sia dato la zappa sui piedi da solo: su Whitehouse.org sono già apparse critiche verso l’amministrazione Bush per la gestione degli interventi dopo l’uragano Katrina. L’accusa è di “inettitudine incosciente”. Immediate le reazioni dei conservatori che bollano il sito come uno “strumento permanente di campagna”.
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