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Più veloce del contagio stesso. Internet ai tempi della pandemia si sta trasformando in un tam tam senza precedenti. E così la notizia che in Messico fabbriche e governo saranno chiusi fino al 5 maggio e che l’Oms ha dichiarato al quinto posto in una scala che va da uno a sei il livello di rischio dell’influenza suina scatena un refresh dei monitor senza precedenti. La rete del resto è diventata l’unica piazza in cui sia possibile incontrarsi e scambiarsi impressioni, pareri, sfoghi personali mentre da Città del Messico al resto del paese si è costretti a rimanre tappati in casa per timore di un contagio. Ci si collega ad Internet in Messico in questi giorni per saperne di più e meglio di quanto non racconti la televisione. Con una grande differenza. Nei forum c’è spazio per la denuncia e la paura, mentre nei blog e nei siti di social network la si esorcizza.
In quello del quotidiano El Mundo un medico che non si firma racconta la sua esperienza: “Sono specializzato in malattie respiratorie e in terapia intensiva”, dice, “i trattamenti antivirali non stanno avendo il successo sperato e la gente continua a morire, anche giovani di meno di 30 o 20 anni. Il personale è molto spaventato. Ci dicono di non parlare con la stampa e che verremo sanzionati se lo facciamo”. Nel forum di un altro quotidiano El Universal, invece c’è chi come Carlos si lamenta perchè nel suo comune a causa dell’epidemia non è più stata consegnata la posta senza alcun preavviso. Sui blog, invece, a trionfare è l’humour negro, così caro ai messicani. Così, c’è chi si diverte ad inserire fotomontaggi con Superman a Città del Messico e chi offre una piccola antologia, presa da Twitter, delle migliori pagine. “La maniera più sicura per non essere contagiati dall’influenza? E’ rimanere in casa tutto il giorno incollati al pc” scrivono i blogger messicani. Ma come ogni pandemia che si rispetti scendono adesso in campo anche blog e forum del resto del mondo tutti preoccupati del fatto che i virus come Internet non rispettino i confini. E sono in tanti. Secondo Nielsen online il 6% dei messaggi pubblicati nelle ultime ore in rete in Messico riguardano esclusivamente la febbre suina.
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Sedie e tavoli nel disperato tentativo di difendersi contro i pirati. E’ l’altra verità che adesso viene fuori. A raccontarla sono i passeggeri che il 25 aprile a bordo dell’italiana MSC Melody sono stati attaccati improvvisamente dai pirati pur essendo a 1852 km dalle coste della Somalia. Una versione, la loro, più drammatica di quella riferita subito dopo dal comandante Ciro Pinto e riportata adesso dal settimanale tedesco Der Spiegel. Nel lungo reportage firmato da Matthias Gebauer e Dietmar Hipp si riferisce che “secondo alcuni testimoni due passeggeri sono entrati nel bar gridando e raccontando quello che stava accadendo. E cioè che una lancia era apparsa a poppa e che vari uomini armati si stavano preparando per agganciarsi al transatlantico. E che uno dei pirati stava già tentando di scalare la parete della nave mentre diversi passeggeri stavano afferrando disperatamente tavole e sedie per lanciarli contro”. Insomma secondo l’articolo di Der Spiegel, prima ancora che il servizio di sicurezza della nave si accorgesse dell’attacco, sarebbero stati i passeggeri a darsi da fare, in una sorta di Far West ambientato però stavolta tutto in mare. I due reporter citano in proposito la testimonianza di un passeggero, Jules Tayler, accorso insieme ad altri per le grida di una donna che per prima aveva visto la barca affiancarsi alla nave. “Uno dei pirati arrampicato sulla corda era già a metà del cammino - riferisce Taylor - è così che abbiamo cominciato a tirargli addosso sedie e tavoli, uno dei quali lo ha colpito facendolo cadere”. Da lì i pirati avrebbero cominciato ad aprire il fuoco, un passeggero sarebbe rimasto ferito ad una gamba e un membro il reportage - prima che la sicurezza armata intervenisse sono trascorsi dai 6 agli 8 minuti. Secondo loro il fatto di aver landell’equpaggio di striscio alla testa. “Secondo questi testimoni- riferisce ciato tavoli e sedie ha salvato la nave”.
Tutta colpa di un hamburger, anzi di uno spot televisivo creato ad hoc per la tv spagnola. In poche ore è scoppiata una vera e propria guerra diplomatica tra Burger King, colosso statunitense del settore e l’ambasciatore del Messico a Madrid Jorge Zermeno. Una guerra che non ha risparmiato i toni forti e che almeno ha portato ad un risultato. Lo spot è stato ritirato con tanto di scuse ufficiali. Ma andiamo per ordine. Tutto è cominciato con il lancio in pompa magna della nuova campagna pubblicitaria del panino “Tex-Mex” su suolo spagnolo. Lo spot ha fatto in poche ore il giro del mondo, finendo su Youtube e evidentemente anche sul desktop del solerte ambasciatore che dinanzi a tanta audacia non si è trattenuto: “Questo annuncio denigra l’immagine del nostro paese” ha tuonato contro i vertici di Burger King, chiedendone il ritiro immediato. Ad irritare il governo messicano non è stato tanto lo slogan del nuovo panino che recita “Uniti dal destino” quanto la raffigurazione dei due personaggi, un aitante cowboy texano contrapposto ad un piccolo e paffuto messicano avvolto nella bandiera nazionale e con indosso una maschera da lotattore. La scelta di caratterizzare il messicano in questi termini non è piaciuta a nessuno, neppure ad uno dei quotidiani più famosi del paese, La Jornada , che ha condannato l’intera operazione commerciale perchè “mostra i messicani decisamente inferiori in tutto agli statunitensi”. Proprio un anno fa un’altra pubblicità, stavolta della vodka svedese Absolut fu al centro di feroci polemiche per aver riprodotto una vecchia carta geografica che raffigurava le terre prese al Messico dagli Usa durante le guerre del XIX secolo. Nell’”absolut world” dello slogan gli Usa ci videro una polemica inutile al loro imperialismo d’antan. Inutile dire che anche in quel caso la pubblicità fu rimossa.
La guerra dell’hamburger: lo spot censurato

Basterà il vertice delle Americhe in calendario nel fine settimana a Trinidad e Tobago per riconfermare la leadership degli Stati Uniti in America Latina? Sono in molti a chiederselo e lo ha fatto anche il prestigioso New York Times, di fronte alla rapida escalation in questa parte di mondo di un altro gigante, la Cina. E così se per decenni, data anche la prossimità geografica, il governo di Washington ha fatto sempre sentire in modo più o meno diverso la sua presenza, Obama e i suoi adesso dovranno tenere conto, e seriamente, di concorrenti agguerritissimi. La Cina infatti sta ampliando freneticamente la propra presenza finanziaria e commerciale in tutta l’area.
Nelle ultime settimane Pechino ha raddoppiato un fondo di investimenti in Venezuela portandolo alla considerevole cifra di 12 miliardi di dollari, ha prestato un miliardo di dollari all’Ecuador per costruire una centrale idroelettrica, ha concesso all’Argentina la possibilità di attingere a 10 miliardi di dollari in valuta cinese per pagare le sue importazioni dalla Cina e ha prestato dieci miliardi di dollari alla compagnia petrolifera di Stato del Brasile. E’ proprio l’oro nero di cui il continente, dal Venezuela al Brasile è ricchissimo, a far gola a Pechino. Da cui l’impegno finanziario con paesi con cui solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile concludere una sola negoziazione.
A Obama dunque spetta un difficile compito. Nell’incontro di Trinidad e Tobago con i leader di tutta l’area dovrà fare seriamente il punto sull’attuale crisi economica internazionale ma soprattutto mettere le basi per il rilancio dell’Inter-American Development Bank, vero punto di riferimento dell’influenza dell’Usa in America Latina.
Passaggio di consegne in Brasile tra gli avvocati difensori di Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo) ora in carcere vicino a Brasilia. Si fa, infatti, da parte, anche se formalmente rimane nel team di difesa, Luiz Eduardo Greenhalgh, ex deputato nonchè tra i fondatori del PT, il Partido dos Trabalhadores del presidente Lula. Entra invece in scena, assumendo il comando della difesa e, dunque, decidendone pienamente la strategia, uno dei più famosi avvocati costituzionalisti del paese verde-oro, Luís Roberto Barroso. L’annuncio è stato dato ufficialmente proprio da Barroso e ritrasmesso da tutti i più importanti media brasiliani.
L’obiettivo è chiaro. La sostituzione mira a riportare il caso Battisti da un piano che ormai era diventato meramente politico ad uno prettamente legale. “Non è in gioco la simpatia o antipatia che si può avere per il ministro brasiliano della giustizia o per Berlusconi- ha dichiarato Barroso alla stampa brasiliana- stiamo parlando di una vita di una persona e dei suoi diritti”. Il caso Battisti, a cui il ministro della giustizia Tarso Genro lo scorso 13 gennaio ha concesso lo status di rifugiato politico, era ormai giunto ad un punto di stallo, in attesa della decisione definitiva del Supremo Tribunale Federale brasiliano sulla richiesta di estradizione presentata dall’Italia. Giocare la carta Barroso significa adesso per Battisti la possibilità di sgonfiare l’attenzione mediatica con relative polemiche politiche e riconfigurare completamente la strategia di difesa. “Non solo voglio dimostrare - ha concluso Barroso- che la concessione dello status di rifugiato politico è legale ma anche sollevare seri dubbi attraverso prove obiettive sulla partecipazione di Battisti ai quattro omicidi di cui è accusato”. A Barroso del resto non manca la grinta visto che è diventato in famoso in Brasile per le sue posizioni e i processi a favore della ricerca sulle staminali e dell’aborto in caso di feti anencefali. .
Dopo cinque giorni di sciopero della fame il presidente boliviano Evo Morales ha raggiunto il suo scopo. Il parlamento ha dato, infatti, il via libera alla nuova legge elettorale transitoria che gli permetterà di riconfermare il suo mandato il prossimo 6 dicembre. L’annuncio della fine dello sciopero della fame è stato dato in televisione dal presidente in persona insieme ad alcuni dei leader sindacali (in totale erano stati poco più di un migliaio ndr) che avevano partecipato nei giorni scorsi alla manifestazione di protesta a sostegno di Morales. Sempre nel corso del messaggio televisivo al paese il presidente boliviano ha richiamato tutti i cittadini “all’unità nazionale per poter continuare le trasformazioni profonde” di cui il suo governo si ritiene promotore.
Gli ultimi mesi sono stati in realtà un test di fuoco per il presidente. Dopo oltre un anno di tensioni legate all’approvazione da parte dell’assemblea costituente della nuova carta costituzionale sembrava che la vittoria di Morales lo scorso agosto, nel referendum che aveva approvato la nuova costituzione, avesse placato le polemiche. E invece si è di nuovo inciampati nella crisi istituzionale. L’accordo adesso raggiunto è sembrato, però, lontanissimo nei giorni scorsi quando numerosi esponenti anti governativi hanno abbandonato l’aula, definendo la legge in corso di approvazione toppo “pilotata” e finalizzata a favorire la rielezione di Morales. Tra le norme che erano state contestate soprattutto quelle che prevedono un certo numero di posti riservati agli indigeni, la concessione del voto ai boliviani all’estero e la creazione di un nuovo registro elettorale che potrebbe favorire i brogli elettorali.
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Leggi la LETTERA con le risposte di Bragaglia
La scorsa settimana il ministro brasiliano Tarso Genro aveva dichiarato di fronte alle Commissioni Esteri, Difesa e Diritti Umani del Senato che il “caso Battisti” non avrebbe motivazioni ideologiche e che se Pierluigi Bragaglia, ex terrorista neofascista dei NAR catturato lo scorso luglio in Brasile e di cui il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione, richiedesse tramite i suoi avvocati lo status di rifugiato politico, lui glielo concederebbe subito.
Panorama.it ha intervistato per iscritto e in esclusiva l’ex terrorista di destra in carcere a San Paolo, grazie alla collaborazione del suo avvocato Antonio Roberto Ribeiro e alla figlia Penelope. Qui pubblichiamo la trascrizione della lettera manoscritta di Pierluigi Bragaglia, modificata nell’ordine delle domande per attualizzarla agli ultimi sviluppi e corretta di alcuni errori di italiano, comprensibili dopo quasi 30 anni lontano dal paese d’origine da parte del Bragaglia. Nella gallery a lato, comunque, potete visionare l’originale.
Bragaglia, ma lei ha intenzione di richiedere lo status di rifugiato politico come Battisti?
No, non ho intenzione di chiedere nessun asilo politico.
Perchè? Quali sono a suo avviso le differenze tra il suo caso e quello dell’ex terrorista scrittore?
Si tratta di due casi molto diversi. Nel caso di Battisti il fattore più importante sono le condanne di omicidio che pesano come macigni sulla sua situazione giuridica, ma anche la richiesta dell’asilo politico e la scelta non molto casuale del Brasile. Nel mio caso sono stato condannato ad un totale di 12 anni e 11 mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva, ridotti di 2 anni per l’indulto, e mai imputato o condannato per “qualsiasi fatto di sangue”. Inoltre non ho mai chiesto l’asilo politico a nessun paese e vivo onestamente in Brasile da 25 anni, che sono più dei miei 22 anni trascorsi in Italia. Per questo ritengo che ci siano enormi differenze tra i due casi, anche perché in Brasile la mia pena è già prescritta mentre in Italia lo sarà dal 2011.
Eppure due giorni fa il ministro Genro ha paragonato il “caso Battisti” al suo caso come già aveva fatto qualche settimana fa il settimanale brasiliano Istoé in un articolo. Cos’ha provato quando ha letto l’articolo?
Molta rabbia e un senso di ingiustizia. Principalmente per le bugie e le calunnie orchestrate da qualcuno cui farebbe comodo paragonarmi proprio al signor Battisti.
Facendo chiaramente riferimento a lei, Cesare Battisti nella sua ultima lettera ha scritto: “Qui in Brasile c’è il caso di un italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista e coinvolto nell’attentato di Bologna. Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché?”. Lei sa qualcosa della strage di Bologna?
Primo: sino ad oggi ancora non si sa realmente chi sia stato l’attentatore della strage di Bologna e, forse, non lo si saprà mai. Di certo c’è solo che ci sono dei “buchi neri” nella politica di quegli anni ma, e questo è il secondo punto, sappiamo soprattutto che Battisti, con queste calunnie nei miei confronti, si sta arrampicando sugli specchi per cercare di salvarsi a tutti i costi, volendomi pregiudicare pur sapendo che è falso che io sia coinvolto nella strage di Bologna. Lui vorrebbe mettermi sul suo stesso piano.
Cosa risponde alle accuse di Battisti?
Questo signore sappia che in nessun momento della mia vita processuale, dall’inizio sino ad oggi, mai nessuno ha lontanamente ipotizzato qualsiasi mio coinvolgimento in quell’attentato che, sia detto per inciso, reputo assurdamente vile e codardo. Nessuno, né da parte della magistratura, né dei pentiti. È provato che sono totalmente estraneo a quella tragedia.
Come mai ha scelto il Brasile per la sua latitanza e come mai ha un passaporto venezuelano? Battisti sostiene di essere stato aiutato dai servizi segreti francesi, a lei qualcuno ha dato una mano?
Nel mese di maggio del 1982 su richiesta della mia famiglia sono partito dall’Italia per il Venezuela con il mio vero passaporto. Là ho lavorato per più o meno due anni in una pizzeria. Non ero ancora ricercato. Quando ho saputo che per l’Italia ero un latitante ho comprato in Venezuela un passaporto falso e sono scappato in Brasile, senza l’aiuto di nessuno.
Cosa ha portato il giovane Pierluigi Bragaglia alla lotta armata? Che vita faceva prima di entrare nei NAR?
L’epoca degli anni Settanta e Ottanta noi italiani la conosciamo molto bene, forse per altri paesi e altri popoli è stato solo un periodo di follia mentale generalizzata in cui un intero paese si è immerso. Per me quel periodo si fonde con la mia stessa adolescenza e la mia gioventù e, mi creda, è arrivato davvero molto, troppo presto. Forse per la mia educazione, per l’ambito familiare di destra moderata, essendo il più piccolo di tre fratelli già in politica e frequentando amicizie di un quartiere considerato di “destra”, ho cominciato la mia militanza politica a 12-13 anni, con i manifesti, le scritte, i volantinaggi, i comizi e i cortei. Come tutti sanno noi di destra all’epoca eravamo la minoranza mentre la stragrande maggioranza dei giovani erano di sinistra e, così, gli scontro sono diventati inevitabili e quotidiani. Prima verbali, poi qualche scaramuccia, dopo una vera caccia all’uomo. Le posso dire che per le immaginabili proporzioni di forze in campo, per noi non era una vta facile. Ma in quell’epoca ciò che contava era il coraggio di manifestare le proprie idee, l’ideologia, l’essere diverso dalla massa, il sapersi difendersi. Il tutto condito con la spericolatezza e principalmente l’irresponsabilità tipica della gioventù. Con la tensione che aumentava e la situazione sempre più calda il mio incontro con i NAR è stato molto naturale. Molti amici dei volantinaggi, dei cortei e della militanza già cominciavano a voler fare il “salto di qualità”. Io, un giovane con 17 anni, non potevo perdere questa “opportunità” di far parte di “qualcosa di più grande” e, così, ho cominciato con l’aiutare alcuni amici più grandi di me che già sapevo facevano rapine per autofinanziarsi. Anch’io ho partecipato ad alcune azioni armate ma non ho mai presenziato a “fatti di sangue”.
Se potesse tornare indietro, oggi, cosa non rifarebbe?
Sicuramente non farei parte di nessun gruppo che usi la lotta armata . Come dimostrano i fatti il mondo non si cambia con le armi, tanto meno provocando dolore agli altri oltre che a se stessi.
C’è una donna, una madre che come tante altre madri ha perso un figlio etichettato come un “rosso” mentre lei, Bragaglia, a quei tempi era etichettato come un “nero”. Quel figlio si chiamava Valerio Verbano e fu ucciso da tre giovani armati e coperti da un passamontagna entrati in casa sua, dopo avere immobilizzato i genitori. La madre, quasi novantenne, continua a chiedere giustizia dal momento che l’omicidio del figlio resta ancora oggi impunito. I NAR sono stati tirati in ballo da alcuni suoi ex “compagni d’armi”. Lei sentì parlare del caso tra gli integranti dei NAR dell’epoca?
Mi dispiace immensamente per questa signora, oggi anch’io sono un padre ma non conoscevo Valerio Verbano e all’epoca non ne ho mai saputo nulla, né del fatto né di chi sia stato ad ucciderlo.
Bragaglia, lei è stato condannato ad oltre dieci anni per sovversione e rapina a mano armata, l’Interpol l’accusa di avere presenziato all’azione che a Roma culminò nell’uccisione di due Carabinieri, cosa che lei ha sempre negato. Comunque, al di là delle strette responsabilità personali che sono quelle che contano per la giustizia terrena ci sono anche le responsabilità collettive cui, per chi crede, si risponderà magari davanti a Dio. Oggi, con il senno di poi, lei come giudica quegli anni?
Innanzitutto non è assolutamente vero che io sia stato accusato di essere nel luogo o di aver partecipato all’omicidio dei due carabinieri. È un’invenzione della rivista brasiliana “Istoé”. In nessun processo, né nelle fasi istruttorie, né in giudizio e nemmeno nelle mie condanne si è menzionato questo fatto. Nego con veemenza la mia partecipazione diretta o indiretta in azioni nelle quali siano morte persone. La mia condanna oggi è di 10 anni e undici mesi per rapina a mano armata e associazione sovversiva. Pertanto quest’accusa è un’infamia. Oggi la mia coscienza è tranquilla e ringrazio Dio di aver avuto la fortuna di non essere mai stato presente ad azioni culminate con la morte di qualcuno.
A sua figlia Penelope, portatrice di questa missiva, come ha spiegato il Bragaglia di oggi e quello di ieri?
Ai miei figli non è stato necessario spiegare nulla. Mi conoscono per come sono oggi, mi sono voluto scusare con loro per tutto ciò che stanno vivendo. Sanno quanto amore provo per loro e, conoscendomi, sanno che non posso essere orgoglioso del mio passato.
(Ha collaborato Paolo Manzo)
Non c’è davvero pace per la coppia presidenziale Sarkozy Bruni. Che si trova, ovunque si girino, sempre al centro di nuovi scandali. Questa volta la vicenda ha origine nella recentissima visita ufficiale della coppia in Messico. Dopo aver ricevuto la scorsa settimana un invito ufficiale nella sua residenza da parte del presidente messicano Felipe Calderon, Sarkò e Carlà hanno pensato bene di recarsi in anticipo nel paese latino aggiungendo ai due giorni ufficiali altri due giorni privati in un resort a cinque stelle. Peccato che il padrone del piccolo paradiso turistico dove hanno alloggiato sia uno dei più sospetti miliardari messicani: Roberto Hernandez Ramirez, un membro del consiglio di amministrazione di Citigroup sospettato di essere uno dei più potenti e pericolosi amici dei narcos del paese latinamericano. “Chi ha pagato il soggiorno privato della coppia presidenziale in Messico?” si chiede stamen polemicamente il sito de Le Figaro, un quotidiano di centrodestra che almeno in teoria dovrebbe avere un occhio di riguardo nei confronti dell’attuale inquilino dell’Eliseo.
Ora i media francesi (il caso è stato scoperchiato dal sito di giornalismo investigativo Rue89) si aspettano una spiegazione anche perché i sospetti che gravano su Ramirez sono a dir poco inquietanti, a partire da quello di aver utilizzato le sue proprietà personali per consentire il transito di grossi traffici di cocaina fino a quello di riciclaggio di danaro proveniente da narcotraffico. L’Eliseo, secondo Le Figaro, non smentisce il mistero sorto intorno a questi due giorni privati della coppia presidenziale. Ma nessuno sa dire chi abbia realmente pagato quest’hotel o se la coppia sia stata ospitata addirittura gratuitamente. In Messico intanto la sinistra all’opposizione (PRD) sta chiedendo chiarimenti al governo. E il popolo francese di sicuro non starà certo a guardare.
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