Archivio per autore: » marino.petrelli

Da Israele
Israele si prepara al voto nell’incertezza più totale e guarda alla possibile tregua con Hamas convinta di aver fatto “il miglior lavoro possibile” nella guerra lampo sospesa lo scorso 20 gennaio, anche se i sondaggi dicono il contrario e la stessa organizzazione terroristica rivendica la vittoria e ha ripreso a lanciare razzi a sud di Israele. Ma come vive la “terra santa” questa delicata fase e quale rapporto c’è tra la popolazione e la guerra? Vista dall’Europa, ci si può aspettare una terra dove c’è paura, ma la situazione è completamente opposta. Arrivati a Tel Aviv, al seguito della delegazione italiana che parteciperà ai lavori della quarta conferenza internazionale sull’aerospazio e sulle telecomunicazioni satellitari, ci accorgiamo da subito, dopo un’estenuante controllo in aeroporto, quanto diverso è il modo di vivere di questa gente, che guarda all’Europa, e all’Italia in particolare, come un ponte per il suo futuro politico, sociale ed economico.
Sulla “collina della primavera” (è il nome tradotto dall’ebraico), non c’è tempo per annoiarsi. Questa metropoli, che compie 100 anni proprio nel 2009, sprizza energia da ogni quartiere. Ha una vita notturna degna delle grandi città europee, tantissimi negozi per lo shopping e un lungomare che sembra una palestra a cielo aperto. Per questo, Tel Aviv è detta “la città che non si ferma mai” e gli abitanti ci ripetono spesso un detto ebraico: “Gerusalemme prega, Haifa lavora, Tel Aviv si diverte”. Le guide l’accostano a Barcellona per l’intensità della sua movida notturna, a San Francisco in virtù della nutrita comunità gay e per l’estrosità dei suoi abitanti, a Tokyo per l’estensione della sua connessione internet wi-fi, simbolo di una comunità tecnologica all’avanguardia.
Tel Aviv. Una città cresciuta a dismisura negli anni Trenta, con l’arrivo dei primi profughi europei che fuggivano il nazismo, compresi i numerosi allievi del Bauhaus, la scuola d’architettura tedesca, che a Tel Aviv misero in pratica le teorie moderniste realizzando più di tremila edifici. Concentrato unico al mondo, che le è valso il nome di “Ir levana“, la città bianca, e l’ambito riconoscimento di patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. “Ho la sensazione che la percezione del conflitto sia stata inevitabilmente diversa tra il Negev ed il resto del paese, inclusa Tel Aviv, ovvero tra le località bersaglio dei Kassam e il territorio che non era direttamente esposto al lancio di razzi dalla Striscia di Gaza – sottolinea a Panorama.it Luigi Mattiolo, ambasciatore italiano in Israele. “Il che spiega anche perché, tutto sommato, la vita quotidiana a Tel Aviv non sia cambiata molto in queste settimane, anche se la mobilitazione di migliaia di riservisti ha evidentemente instillato ansia e preoccupazione in tante famiglie israeliane. Mi è sembrata invece comune a tutto il paese, e dunque anche a Tel Aviv, la profonda inquietudine suscitata dalla prospettiva che Hamas possa dotarsi, e a detta di alcuni sarebbe già dotata, di armi capaci di colpire a grande distanza dalla Striscia”.
E sul conflitto aggiunge: “Quanto alla fragilità della tregua, credo che la comunità internazionale, con l’Italia e l’Europa in prima fila, stiano facendo il possibile per stabilire un efficace meccanismo di controllo sul traffici illegali di armi a beneficio di Hamas e per lanciare una forte azione umanitaria per alleviare le sofferenze delle popolazioni civili”. Tel Aviv, dunque, può sorprendere solo chi ha un’idea obsoleta dell’odierno Stato ebraico: quella di un paese di rabbini, kibbutz e soldati, quando la verità è che il 60 per cento della popolazione è laico, i kibbutz si stanno svuotando e nessuno muore più dalla voglia di fare il servizio militare. Qui la prostituzione è semilegale, i giornali pubblicano pagine su pagine di inserzioni per servizi sessuali a pagamento e c’è un grande quartiere a luci rosse dove ogni porta cela un bordello. Una vita all’insegna del divertimento. Ma anche della sicurezza più totale.
“Non abbiamo mai paura”, dicono a Panorama.it alcuni giovani che incontriamo vicino al Dizengoff Centre, un complesso di sette palazzi comunicanti tra loro dove si concentra il lusso e lo shopping della città. “Il controllo è pressoché totale e ogni luogo è costantemente monitorato da telecamere e metal detector che impediscono qualsiasi attentato o atto terroristico”. “La guerra? Ne abbiamo parlato soltanto la prima settimana”, ci dice un tassista. “Siamo più preoccupati per la crisi economica internazionale. Solo un giorno, quando un razzo ha colpito Ashdod e ha provocato un black out di qualche ora, abbiamo pensato a eventuali ripercussioni. Ma l’idea ci ha sfiorato due ore, poi la vita è ripresa serena come prima”.
A dividerla da Gerusalemme, la città santa, appena 80 chilometri di autostrada, ma è come se fosse una distanza siderale, un viaggio a ritroso nel tempo che pochi hanno voglia di intraprendere. Moshua (in italiano Mosè), la nostra guida, si mette a disposizione per un itinerario davvero particolare: credenti o no, è difficile sfuggire al fascino di Gerusalemme. La vista è una gioia per gli occhi. La città, tutta di pietra bionda, si adagia regalmente sulle colline, spruzzate di verde e d’argento degli ulivi. In uno spazio ristrettissimo, il santuario cristiano del Santo Sepolcro e del Cenacolo, l’ebraico “Muro del Pianto” e la Torre di David, la moschea di Omar e la Cupola della Roccia. Gerusalemme è la sintesi dei contrasti d’Israele e anche questo concorre al suo fascino. Rivendicata da musulmani, ebrei e cristiani, fucina di una nuova cultura della convivenza, divisa in quartieri dove a volte è un check-point armato a segnare il confine, la città santa è unica nel suo rappresentare la “città di Dio dentro a una città di uomini”, come dicono i suoi abitanti.
Itinerario della passione. Dopodiché, c’è l’itinerario devozionale ai luoghi della passione di Cristo: il Getsemani, la via Dolorosa, il Monte degli Ulivi e la Valle del Cedron. A pochi chilometri di distanza, nemmeno quindici minuti di macchina, Betlemme (in territorio palestinese) con la grotta della natività. Il luogo sacro per eccellenza, dove i soldati israeliani non permettono l’ingresso a nessuno, dove la nostra guida ebraica non può entrare ufficialmente e ci lascia ad un’altra, Salem, che è palestinese, con il quale si stringe in un abbraccio, forse costruito ai nostri occhi occidentali per far vedere che lì non ci sono contrasti tra i due popoli. Una guida cristiana, ma palestinese, come i quasi cinquanta mila abitanti della piccola cittadina, martoriata dalla seconda Intifada e resa ancora più povera da un vero e proprio embargo imposto dal governo israeliano. “Noi siamo già poveri, poi il governo ci ha piegato in due chiudendo per anni i pochi negozi esistenti”, sottolinea a Panorama.it un giovane abitante che per anni ha vissuto in Italia e poi tornato a casa per aiutare i genitori nella piccola bottega di souvenir. “Le uniche fonti di guadagno sono il turismo e la vendita di oggetti sacri che realizziamo interamente qui a Betlemme utilizzando gli alberi di ulivo”. “Noi abbiamo l’unica colpa di essere palestinesi, ma non c’entriamo nulla con i terroristi: perché invece Israele continua a perseguitarci?” si chiede un altro abitante. Differenze di due popoli che vivono a pochi chilometri di distanza e che non trovano (e forse non troveranno mai) un accordo di pace e convivenza.
La strada del ritorno, verso Tel Aviv, attraversa un paesaggio verdeggiante e fitto di colture (”Qui c’era il deserto, gli israeliani hanno fatto rifiorire tutto. Se questo non piace a chi ci vuole annientare peggio per loro: noi la nostra terra l’abbiamo fatta rinascere”, dice Moshua fiero della sua appartenenza ebraica). Riappaiono gli insediamenti industriali, le sagome delle fabbriche, la costa piena di locali. Il traffico di Tel Aviv spazza via ogni residuo pensiero al passato e riporta ogni cosa all’oggi. Ma con qualcosa in più. Perché, come in ogni vero pellegrinaggio, non si torna da Israele uguali a prima.
LEGGI ANCHE: 27 gennaio Giorno della memoria, le commemorazioni in tutta Italia - Il vescovo negazionista e la protesta ebraica - Shoah, i libri della memoria - Il giorno della memoria in rete - Guarda la GALLERY
Una cerimonia semplice, ma significativa. Una corona di fiori deposta da Luigi Mattiolo, ambasciatore italiano in Israele, e poche parole pronunciate a Yad Vashem, sulla cima di Har Hazikaron, la montagna della rimembranza a Gerusalemme, che raccoglie la memoria dei sei milioni di ebrei di Europa sterminati durante il nazismo. E’ il giorno del ricordo in tutto il mondo, ma in Israele l’emozione è ancora più forte e Panorama.it è testimone delle commemorazioni, “che quest’anno hanno una risonanza particolare dal momento che si è appena conclusa una guerra e la situazione resta ancora molto incerta”, come sottolinea l’ambasciatore Mattiolo in un incontro organizzato con la comunità italiana di Tel Aviv. Per tutta la giornata il luogo è visitato da migliaia di persone: c’è chi depone un fiore, chi si ferma per una preghiera, chi si domanda il perché di tutto questo. Nella “Hall of remembrance“, una struttura in cemento armato a forma di tenda commemora l’uccisione di intere comunità ebraiche. Qui, dinanzi a una fiamma eterna, sono scolpiti nel suolo i nomi di ventidue campi di sterminio. La “Hall of names” custodisce, invece, i nomi scritti di tre milioni di ebrei uccisi e l’elenco delle comunità ebraiche sterminate. Non mancano i riferimenti ai bambini, quasi un milione e mezzo uccisi nelle camere a gas: cinquecento specchi riflettono la luce di cinque candele e verso mezzogiorno si ode una voce che proclama i nomi dei bambini uccisi.
Alla cerimonia di commemorazione è presente anche Antonio Tajani, commissario europeo ai Trasporti, che sta guidando la missione aerospaziale italiana, organizzata da Sat Expò Europe ed in programma a Tel Aviv fino al 29 gennaio. “Siamo qui come comunità europea per cercare di dare un contributo efficace per la stabilità di questa area. Siamo venuti per garantire l’esistenza di Israele, che ha tutto il diritto di auto difendersi, ma anche per creare uno stato palestinese moderato e democratico – dice Tajani a Panorama.it incontrando la comunità italiana a Tel Aviv. “L’Europa, e l’Italia in particolare, può svolgere in pieno il ruolo di mediazione come già avvenuto in altre parti del mondo, ad esempio nel recente scontro economico, ma con molti risvolti politici, tra Russia e Ucraina”. Tajani ha anche ricordato che Unione europea e Israele hanno firmato un accordo nel settore dell’aviazione che eliminerà le restrizioni nazionali in materia di servizi aerei tra gli Stati membri Ue e Israele. “E’ un primo passaggio per arrivare a dare vita ad un ufficio dei trasporti israeliano – palestinese, che possa gestire direttamente i soldi che arrivano”, aggiunge il commissario europeo.
Questione Gaza. In Israele tiene banco la fragile tregua con Hamas che provoca l’attenzione generale per l’eventuale possibilità di un riaccendersi dei conflitti a Gaza. Gli analisti ritengono che in base alla situazione attuale, le possibilità in questo senso siano scarse. “Dal punto di vista della parte israeliana, questa al momento non ha alcuna necessità di scatenare attacchi militari – dice a Panorama.it un giornalista locale. “Nel quadro delle prossime elezioni della Knesset (in programma il prossimo 10 febbraio, nda), un nuovo intervento militare a Gaza danneggerebbe l’attuale immagine del principale partito della coalizione di governo. Di conseguenza, l’attuale governo israeliano è costretto a considerare maggiormente come promuovere ulteriormente la disposizione della sicurezza ai confini di Gaza da parte della comunità internazionale, rendendo possibile una tregua durevole”. Anche dal punto di vista di Hamas, il riaccendersi dei conflitti non corrisponde ai suoi interessi intrinseci. Qualche giorno fa, il vice presidente del Dipartimento politico di Hamas, Mussa Abu Marzuq, ha emesso una dichiarazione che precisa come Hamas sia pronto ad accettare un accordo di tregua per “la cancellazione perpetua del blocco di Gaza da parte di Israele”, cosa a cui Hamas ambisce sin dalla sua ascesa al potere nel 2006, in particolare sin dal suo controllo unilaterale con la forza della Striscia di Gaza nel giugno 2007. In tale situazione, per Hamas è meglio approfittare della ricostruzione per rafforzare l’impegno negli ambiti diplomatico e politico, stimolando lo sviluppo del quadro in una direzione più favorevole. Intanto si attende per domani l’arrivo dell’inviato speciale per il problema mediorientale di Obama George J. Mitchell che avrà colloqui con i leader israeliani e palestinesi, Secondo voci ben informate informate, oltre a visitare Israele e Palestina, Mitchell potrebbe anche visitare Egitto e Giordania: l’obiettivo sarebbe coinvolgere tutte le parti in causa per metterli tutti di fronte alle proprie responsabilità e trovare un accordo il più condiviso possibile.
Elezioni in vista. Tutto questo a meno di 15 giorni dalle elezioni che, se fossero oggi, premierebbero l’opposizione di destra guidata dal leader del Likud, Benjamin Netaniyahu, secondo gli ultimi due sondaggi d’opinione pubblicati dai quotidiani “Maariv” e “Yediot Ahronot”. Il Likud, che dispone attualmente di 12 seggi su 120, otterrebbe dai 28 ai 29 seggi. Grazie al sostegno dei partiti religiosi e alla crescita del partito di estrema destra Israel Beitenou, il blocco di destra disporrebbe di una stretta maggioranza tra i 62 e i 63 deputati. Al contrario, l’estrema destra religiosa crollerebbe. La formazione di centro Kadima, al potere, guidata dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, avrebbe tra i 24 e i 25 seggi, contro i 29 dell’attuale legislatura. I laburisti di centro-sinistra, infine, guidati dal ministro della Difesa Ehud Barak, otterrebbero tra i 16 e i 17 deputati, contro i 19 attuali. La formazione dell’ex premier israeliano ha ridotto le proprie perdite rispetto a sondaggi effettuati lo scorso mese, grazie a un aumento di popolarità di Barak dopo l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.
Il Parlamento di Bucarest
Romania al voto domenica prossima per il rinnovo dei due rami del parlamento con una rappresentanza che sarà composta rispettivamente da 322 deputati e 137 senatori, eletti secondo il nuovo sistema elettorale uninominale ad un turno. La rappresentanza rimarrà in carica fino al 2012, salvo scioglimenti di camere anticipati. Sullo sfondo la crisi economica e gli interventi per ridare slancio ai salari e al potere d’acquisto dei cittadini, ma anche l’immigrazione e i rapporti con gli stati dell’Unione europea, in particolare l’Italia dopo gli ultimi fatti di cronaca avvenuti nel nostro Paese. “Si tratta di elezioni importanti per il Paese alle prese con una crisi economica difficile e con le stringenti risposte che deve fornire all’Unione europea in tema di investimenti, salari e sicurezza – dice a Panorama.it Mario Cospito, ambasciatore italiano in Romania a margine di un convegno sulla telemedicina promosso dalla Ulss 9 di Treviso – Posso dire che durante tutta la campagna elettorale i toni relativi al problema della sicurezza sono rimasti sempre pacati e mai nessun candidato ha parlato male dell’Italia, nonostante siano arrivate dal nostro Paese molte voci di disagio per il comportamento negativo di alcuni romeni”.
La sfida elettorale. Secondo gli ultimi sondaggi, che Panorama.it ha potuto visionare a Bucarest qualche giorno fa, sarebbe in leggero vantaggio (con una forchetta che va dal 33 al 37 per cento), il Partito democratico liberale (Pdl) nato nel gennaio 2008 dalla fusione tra il Partito democratico, centristi-conservatori, ed il Partito liberale democratico, liberisti-conservatori. Il Pdl, che è membro del partito popolare europeo, ha visto l’adesione anche di sette deputati eletti dai nazionalisti del Partito “Grande Romania”, quattro deputati eletti dal Partito social democratico e tre eletti dal Partito conservatore. Quasi appaiato (margine tra il 31 e il 35 per cento) è il cartello composto da Social democratici e conservatori, partiti che alla fine di settembre hanno deciso di unirsi, mentre ago della bilancia appare il Partito liberale conservatore (Pnl) del primo ministro in carica Calin Popescu Tairiceanu, che si colloca intorno al 18-20 per cento delle preferenze. Il Pnl, uno dei partiti più antichi della Romania, essendo nato nel 1864 da attivisti nelle lotte per la creazione dello stato di Romania, si fa portavoce delle tradizionali istanze liberali: separazione dei poteri, libero mercato, laicità dello stato. Qualche giorno fa, con un comunicato stampa diretto agli altri candidati (Mircea Geoana del Psd e Theodor Stolojan, candidato del Pdl), Tariceanu aveva invitato l’opposizione “ad aprire un dibattito sul proprio piano d’azione perché, mentre noi abbiamo presentato una serie di misure concrete, loro non l’hanno ancora fatto e continuano a criticare”. Lo stesso primo ministro è al centro di pettegolezzi da parte dei giornali scandalistici che gli hanno attribuito un flirt con la show girl Ramona Badescu (che prontamente ha smentito), per la quale starebbe anche per divorziare dalla moglie.
L’esecutivo, intanto, in pieno clima elettorale, ha segnato un punto a proprio vantaggio approvando l’aumento delle pensioni a 763,7 lei (circa 200 euro) dagli attuali 697,5 (182 euro) a partire dal primo gennaio, come previsto nella Finanziaria 2009. La misura cerca di raddrizzare la situazione negativa in cui si è trovato il governo dopo la polemica sugli aumenti del 50 per cento dei salari degli insegnanti, attualmente in fase di stallo per l’opposizione dell’esecutivo che ritiene la manovra insostenibile dal punto di vista economico. Se il Psd arriverà al potere, ha annunciato il candidato premier Geoana, aumenterà i salari minimi, le pensioni, taglierà le spese pubbliche, diminuendo il numero delle agenzie governative. Dal suo canto, il candidato del Pdl, Stolojan, ha avvertito che potrebbero essere necessarie misure di austerità, una riduzione delle spese nel contesto dell’attuale crisi economica, anche per rispettare l’impegno preso con l’Ue di mantenere il deficit sotto il 3 per cento del pil, promettendo trasparenza per le finanze pubbliche.
Le incertezze del voto. Secondo alcune fonti giornalistiche romene incontrate da Panorama.it a Bucarest, “la situazione non è per nulla chiara a partire dal voto, che non è più soltanto riferito alle liste dei partiti, ma permette l’indicazione di preferenza e questo ha spinto alla candidatura di volti noti come attori, giornalisti o cantanti, cosa che non è piaciuta molto al popolo romeno”. “Positivo invece che per la prima volta sono previsti quattro seggi alla camera e due al senato eletti dai romeni che vivono all’estero – aggiungono i giornalisti locali – ma molto dipenderà dalle decisioni del presidente della repubblica, uomo potente e per molti scomodo, cui il mandato è stato prolungato a cinque anni, mentre il parlamento continua ad essere rinnovato ogni quattro”. Personaggio scomodissimo per tutti i partiti tranne che per il Partito democratico liberale (di cui è il mentore spirituale) e ultimamente anche per il Partito nazionalista (che spera così di ottenere più voti per superare la soglia di sbarramento), il presidente della Repubblica, Traian Basescu, ha ribadito che dopo le elezioni sarà lui ad avere l’ultima parola. Secondo Basescu, molti candidati ostentano eccessiva sicurezza, mentre nessuno deve ritenersi sicuro di poter aspirare a diventare primo ministro. “È possibile che venga nominato uno dei tre candidati che si sono annunciati come futuri primi ministri, ma è altrettanto possibile che qualcun altro ottenga l’incarico - ha dichiarato Basescu - È una questione di responsabilità che analizzerò personalmente”.
Gli analisti ritengono necessaria la formazione di un’alleanza dopo le elezioni, in quanto nessuno dei tre grandi partiti potrà ottenere più della metà delle preferenze. Stolojan proviene da un partito sostenuto dal presidente che è, in un certo senso, in “debito” verso di lui. Quattro anni fa, per motivi di salute, proprio Stolojan decise di ritirarsi all’ultimo momento dalla corsa alla presidenza della Repubblica, spianando la strada alla candidatura di Basescu con l’alleanza “Dreptate si Adevar” (Giustizia e Verità). Secondo la stampa romena, se la situazione politica post elettorale dovesse rivelarsi agitata nel difficile dialogo tra il Partito liberale, quello socialdemocratico e il capo dello stato, potrebbero entrare in scena altri due candidati alla poltrona di premier: Emil Boc, presidente del Partito democratico liberale, oppure un tecnico come il governatore della Banca centrale, Mugur Isarescu, già premier in passato. Le consultazioni per la formazione del nuovo governo inizieranno dopo il 12 dicembre, una volta scaduto il mandato di Tariceanu. Basescu non nasconde il suo desiderio che la Romania abbia subito un governo con una solida maggioranza in parlamento e spera che la crisi internazionale agisca come catalizzatore per costringere a prendere decisioni rapide e benefiche per il Paese.
“Il cibo non può essere usato come strumento di pressione politica ed economica”. La dichiarazione finale del vertice Fao, arrivata nella tarda serata di ieri dopo numerosi rinvii, si apre con un documento che mette in chiaro come nessun paese possa utilizzare il cibo per rafforzare il suo potere, sia in campo politico sia in campo economico. Allo stesso modo, nella dichiarazione finale si definisce senza mezzi termini “inaccettabile che 862 milioni di persone nel mondo siano ancora oggi denutrite”. Il testo è stato licenziato nella stesura originaria e ad esso sono state allegate le note critiche di Argentina, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua.
Dopo una giornata di febbrili consultazioni tra i delegati arriva, dunque, una risoluzione finale che, per quanto da molti considerata “deludente” e “non conforme alle aspettative della vigilia” pone fine al vertice romano, caratterizzato anche per le parole infuocate rivolte dal presidente iraniano Ahmadinejad all’Onu e a Israele. Il testo prevede sei miliardi e mezzo di aiuti: è questa la cifra che paesi e organizzazioni si sono impegnati a stanziare. La Banca Mondiale ha promesso 1,2 miliardi di dollari, gli Stati Uniti 1,5 miliardi, la Francia 1,5 miliardi su 5 anni, il Regno Unito 590 milioni di dollari. L’Italia, come aveva già annunciato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è impegnata a versare 190 milioni di euro. Lo stesso premier italiano, in un’intervista alla Radio Vaticana, a proposito dell’emergenza alimentare aveva aggiunto: “Non dobbiamo assistere senza fare nulla all’impennata dei prezzi. Se c’è qualcuno che deve pagare prezzi in più, c’è anche qualcuno che incassa prezzi in più. E quindi bisognerebbe chiedere agli Stati dove ci sono i produttori che hanno queste utilità di tassare questi utili e che il sovrapprezzo speculativo dei produttori venga destinato in parte ad aiuti immediati”.
Nel testo finale si invita la comunità internazionale “a continuare i suoi sforzi per la liberalizzazione delle politiche agricole, riducendo le barriere al commercio e le politiche distorsive del mercato”. Al punto 11 della dichiarazione si legge che “adottando queste misure si daranno ai contadini, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, nuove opportunità per vendere i loro prodotti sui mercati mondiali e sostenere i loro sforzi per aumentare la produttività e la produzione”. Quanto ai biocarburanti, la dichiarazione sostiene come sia “essenziale affrontare le sfide e le opportunità poste, alla luce della sicurezza alimentare mondiale, dell’energia e dello sviluppo sostenibile”. “Siamo convinti che studi approfonditi siano necessari per assicurare che la produzione e l’uso dei biocarburanti sia sostenibile e tenga conto della necessità di raggiungere e mantenere la sicurezza alimentare globale”, si legge ancora nel testo. La bozza invita inoltre “a intraprendere iniziative per moderare le fluttuazioni anomale del prezzo dei cereali” e si conclude con l’impegno a “eliminare la fame e ad assicurare cibo per tutti oggi e domani”.
Ma cosa ha costretto i delegati dei 181 paesi a trovare un accordo così sofferto? Al centro delle trattative c’è stato lo scontro tra alcuni paesi, con in testa il Brasile, che non avevano alcuna intenzione di firmare il documento che “demonizza i biocarburanti”, anche se il sottosegretario brasiliano all’Energia e all’Agroalimentare, Manoel Vicente Fernandes Bertone, nelle stesse ore assicurava che “il capitolo biocarburanti, non ha avuto problemi nel corso dei negoziati”. Caracas, invece, denunciava “la mancanza di spirito umanitario”, il rappresentante dell’Avana accusava la “politica di aggressione degli Stati Uniti”. Il delegato argentino ha insistito più volte per eliminare il termine “restrittivo” da un paragrafo del documento nel quale si riafferma “la necessità di ridurre l’uso di misure restrittive che potrebbe accrescere la volatilità dei prezzi a livello internazionale”. In particolare, l’Argentina chiedeva che fossero criticati anche i sussidi all’agricoltura dei paesi industrializzati.
“Oggi si pongono le basi, il successo del vertice si vedrà nel futuro e da incontri di questo tipo non emergono soluzioni a breve scadenza, ma si tratta di individuare strategie per raddoppiare la produzione alimentare mondiale entro il 2050 – ha sottolineato il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che nella conferenza stampa finale ha snocciolato i numeri del vertice: 5559 partecipanti, 40 capi di stato, 181 paesi membri, e 1298 giornalisti - Abbiamo trascorso ore ed ore a dialogare, a scambiare idee per arrivare a compromessi a volte difficili e l’adozione così sofferta del rapporto e della dichiarazione finale della conferenza ne è la testimonianza. La situazione alimentare resta molto difficile, ma il nostro obiettivo è quello di dare una svolta a questo problema”. Critica Action Aid, una delle tante organizzazioni non governative presenti a Roma nel contro forum sull’alimentazione. La questione dell’accesso alla terra e alle risorse naturali resta, secondi i responsabili dell’ong, un tema “drammaticamente attuale”, mentre risulta ancora poco indagato “il legame tra i cambiamenti climatici e le condizioni di vita dei piccoli agricoltori”. Allo stesso modo, “non è emerso chiaramente il ruolo indubbio giocato dalle speculazioni finanziarie e dalle multinazionali nell’innalzamento dei prezzi”.
Il vertice Fao sulla crisi alimentare globale rischia di chiudersi senza una dichiarazione di intenti a causa di divergenze su temi marginali. Dopo tre giorni di annunci, dunque, la conferenza stampa finale di Jacques Diouf, direttore generale della Fao, prevista per le 17, slitterà ad orario da destinarsi. “La bozza di questa mattina è stata modificata e i delegati possono anche respingerla. Sarebbe molto grave se non si arrivasse ad una dichiarazione comune”, ha detto a Panorama.it un funzionario delle Nazioni Unite. E la conferma che le cose stanno andando male arriva da una frase del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che, uscendo dal palazzo della Fao, ha detto che “si profila un accordo piuttosto deludente”.
Guerra dei prezzi dei cereali. Secondo quanto appreso da Panorama.it, le divergenze non riguardano soltanto l’acceso dibattito sui biocarburanti, ma è scontro aperto tra l’Argentina e gli altri grandi esportatori sulla valutazione del prezzo dei cereali sui mercati internazionali. La contrapposizione è su due righe della bozza del documento finale. Al punto 4e si legge testualmente che è “necessario riaffermare la necessità di ridurre il ricorso a misure restrittive che potrebbero acuire la volatilità dei prezzi internazionali”. Sullo stesso comma del testo finale è in corso anche una polemica con Cuba. L’isola caraibica, che si trova in una delicata fase di transizione politica, vorrebbe che in questo paragrafo (che riguarda le misure a breve e medio termine sulla sicurezza alimentare) vi fosse un “riferimento esplicito” all’embargo, che da anni blocca la sua economia.
I punti di accordo. Altre tematiche sono state risolte e quindi un accordo di massima esiste: sì agli aiuti immediati per contrastare la crisi alimentare e via libera anche all’invito affinché i prodotti alimentari non diventino uno strumento di pressione politica. Una prima intesa è dato dallo stanziamento di 1,7 miliardi di dollari, da impiegare in un piano in sette mosse, attraverso l’aumento degli aiuti e l’incremento conseguente della produzione agricola mondiale. L’azione partirà in 20-30 paesi, dando priorità all’Africa. Per la costituzione di reti di sicurezza per gli aiuti umanitari, fornitura di sementi, fertilizzanti e infrastrutture agricole sono previsti 930 milioni di dollari, il 55 per cento del totale. Per attività di sostegno alle associazioni agricole nazionali e regionali la spesa è di 200 milioni di dollari (12 per cento), mentre il coinvolgimento del settore privato negli investimenti, specie per i piccoli agricoltori, sarà di 160 milioni di dollari, pari a 9 per cento del totale. Alla ricostituzione delle scorte mondiali vanno 305 milioni di dollari.
Stanziamenti della Banca dello Sviluppo. La Banca dello sviluppo africano ha annunciato lo stanziamento di nuovi finanziamenti, non meno di 1,5 miliardi di dollari, anche se la cifra non è stata ancora quantificata. “Non servono misure eccezionali per affrontare la crisi, la comunità internazionale sa già cosa fare – sottolinea Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale - Bastano tre interventi per fare subito la differenza: un forte impegno da parte dell’Onu, delle banche di sviluppo e degli organismi regionali per iniziare ad agire; la disponibilità di semi e fertilizzanti per la prossima stagione agricola; un accordo internazionale per eliminare i divieti alle esportazioni di cibo ed eventuali limitazioni che possono far lievitare i prezzi e colpire i più vulnerabili”.
Biocombustibili. Su molti argomenti importanti, come gli ogm e i biocombustibili, resta una visione non omogenea anche da parte dei cosiddetti esperti. Josette Sheeran, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam), sottolinea che, in base ai dati della Fao, “i biocarburanti incidono per il 5 per cento sulla crescita dei prezzi, ma gli esperti non sono concordi su alcuna cifra e il panel degli esperti non ha definito nessuna azione concreta per contrastare questa tendenza”. “Quello sul quale sono tutti d’accordo – aggiunge la Sheeran - è che la sicurezza alimentare deve essere la prima delle priorità e che due anni fa ci siamo resi conto che i biodiesel avrebbero potuto avere degli impatti devastanti sulle coltivazioni alimentari”.
Divisioni politiche. Nel corso dei lavori della tavola rotonda i rappresentanti di Brasile e Usa hanno difeso le loro produzioni di biocarburanti (che insieme fanno 46 miliardi di litri di etanolo sui 52 complessivi prodotti nel 2007) rispettivamente da canna da zucchero e mais, mentre è emersa la volontà di fare ricerca su quelli di seconda generazione, che non derivano da derrate alimentari. Sul piatto, comunque, non ci sono proposte per creare un sistema di quote di produzione a livello regionale, analogo a quello utilizzato nella Ue per diverse colture agricole.
Emergenza clima. Nessun accordo anche per l’emergenza clima. L’India e altri paesi hanno proposto la creazione di un sistema di preallarme globale, il cosiddetto “early warning”. Il sottosegretario italiano alla Salute, Francesca Martini, chiede controlli alle frontiere, gli Usa rilanciano, invece, l’uso del biotech, come tecnologie efficaci per contrastare gli insetti infestanti e malattie degli animali. E sul fronte degli organismi geneticamente modificati, difesi a spada tratta dagli Stati Uniti, la Fao rimanda alle decisioni dei singoli stati (tirandosi in sostanza fuori dalla grande querelle). Si nota, invece, una prima apertura da parte dell’Italia. Franco Frattini si dichiara “preoccupato per le rigidità preconcette” nei loro confronti e invita a percorrere “nuovi sentieri”, anche per i biocarburanti.
La bocciatura delle Ong. Una bocciatura al vertice arriva, intanto, dalle ong del forum “Terra Preta“, riunitosi in questi giorni a poche centinaia di metri dalla sede Fao, che hanno definito inefficace la bozza di dichiarazioni finali. Due le accuse principali: quella di non essere stati coinvolti nel processo decisionale e il fatto di ripetere gli stessi impegni del passato, delegando la questione dell’emergenza cibo alla task force dell’Onu, senza quindi un coinvolgimento diretto dei governi nella gestione della crisi.

Dopo i voti ai professori, ora tocca ai dottori. Sulla falsariga dei portali che consentono agli allievi di giudicare i loro insegnanti, apre in Francia un sito internet, note2bib.com, che permette ai pazienti di dare le pagelle ai camici bianchi. Il solo annuncio dell’apertura ha già scatenato un putiferio di polemiche e di reazioni indignate tra i medici. Che ne contestano utilità e legittimità.
L’idea nasce dalla D&E Investments, che sottolinea come non verranno dati veri e propri “voti”, ma si forniranno valutazioni su una scala di valori: non si tratterà quindi di giudicare la preparazione tecnica dei professionisti ma si punterà, piuttosto, sulla capacità di accogliere i pazienti e di relazionarsi con loro. E questa valutazione potrà riguardare anche infermieri, fisioterapisti e altri professionisti della salute. Potranno essere valutati comportamenti quali il rispetto degli orari, la capacità di ascolto e l’umanità. Un medico apparirà sulla lista pubblicata sul web solo dopo l’arrivo di più segnalazioni, positive o negative che siano. Come dimostrano esperienze simili in California e in Canada:, spesso i pazienti, prima di scegliere il medico da cui si faranno curare, verificano le valutazioni fatte da altri su internet.
Per le associazioni dei medici d’oltralpe si tratta di un’iniziativa discutibile, anche per la difficoltà di verificare l’identità degli internauti e la veridicità delle testimonianze. Scettiche anche alcune categorie di medici italiani. Secondo Vincenzo Carpino, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi), “al medico l’ospedale pone degli obiettivi che vengono verificati da un’apposita commissione. Mi chiedo perché l’idea di dare voti su un sito internet non riguardi altri professionisti, come ad esempio i politici”. “Non si capisce bene quali siano i criteri di valutazione di questo sito e si creano confusioni che non giovano - aggiunge Amedeo Bianco, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) - Le armi migliori per permettere ai pazienti di esprimersi sono i sistemi di audit, in cui gruppi di pazienti, insieme al medico, si incontrano periodicamente, affrontano le diverse tematiche e discutono della qualità. È il dialogo che paga”.
LEGGI ANCHE: La giustizia vieta le pagelle ai prof

Partirà a luglio da Salerno, con circa due anni di ritardo, la sperimentazione nel nostro Paese del servizio 112, il numero unico europeo previsto dalle direttive comunitarie da chiamare in caso di emergenze (dal pronto soccorso alla polizia fino ai vigili del fuoco). La decisione è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n° 59 del 10 marzo 2008 ed emana un decreto del ministero delle Comunicazioni dello scorso 22 gennaio. L’Italia si allinea quindi ai dettami europei, dopo che la Corte di giustizia europea aveva avviato una procedura d’infrazione per il mancato adempimento delle direttive che prevedono una informativa chiara e trasparente sula localizzazione del chiamante, fattore indispensabile per poter coordinare e sveltire le operazioni di soccorso. Il sistema convoglierà al 112 le chiamate dirette ai numeri di emergenza già esistenti (112, 113, 115, 116, 117, 118, 1515 e 1530), le quali vengono ripartite, attraverso un sistema di instradamento automatico garantito da Telecom Italia, tra le sale operative della Polizia di Stato e dei Carabinieri, che provvederanno poi ad inviarle al presidio a competenza generale più prossimo. Dopo Salerno, entro 150 giorni, il servizio sarà adottato dalle province di Imperia, Sassari, Perugia, Padova, Como, Torino, Crotone e Matera; entro 180 giorni toccherà a Caltanissetta, Caserta, Nuoro, Reggio Emilia e Varese. Successivamente, il servizio sarà esteso a tutto il territorio nazionale attraverso l’attivazione di otto province al mese.
Da un recente sondaggio condotto dalla Commissione europea, in risposta a una richiesta formulata dal Parlamento europeo nel settembre 2007, emerse che appena il 22% dei cittadini dell’Unione europea era in grado di identificare spontaneamente il 112 come numero da chiamare per contattare i servizi d’emergenza in Europa (pronto soccorso, polizia, vigili del fuoco). La percentuale varia dal 6% in Danimarca e in Grecia al 56% nella Repubblica ceca. In generale, i cittadini dei nuovi Stati membri sono meglio informati. Il 95% dei cittadini europei riconosce l’utilità di un numero unico di emergenza accessibile ovunque.
Dal sondaggio è risultato che un intervistato su quattro ha avuto la necessità di chiamare un numero di emergenza negli ultimi cinque anni: l’81% ha ottenuto l’intervento di un’unità di soccorso, il 7% ha ricevuto informazioni appropriate e il 5% altri tipi di assistenza. La direttiva Ue che istituisce il numero unico per l’emergenza è del 1991 e, da quando, nel 2003, è entrata in vigore la normativa comunitaria in materia di telecomunicazioni, 26 dei 27 Stati membri si sono attivati per consentire ai cittadini di chiamare il 112 dai telefoni fissi e mobili: questo numero è ancora indisponibile in Bulgaria, Paese nei confronti del quale è in corso un procedimento di infrazione. Nel dicembre 2007, la Commissione ha inviato agli Stati membri un questionario per ottenere altre informazioni sul funzionamento del 112 (ad esempio, l’accessibilità ai disabili e l’accuratezza delle informazioni sulla localizzazione del chiamante). I risultati saranno pubblicati prima dell’estate, in modo che coloro che vanno in vacanza abbiano tutte le informazioni per i Paesi dell’Ue in cui desiderano recarsi.
Gli ultimi commenti