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Haiti: un terremoto largamente annunciato

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  • Tags: Claudio Eva, geologia, scienza, terremoto Haiti
  • 4 commenti

Port-au-Prince

Port-au-Prince


-> Leggi tutti gli articoli sul sisma di Haiti - Fotogallery 1, 2 - I video

“Ci sono tutte le condizioni per un terremoto di primaria importanza a Port-au-Price. Gli abitanti della capitale Haitiana devono prepararsi per un evento che accadrà inevitabilmente”. Lo scriveva nel settembre del 2008 sul quotidiano haitiano Le matin Patrick Charles, professore all’Istituto geologico all’Havana. A commento di questa sua certezza Charles aggiungeva: “Grazie a Dio la scienza ci ha fornito strumenti che aiutano a prevedere questo tipo di eventi”. Continua

  • marta.buonadonna
  • Venerdì 15 Gennaio 2010

Aids: se parte la caccia agli untori

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  • Tags: Aids, diritti-umani, hiv, leggi
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Togo, inaugurata la maternità italiana

Si calcola che siano 33 milioni le persone che nel mondo hanno contratto il virus dell’Hiv, con 3 milioni di nuovi contagi ogni anno. Dati allarmanti, ma un rapporto appena presentato da International planned parenthood federation, un’organizzazione di cui fanno parte 180 associazioni che si occupano di salute sessuale e riproduttiva, lancia un altro tipo di allarme: sarebbero già 58 i Paesi nel mondo che criminalizzano l’Hiv o utilizzano leggi già esistenti per perseguire le persone che trasmettono il virus. Altri 33 Paesi starebbero vagliando la possibilità di varare leggi simili.”La criminalizzazione è un’arma assai spuntata per la prevenzione dell’Hiv”, sostiene la federazione, “Eppure dal Regno Unito agli Stati Uniti, dal Mali al Mozambico, dall’Azerbaijan all’Australia sono sempre di più i Paesi che utilizzano la legge per criminalizzare l’esposizione all’Hiv e la trasmissione del virus”.

Ma l’Hiv è un virus, non un crimine, affermano con forza tutti gli attivisti che si battono per la parità di diritti di chi ha contratto l’Hiv, che non va trattato diversamente da qualunque altro cittadino, aggiungendo un marchio di infamia al già pensate fardello della malattia.
E se sono molti i Paesi africani che applicano queste leggi in maniera assai rigida, spesso senza fare troppe distinzioni tra chi trasmette il virus intenzionalmente e chi semplicemente espone gli altri all’Hiv senza contagiarli, anche in Occidente sono molti i Paesi che hanno optato per una linea dura. Negli Usa sono 32 gli Stati con leggi che criminalizzano la trasmissione dell’Hiv, e si calcola che migliaia di persone abbiano già fronteggiato l’accusa di aver diffuso il virus. In Canada nel 2005 una donna incinta con Hiv che aveva taciuto la propria condizione ai medici infettando di conseguenza il bambino è stata accusata di negligenza criminale e condannata a sei mesi con la condizionale e tre anni di libertà vigilata. E nel Regno unito dal 2001 a oggi 16 persone sono state persegute con l’accusa di aver diffuso l’Hiv.

Secondo il rapporto, lungi dal servire come utile strumento di prevenzione, le leggi che criminalizzano il virus non fanno che rendere ancora maggiore il sommerso, spingendo chi è infettato dall’Hiv a tenerlo nascosto e quindi contribuendo di fatto alla propagazione silenziosa del virus prima e della malattia poi.

  • marta.buonadonna
  • Domenica 16 Novembre 2008

Aborto garantito, sicuro e legale. Lo chiede il Consiglio d’Europa

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  • Tags: aborto, Consiglio-dEuropa, legge-194, pari-opportunità
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Un corteo negli Stati Uniti per rivendicare il diritto alla scelta delle donne

L’aborto in Italia continua ad essere argomento di stringente attualità non solo nella politica, con la lista Prolife di Giuliano Ferrara, ma anche nella cruda cronaca, con il caso del ginecologo genovese morto suicida, che praticava aborti clandestini nei suoi studi privati e addirittura, a quanto pare, in una clinica gestita da religiosi. C’è una voce che non era ancora comparsa nel dibattito italiano sull’aborto: quella delle istituzioni europee. Che ora si fanno sentire con un rapporto appena pubblicato dal Comitato per le Pari Opportunità dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che richiama molti dei temi al centro del dibattito di casa nostra.

Il Consiglio è un’organizzazione internazionale che si esprime in materia di democrazia e diritti umani: le sue iniziative e i suoi pareri non sono vincolanti e vanno comunque ratificati dagli Stati membri. “L’interruzione volontaria di gravidanza è teoricamente possibile in tutti gli Stati membri del Consiglio, eccetto Andorra, Malta, Irlanda e Polonia”, si legge nella relazione, “ma anche negli Stati in cui l’aborto è legale, le condizioni non sono sempre tali da garantire alle donne accesso effettivo a questo diritto”. E come esempio di fattori che in molti casi impediscono o rendono difficile alle donne la possibilità di esercitare questo diritto il rapporto cita: “Mancanza di strutture sanitarie locali, mancanza di dottori disposti a eseguire tale pratica, ripetute consultazioni mediche richieste, il tempo a disposizione per cambiare idea e i tempi di attesa”.
Tutte situazioni viste come potenziali ostacoli all’accesso all’aborto, alcune delle quali possono valere anche per l’Italia (mai citata nel documento), dove il 60 per cento dei ginecologi è obiettore di coscienza. “Alle donne”, continua il rapporto, “devono essere garantite le condizioni per una scelta libera e consapevole”.

Una manifestazione contro gli obiettori di coscienza sull'aborto

Quanto alla possibilità di proibire l’aborto, il rapporto è categorico: “Vietare gli aborti non risulta in un minor numero di aborti, ma porta principalmente ad aborti clandestini, più traumatici e più pericolosi”. E qui si cita la Polonia, dove l’aborto è consentito solo in caso di stupro, incesto o grave pericolo per la salute o per la vita della madre. Alcune organizzazioni non governative lamenterebbero che in questo paese, a causa dell’accesso limitato all’aborto e del fiorire di pubblicità sui giornali per servizi “alternativi”, sarebbero 180.000 gli aborti clandestini praticati ogni anno.

Approvato a larga maggioranza dai membri del comitato, il rapporto invita quindi gli Stati membri a garantire alle donne l’effettivo esercizio di questo diritto e a eliminare le restrizioni che, “de jure o de facto”, lo limitano. E a creare le condizioni appropriate per fornire le cure mediche e il sostegno psicologico necessari, attraverso adeguati finanziamenti. Ma il rapporto ricorda anche che l’aborto non deve essere visto come un metodo di pianificazione familiare e deve perciò essere evitato per quanto possibile. Il che però implica la necessità di rendere la contraccezione accessibile, attraverso una politica di “prezzi bassi” e di “introduzione dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole”.

LEGGI ANCHE: Lo speciale sulla 194

  • marta.buonadonna
  • Martedì 18 Marzo 2008

Scusi, Mr President, che farà per la ricerca scientifica?

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  • Tags: AAAS, Barack Obama, Hillary Clinton, John McCain, presidenziali-usa-2008, Research!America, ricerca
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Non è solo su argomenti come tasse, guerra, salari ed economia che si decideranno le sorti dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti. Gli scienziati americani, le organizzazioni in cui si riuniscono, i centri di ricerca e molte grandi Università, stanno infatti cominciando a fare pressioni sui candidati affinché scoprano le proprie carte in merito alle loro posizioni sulla ricerca scientifica e tecnologica. Negli otto anni dell’era Bush, lamentano, la scienza è stata messa progressivamente in disparte, anche a livello di fondi per la ricerca: la spesa federale è calata per cinque anni consecutivi e il prossimo, l’ultimo con Bush presidente, potrebbe essere il sesto di fila.
Secondo un sondaggio commissionato da Research!America, organizzazione non-profit a sostegno della ricerca medica, l’82 per cento degli americani è più incline a votare un candidato che sia favorevole a un aumento dei fondi federali alla ricerca nel campo della salute. E il 79 per cento pensa che gli Stati Uniti siano sempre meno competitivi in ambiti come la scienza, la tecnologia e l’innovazione.
Così molti scienziati hanno sottoscritto un invito ai candidati allo Science Debate 2008, per inserire i temi scientifici e tecnologici all’interno della campagna elettorale.
John McCain, Hillary Clinton, Barack Obama
John McCain, Hillary Clinton e Barack Obama
E intanto sul sito Your Candidate, Your Health, promosso da Research!America, è stato chiesto ai candidati di rispondere a un questionario sui temi più caldi che riguardano salute e ricerca scientifica. Nessuno dei repubblicani ha raccolto l’invito, mentre i due democratici in lizza, Obama e Clinton, hanno risposto diffusamente, argomentando in dettaglio le loro scelte. Nella sostanza entrambi si dicono favorevoli a stanziare molti più fondi pubblici praticamente per tutto: il sistema sanitario, le strategie di prevenzione, il National Health Institute, i programmi del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, la Food and Drug Administration, la ricerca sulle cellule staminali embrionali, i servizi di salute mentale.
Sulla carta, tutti ottimi propositi. Ma all’atto pratico né Obama né Clinton hanno trovato il tempo per discutere questi temi faccia a faccia con scienziati e ricercatori in occasione della convention annuale dell’AAAS, Associazione americana per l’avanzamento della scienza, tenutasi a Boston qualche giorno fa. Qui hanno mandato i loro consiglieri scientifici, ma né Alec Ross (”il senatore Obama vuole usare la tecnologia e l’innovazione per risolvere i problemi più pressanti della nostra nazione”), né Thomas Kilil (”Hilary Clinton metterà fine a questo assalto ai danni della scienza”), hanno strappato grandi applausi alla platea.
Cresce tra gli scienziati americani la consapevolezza che è necessario promuovere da subito azioni di lobbying e sottoporre presto ai candidati liste di possibili consiglieri per la scienza e la tecnologia perché, come fa notare Neal Lane, già consigliere scientifico di Bill Clinton, “ci saranno solo 77 giorni tra il risultato delle elezioni del 4 novembre e l’insediamento del nuovo esecutivo il 20 gennaio 2009. E in quei giorni verranno distribuite tutte le cariche all’interno dell’amministrazione, comprese una cinquantina di posizioni particolarmente importanti per la scienza e la tecnologia”. Invece che sprecare tempo a lamentarsi di come i governi pieghino la scienza ad esigenze politiche, fa notare Lane, meglio impegnarsi perché l’argomento non scompaia dal dibattito e fornire i nomi giusti per fare in modo che il prossimo governo non ne dimentichi l’importanza.
E a dimostrazione di quanto sia forte la frustrazione negli ambienti scientifici per come la scienza è stata trattata dall’attuale amministrazione, a chiusura della convention il presidente uscente dell’AAAS, David Baltimore, si è detto convinto che “indipendentemente da chi vince, saremo comunque anni luce avanti a dove siamo adesso”.
La prossima occasione che avranno i candidati per presentarsi di persona a discutere di questi temi sarà il dibattito in programma per il 18 aprile al Franklin Institute di Philadelphia.

  • marta.buonadonna
  • Giovedì 21 Febbraio 2008

In carrozza! In Francia adesso si va in ufficio a cavallo

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  • Tags: cavalli, francia, haras-nationaux, inquinamento, Le-Monde, The-independent, trasporto-pubblico
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http://www.flickr.com/photos/king-edward/344817532/
Da noi di fa un gran parlare di energie alternative e sistemi per ridurre le emissioni. In Francia al congresso dell’Associazione dei sindaci hanno riflettuto su una possibile soluzione: perché non impiegare veicoli a cavallo? Basta con i calessini per turisti, è ora che gli equini tornino ad essere utilizzati per i servizi che possono realmente rendere. Ad esempio la raccolta dei rifiuti, che copre tragitti brevi punteggiati da soste continue. Così 70 città francesi, ma altre 30 seguiranno l’anno prossimo, hanno già aderito all’iniziativa spronata, è il caso di dirlo, dagli Haras Nationaux, organizzazione nata per volere del Re Sole allo scopo di fornire cavalli per le campagne militari.
Lo raccontano sia Le Monde, sia The Independent, riportando tra gli usi che già si fanno dei veicoli a cavalli anche il servizio di scuolabus, assai pratico nei piccoli comuni e “molto pittoresco”. Gli Haras Nationaux hanno perfino presentato ai sindaci un prototipo di veicolo, hippoville, con freni a disco, fanalini e sedili rimovibili, del costo di 11.500 euro.
E se i critici obiettano che, lungi dall’essere a impatto zero, i cavalli producono un bel po’ di rifiuti, maleodoranti, che può essere complicato smaltire, i fautori del ritorno all’antico ribattono che viaggiare a ritmi più rilassati e lavorare a contatto con gli animali non solo inquina meno ma riduce anche lo stress. In Italia l’unica esperienza simile è stata quella degli asini di Castelbuono, impiegati dal Comune in provincia di Palermo per la raccolta dei rifiuti: peccato che abbiano fatto una brutta fine…

  • marta.buonadonna
  • Mercoledì 28 Novembre 2007

Nucleare sì o no? La telenovela va in onda su YouTube

OkNotizie

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  • Tags: Bonnie-Raitt, Graham-Nash, Jackson-Browne, Kyle-Woodlock, nucleare, NukeFree, saloon, Usa, youtube
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In America la polemica politica cerca da tempo nuovi canali nel mondo del web 2.0. Così, racconta il sito Saloon.com, il dibattito sul nucleare si trasforma in una specie di telenovela che “va in onda” su YouTube e che ha per protagonisti da una parte una band di musicisti attempati e dall’altra, potenzialmente, l’intero popolo di Internet.
Una legge sull’energia, approvata dal Senato degli Stati Uniti e ora al vaglio del Congresso prevede un consistente stanziamento di fondi per la costruzione di nuove centrali nucleari. Sull’opportunità di investire sull’energia nucleare come soluzione ai problemi energetici e, perversamente, anche a quelli ambientali, si torna a parlare sempre più spesso anche da noi. Ma perfino negli Usa una decisione del genere non viene accolta senza proteste. È anzi nata un’animata battaglia mediatica che si combatte a colpi di video. Tre musicisti, Jackson Browne, Graham Nash e Bonnie Raitt, che già negli anni ‘70 avevano fatto propria la lotta al nucleare, tornano a impegnarsi per raccogliere firme in calce a una petizione che chiede al Congresso di rivedere i finanziamenti. I reattori sono un bersaglio per i terroristi, una minaccia per l’ambiente e producono scorie difficili da smaltire e pericolose da spostare, dicono i tre dal loro sito Nukefree.org. E per far sentire la propria voce fanno ciò che gli viene meglio: cantano. In un video che ricorda un po’ Band Aid e Usa for Africa, sulle note della canzone For what it’s worth, pezzo storico dei Buffalo Springfield il cui testo è stato opportunamente modificato, i cantanti invitano gli spettatori a dire no a nuovi fondi per il nucleare.


La clip non è rimasta senza risposta. Su YouTube sono ben presto comparsi due video che confutano le tesi di pericolosità contenute nell’appello dei musicisti: nel primo una portavoce del Nuclear Energy Institute spiega perché nucleare è bello (e pulito), nel secondo uno studente di informatica di Atlanta, Kyle Woodlock, fa il controcanto ai musicisti ribattendo punto su punto ogni loro affermazione e conclude che se il nucleare non è la soluzione ideale di certo a muovere i suoi contestatori sono solo motivazioni ideologiche che hanno scarsa attinenza con la realtà.


Per avere l’ultima parola, il direttore del sito Nukefree.org in persona, Harvey Wasserman, attivista antinucleare di lungo corso, ha postato su Youtube un ulteriore video che ribatte alle critiche e conferma i pericoli.


Chi avrà la meglio? La petizione ha superato le 120.000 firme, tra cui compaiono molti nomi prestigiosi della musica e del cinema americano (per esempio Robert Redford, Susan Sarandon, Pearl Jam, Rem e Ani DiFranco), ma nel frattempo il 23enne studente di Atlanta ha postato un nuovo video di 9 minuti per ribattere a Wasserman. Così mentre fortunatamente la guerra nucleare è ormai uno scenario anacronistico, quella dei video, per il momento, non conosce tregua.

  • marta.buonadonna
  • Martedì 30 Ottobre 2007

Stati Uniti, quelli che non staccano mai: workaholics in love

OkNotizie

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  • Tags: appuntamento, lavoro, orario-di-lavoro, single, Usa, working-date
  • Un commento

New York (Sad&done on Flickr)
State tornando a casa dopo le meritate vacanze? Inorridite all’idea di dover rimettere piede in ufficio? Basta dare un’occhiata alle statistiche per capire che c’è sempre chi sta peggio. Gli americani, ad esempio, popolo di lavoratori indefessi, hanno pochissime ferie e fanno moltissimi straordinari. Insomma passano la stragrande maggioranza del loro tempo, anche quello teoricamente libero, a lavorare. È già noto da tempo il tristanzuolo fenomeno delle “working vacation“, vacanze che servono a rilassarsi ma solo in parte perché, non potendosene staccare, si porta il lavoro con sé. I “workaholics”, ovvero i drogati da lavoro, sono talmente tanti negli Stati Uniti che per loro esiste addirittura la Workaholics Anonimous, che proprio come l’Anonima Alcolisti aiuta chi non riesce a smettere di lavorare a superare la dipendenza.
In America lavorare 12 o anche 14 ore al giorno è considerato motivo di vanto, accresce l’autostima e migliora la propria immagine agli occhi di amici e colleghi, ma c’è chi paga un prezzo assai alto per i propri straordinari: i single. Come fanno a incontrare qualcuno se non hanno abbastanza tempo libero e si portano il lavoro a casa dall’ufficio? Un articolo pubblicato quest’estate sul Wall Street Journal ha alzato il velo sull’ultima frontiera dei lavoratori che non staccano mai: i
working dates.
Al lavoro (Dickuhne on Flickr)
Un uomo e una donna si conoscono, si piacciono e decidono di rivedersi. Ma c’è quel rapporto da compilare, quella presentazione da finire… Niente paura, si ordina una cena cinese, si fanno due chiacchiere tra un involtino primavera e un pollo agli anacardi e poi ognuno sfodera il proprio laptop e si butta a capofitto nel lavoro. A chi obietta che così non si arriva mai a conoscersi veramente e che lavorare durante un appuntamento teoricamente galante è solo un modo per evitare la vera intimità, i fan dei working date ribattono punto per punto. Prima di tutto per molti single con lavori prestigiosi e orari impossibili l’alternativa all’appuntamento lavorativo è non avere nessun appuntamento. Secondo poi, con un pragmatismo che in verità non sorprende, quando è il momento di fare sesso, si fa sesso. Come si passi dal foglio di calcolo alle lenzuola, però, rimane un mistero.
Comunque l’attaccamento al lavoro è una caratteristica ricercatissima tra i single a caccia di un partner: imprenditori e manager che cercano l’anima gemella non sono pronti ad accontentarsi di un poveretto che lavori “dalle 9 alle 5″. Così sono sempre di più coloro che su siti di incontri come True.com e Match.com inseriscono la parola “warkaholic” nel proprio profilo o tra le caratteristiche ricercate nel partner ideale. In questo modo anche quando saranno finalmente in coppia la loro produttività non subirà alcuna flessione. Anzi: le serate con cena e power point diventeranno una felice abitudine.

  • marta.buonadonna
  • Venerdì 24 Agosto 2007

Stati Uniti: quando Stakhanov va in vacanza

OkNotizie

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  • Tags: agenzie-di-viaggio, breakation, ferie, lavoro, Usa, vacanze
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Non si stacca mai (Dakinewavamon on Flickr)
Avevamo già parlato sul nostro blog della tendenza degli americani a portarsi il lavoro in vacanza. Ma sono in molti, negli Stati Uniti, a fare il passo successivo e, capovolgendo del tutto il concetto, non si portano il lavoro in vacanza ma la vacanza al lavoro: si concedono cioè di continuare a lavorare a pieno ritmo in un ambiente più rilassante o comunque diverso dal proprio ufficio.
Si tratta di una tendenza abbastanza consolidata e lo si capisce dal fatto che ci sono riviste di viaggi che dedicano ponderosi servizi alle migliori mete per vacanze lavorative, segnalando alberghi e dando consigli su come prepararsi al meglio. Tra i consigli c’è ironicamente quello di non dimenticare di divertirsi: siete in vacanza dopotutto!
Il problema della mancanza di tempo, lo stesso che genera fenomeni come i working dates, è evidente e ben suffragato dai numeri: secondo una ricerca commissionata dal sito di viaggi Expedia, oltre 50 milioni di americani soffrono di deficit da vacanza. E gli sparuti 14 giorni di ferie annuali a disposizione dei lavoratori americani fanno rabbrividire se messi a confronto con i 30 e più di Spagna, Italia e Francia. In soccorso degli agenti di viaggio, che subiscono un continuo calo di clienti, arriva un concetto di vacanza più adatto alla scarsa disponibilità di giorni liberi. Gli americani che hanno detto addio alla vacanza, possono consolarsi con la “breakation”: un po’ più di un week-end, ma meno di una vacanza, è uno stacco dal lavoro della durata di 3-4 giorni, ideale per ritemprarsi ma non tanto lungo da perdere il filo delle faccende d’ufficio.

  • marta.buonadonna
  • Venerdì 24 Agosto 2007
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